Mercoledì 25 Aprile 2018
Costume e Società

Cosa ci riserverà il 2018?

Proviamo a fare un po' di previsioni sulle novità e le trasformazioni della dance e della club culture

Si è concluso un anno particolare per la dance. Un anno in cui la “nostra” musica ha consolidato il proprio successo ma in cui allo stesso tempo non abbiamo visto grandi rivoluzioni. Abbiamo spesso parlato di come i nomi noti del mainstream abbiano rivolto le proprie attenzioni al pop più che alle tracce da dancefloor; abbiamo parlato di come i festival stiano sempre più sostituendo i club nell’immaginario dei giovani appassionati; abbiamo parlato di personaggi che da veri outsider sono entrati a gamba tesa in consolle, facendo discutere e talvolta riflettere su come si sta trasformando il mestiere del dj. In uno scenario del genere, cosa può riservarci l’anno appena iniziato? Fare previsioni non è mai semplice, ma se il nostro lavoro è quello di fare la cronaca di ciò che succede, una parte di esso consiste anche nel tentare di individuare cosa può succedere.

Musica
La dance è un tipo di musica molto particolare. Perché nasce con una funzione ben precisa, e quindi risponde a canoni e codici che devono per forza di cose portare la gente all’obiettivo prefissato, cioè ballare, muoversi. All’interno di questi codici tutto è possibile, ma il risultato finale deve sempre e comunque lo stesso. Negli ultimi due, tre anni abbiamo assistito a una deriva sempre più smaccatamente pop di certa dance, e questo ha portato a volte la musica davvero lontana dai dancefloor a favore di una dance “da stadio” che se ha il pregio di essere universale, ha il suo rovescio della medaglia nella mancanza degli elementi più squisitamente da ballo. Se quella che una volta era EDM ora è musica più furbamente “pensata per le radio”, la dance trova nuove vie nei suoni territori più classici, con techno e house in grande ascesa di popolarità (anche mainstream) – basti pensare a dj come Paul Kalkbrenner, Solomun o The Black Madonna – a hit come ‘Cola’ di CamelPhat ft. Elderbrook o ‘Devil In Me’ di Purple Disco Machine; nelle contaminazioni trap e dintorni a dare nuova spinta e una valida alternativa alla cassa in 4/4; e in tutta la grammatica ritmica caraibica e sudamericana, sempre più inserita nel tessuto sonoro della musica da ballare. Sono cicli, funziona così da sempre. Gli anni ’10 saranno ricordati come quelli in cui la dance si è definitivamente affermata come la musica popolare universale, ma in questo decennio sono tante le correnti e gli stili che hanno definito e trasformato il concetto di dance.

Festival
Inutile continuare a ripetere il solito ritornello. I festival si sono imposti come lo status symbol più affascinante e desiderabile di questo decennio, con il loro mix perfetto di experience e di “riproducibilità social”: ai festival possiamo sentire e vedere tutti gli artisti che ci piacciono in un colpo solo, immersi in un mondo magico per tre, quattro, cinque giorni. E tutto è poi spendibile sui nostri immancabili profili social: le belle foto, il mare di persone, le situazioni pazze che ci fanno sembrare protagonisti quando siamo tutti, più o meno, comparse. Quello che probabilmente inizierà a trasformarsi è il linguaggio dei festival: finora sono stati un crescendo, sempre più rutilante, carico di effetti speciali, fuochi d’artificio, esagerazioni scenografiche. Spesso così suggestive da sovrastare la sostanza: la musica. Ma anche qui, come in ogni percorso e ciclo, ci sarà un punto in cui le cose inizieranno a prendere una direzione nuova. Se mainstage come quello di Tomorrowland hanno ospitato artisti come Carl Cox e Solomun, significa che qualcosa sta bollendo in pentola. Nei prossimi anni vedremo probabilmente questa tendenza all’eccesso attenuarsi, e il linguaggio estetico dei festival “ripulirsi”, frenare negli eccessi, che non significa per forza di cose impoverirsi ma semplicemente trovare maggiore sobrietà, concetto che non contrasta affatto con la gradeur necessaria ad eventi giganteschi.

Club
Situazione opposta è quella dei club, che ogni anno di più sembrano soffrire della concorrenza dei sopracitati festival e anche di una nuova modalità di eventi che è ormai molto diffusa e senza dubbio suggestiva e redditizia per chi organizza: i party one-shot. Eventi che hanno il pregio di essere unici, in location particolari e con line up e produzioni di grande impatto. Feste che puntano sulla loro unicità, su scenografie spettacolari e sulle possibilità economiche offerte da sponsor o condizioni peculiari che rendono il party una tantum più ghiotto e affascinante per il pubblico rispetto alla consuetudine di una serata settimanale in discoteca. Da parte loro, i club sono più che mai davanti a un bivio: ingranare la marcia dello spettacolo, soprattutto quando si rivolgono a un pubblico mainstream; o puntare sulla credibilità e sulla qualità della proposta, quando decidono di dedicarsi a suoni più alternativi e d’avanguardia. Le condizioni economiche non sempre permettono la scelta desiderata, ma le strategie migliori spesso sono figlie della necessità. Anche i dj e i loro management sempre più potenti e influenti sono sensibili alla fidelizzazione, e talvolta la soddisfazione artistica e umana ha maggior valore diuna proposta economica vantaggiosa. Il vero problema sarà per chi sta nel mezzo, per quei locali che non riusciranno a trovare un’dientità ben definita.

Personaggi
Non nascondiamoci dietro un dito: il web e i social network hanno cambiato i parametri con cui viviamo ogni cosa, e non sempre in meglio. Una speranza e un aspicio per il 2018 è che finalmente tutti noi possiamo superare la sbornia collettiva che spesso ci rende ciechi di fronte alla legge implacabile dei numeri, che apparentemente attestano successo e popolarità in modo inequivocabile, ma non sono per forza di cose lo specchio di un reale gradimento e soprattutto della qualità del lavoro degli artisti. Il vizio di forma che ha portato alla ribalta numerosi personaggi perlomeno discutibili sulla base del numero dei like e dei follower verrà prima o poi superato, e non sarebbe male se proprio questo potesse essere l’anno buono per riportare finalmente in asse tutto ciò che gira intorno allo spettacolo e certamente a una popolarità talvolta effimera, ma che in primis deve avere una sostanza, un contenuto, perché la musica è arte. E il suo valore non va soppesato soltanto sul gradimento istantaneo e sul sorriso di simpatia che ci può ispirare il meme del momento. Ma necessita di un respiro diverso, più profondo.

Il 2018 è appena cominciato, forse sarà un anno di grandi cambiamenti, forse le trasformazioni saranno impercettibili. O forse una farfalla sbatterà le ali all’Equatore e un dj dall’altra parte del mondo suonerà una musica completamente diversa, destinta a fare l’ennesima rivoluzione. Chissà.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.
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