Lunedì 18 Dicembre 2017
Costume e Società

1977: l’inizio della rivoluzione

Cos'hanno in comune Donna Summer, i Kraftwerk, Andy Warhol e Brian Eno? Nell'aria c'è qualcosa di elettrizzante che renderà il 1977 uno degli anni fondamentali della storia della dance

1977.  È l’anno in cui finisce l’adolescenza del mondo: sono appassiti i fiori del movimento hippie, le proteste ora si incarnano nel terrorismo politico internazionale, nella Guerra Fredda, nell’austerity e nella crisi economica che investe l’Occidente. E la musica ne è lo specchio: è esploso il punk dei Sex Pistols e dei Clash, tutto è improvvisamente nostalgia di tutto. Il futuro fa paura, il presente non dà certezze. Tutto ciò che resta da fare è aspettare che cali la notte per chiudere gli occhi, sciogliere le spalle e lasciarsi andare ad un nuovo, inarrestabile, groove elettromagnetico. Visto che ci sono le turbolenze, tanto vale ballare, e la gente vuole semplicemente ballare. 

New York. La disco non è una sconosciuta, anzi riecheggia possente nei migliori raduni subculturali d’America. Il mondo ha scoperto una nuova musica che non possiede l’aggressività del rock ed inneggia all’amore, al sesso, al libero lasciarsi andare. Una reazione a quello che probabilmente è uno dei periodi più drammatici di una città in forte crisi, con la criminalità alle stelle e un intero borough, il Bronx, ridotto letteralmente in cenere (“Bronx is burning”) e piegato dalla malavita. La disco non ritaglia gli spazi individuali dei concerti, ma anzi avvolge i corpi l’un l’altro in un locale sotterraneo, caldo e sudato. Grazie anche all’operato della comunità gay, che negli anni precedenti hanno trasformato il concetto di club da via di fuga dalla società ad una vera e propria tendenza globale, stavolta sono i grandi riflettori a puntarsi sul magico mondo delle discoteche: esce nelle sale Saturday Night Fever, l’epopea di John Travolta aka Tony Manero, e grazie alla forza motrice di Hollywood l’emisfero scintillante e colorato del club vede il suo anno d’oro. Emblematico è lo Studio 54 di New York, il locale che celebra la contraddizione di un’epoca, in cui la fisicità e lo sfogo mentale della dance troveranno una dimensione più appariscente, altezzosa, esclusiva. Al numero 254 della 54a strada ovest a Manhattan, tra la Settima e l’Ottava Avenue,  Steve Rubell e Ian Schrager organizzano ogni settimana quella che sarà ricordata nei decenni come “la festa più grande del mondo”, nei cui privèe pullulano artisti, miliardari, puttane, attori, celebrità da salotto, giornalisti, icone. Andy Warhol, Truman Capote, Elton John, Donald Trump, Tom Ford, Michael Jackson. Lo star system molleggia irrigidito e guardingo, mentre ai suoi piedi tutto il mondo muove il culo a tempo di musica. Sono gli stessi titoli delle canzoni a dirglielo: ‘Dance Dance Dance’ dei primissimi Chic di Nile Rodgers, ‘Disco Inferno’ dei The Trammps, ‘You Should Be Dancing’ dei Bee Gees. Un trionfo di edonismo in cui sonorità acustiche incalzano su voci black. Nel mese di settembre apre in King Street un altro locale destinato a diventare icona della musica da club e della trasformazione della figura del dj: il Paradise Garage, la cui consolle diverrà leggendaria nella mani di un certo Larry Levan.

Poi accade qualcosa di inaspettato. Da un tradimento di quelle sonorità nasce una vera e propria rivoluzione: perchè in fondo non c’è rivoluzione che non sorga dal tradimento di qualcosa che fino a pochi istanti prima pareva inattaccabile. Una cantante americana, Donna Sommer, il cui nome storpiato in fase di stampa della copertina del disco passerà alla storia come Donna Summer, si incontra a Monaco con il suo produttore italiano, Giorgio Moroder, con cui ha già firmato un paio di successi, per la composizione del suo quinto concept album, ‘I Remember Yesterday’La raccolta passerà alla storia per un brano in particolare, dal titoloI Feel Love’Oltre a rappresentare la prima vera, possente, dance hit planetaria, ‘I Feel Love’ doveva dipingere il futuro come concepito dal genio di Moroder. Lui sapeva quale sarebbe stato il “sound of the future” – come lo definisce in una nota intervista – ed è qui che va in scena il più importante tradimento della storia della dance. Il brano viene interamente registrato con un sintetizzatore Moog, abbandonando la tipica orchestra acustica dei maggiori successi delle major degli ultimi anni e di fatto scomponendo l’estroversione della black music nei suoi minimissimi, matematici, termini strutturali. Il sintetizzatore batte il tempo con durezza, il ritmo va a quattro quarti, e per la prima volta viene registrata la linea di basso e a seguire la melodia. Come raccontò David Bowie, pare che un giorno, a Berlino, Brian Eno (con cui stava collaborando alla trilogia berlinese della mitica ‘Heroes’) fece irruzione nello studio musicale con un vinile di ‘I Feel Love’ sottobraccio. Lo fece suonare frettolosamente per poi affermare con entusiasmo: “sentite bene, questo è il futuro. State ascoltando la traccia che rivoluzionerà la musica da club per i prossimi quindici anni“. Così è stato. La voce di Donna Summer in ‘I Feel Love’ resterà indelebile negli annali come il canto che annuncia l’inizio della rivoluzione musicale sotto l’effige della dance e fin da subito si vanno a delineare gli immediati eredi: ad esempio in Francia, dove il produttore Marc Cerrone capisce la formula e la applica perfettamente nella sua ‘Supernature‘, che sbanca ai Grammy’s e si afferma come hit mondiale nel mese di agosto. 

Berlino. In aprile un gruppo tedesco che si fa chiamare Kraftwerk, formatosi a Düsseldorf sette anni prima in un trionfo di psichedelica, pubblica il suo sesto studio album. Ralf Hütter e Florian Schneider, insieme a Wolfgang Flür e Karl Bartos, pongono le basi di qualcosa di concreto e innovativo che tra l’altro finisce col consacrarli definitivamente a seguito di ‘Autobahn’ (1974), quarta raccolta di già notevole successo. L’album si chiama ‘Trans-Europe Express’ e segna una decisa svolta melodica del gruppo (già vagamente introdotta con ‘Autobahn’) le cui sonorità rigide, fredde e meccaniche erano state per tanti anni il loro marchio di fabbrica. Non manca l’ispirazione per le generazioni successive: “Kraftwerk” in tedesco significa “centrale elettrica”, ed è opinione di molti che proprio le loro opere siano state il generatore energetico di rami musicali come il synth pop dei Depeche Mode o l’hip hop di Afrika Bambaata. Non solo, la raccolta è rivoluzionaria per l’uso massiccio di sequencer e campionamenti, come mai prima del ’77, e alla composizione dei testi partecipano David Bowie e Iggy Pop. I TTE, treni ad alta velocità di ultima generazione che attraversavano Francia, Germania, Olanda e Lussemburgo, sono l’immaginario perfetto per disegnare l’agghiacciante futuro immaginato dai Kraftwerk: puntualità ferrea, strumentazioni d’avanguardia, robots, seriosità. Eppure così profondamente pop nelle melodie. Non è un caso che il successivo album del gruppo prenderà il nome di ‘The Man-Machine’

Il 1977 è una fucina di idee, un algoritmo perfetto di visioni avveniristiche. Il punto di saturazione di un’epopea, quella della disco, che sfonda il soffitto della saturazione sfociando in Hollywood e nel posh permettendo alla scena musicale di scalare una marcia e prendere una svolta. Moroder detta un nuovo schema del pop, i Kraftwerk ne mostrano l’altra faccia. Il mercato discografico ha scoperto definitivamente la parola “dance” nelle sue chart e quello della musica da ballo è un business ghiottissimo che prima di allora le major label si sarebbero solo sognate. Sulle note dei suoi nuovi eroi, il mondo balla. 

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Un ventiquattrenne romano letteralmente cresciuto nel club, ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando la playlist di Spotify.
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