Abbiamo vinto. Per fortuna.

 

Una cosa che non si usa molto fare nel giornalismo di oggi, e che invece mi affascinava parecchio quando ero poco più che bambino e iniziavo ad appassionarmi alle lettere scritte, erano i botta e risposta tra giornalisti, scrittori e intellettuali dalle colonne delle rispettive testate. Un bel modo per accendere e tenere vivi dibattiti interessanti. Oggi purtroppo questo costume si è perso a favore di sguaiati flame da social – scritti o video – molto meno costruttivi e spesso sfogo assai poco elegante del nostro ego.
Sono invece stato chiamato in causa direttamente via Facebook da Damir Ivic, autore qualche settimana fa di un lungo e interessante articolo sul sito Soundwall, dal programmatico titolo “Abbiamo vinto noi. Purtroppo?”. Lo riassumo brevemente: partendo da un paio di post di dj (piuttosto noti) che mettono in evidenza come nel circuito delle serate ci sia (a loro parere) un certo ricorrere di “soliti nomi” (dj che suonano molto più spesso di altri), si parla di come spesso anche ciò che molti considerano “underground”, e quindi per definizione nuovo, diverso, controcorrente, sia in realtà ormai abbondantemente diventato “mainstream”, sia in termini di popolarità sia economici. Sven Vath o Marco Carola non hanno nulla da invidiare ai cachet e al numero di fan di certi artisti EDM, e Ibiza non fa certo fatturati inferiori a Tomorrowland nel corso di una stagione. Perciò da un lato, dice Ivic, noi che lavoriamo e viviamo con grande amore e trasporto la club culture dobbiamo essere fieri di aver contribuito alla diffusione della musica che amiamo – e della sua cultura -; dall’altro, dovremmo però preoccuparci del fatto che non esista più, o che si sia molto ridotto, lo spazio per l’innovazione pura e selvaggia che nasce in quei contesti di vera avanguardia, dove i soldi e le strategie contano poco e tutto è messo in moto dal cuore. Considerazioni ragionevoli, ragionate e assolutamente condivisibili. Ma visto che vengo chiamato al dibattito, raccolgo l’invito, e dico la mia spostandomi dal web alle pagine di DJ Mag in edicola questo mese (aprile 2017), in un confronto – mi auguro – costruttivo. Che vi riproponiamo anche qui in Rete, dove era nato e dove spero possa proseguire a lungo.

 

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Abbiamo fatto la rivoluzione
Se sono d’accordo, dicevo, sulle affermazioni generali dell’articolo che mi muove a questa “risposta”, perché comprendo e capisco bene la posizione dell’autore, non ne condivido la filosofia. La dance è nata come un genere musicale e anche come una cultura decisamente sovversiva rispetto a ciò che negli anni ’80 era l’establishment. Per costume sociale, genuinità e urgenza espressiva, approccio al mercato. Si faceva di necessità virtù, visti i pochi soldi e le scarsissime opportunità di mezzi e spazi a disposizione. Ma nel corso del tempo questa rivoluzione ha avuto successo, così tanto successo da diventare a sua volta come il rock’n’roll: da rivoluzione a istituzione. Non solo. Nella dance, nella musica e nella cultura del club, tra i dj, la grande omologazione subita da altre culture non è mai davvero avvenuta. Piaccia o no, Ibiza è ancora underground, lo è Sven Vath, lo è Dekmantel e lo è The Black Madonna e pure Skrillex e Hunee. Perché anche il dj che suona le super hit davanti a 50mila persone si ricava nel suo set lo spazio per mettere quel pezzaccio che tira come un treno e magari non uscirà mai in via ufficiale. Perché se Marco Carola fa i pienoni e per i puristi è sputtanato, sono i puristi a vedere le cose da una prospettiva sballata, fuori fuoco. Carola è uno di quelli che fanno il pienone suonando cinque ore di techno che non concede niente alla musica che potrebbe anche solo vagamente passare in radio o nei programmi TV più rassicuranti. Non esattamente ciò che ci aspettiamo quando pensiamo a una folla numerosa. Per questo abbiamo vinto, senza se e senza ma. Per essere riusciti a convincere milioni di persone ad amare una musica che anche quando diventa popolare non concede nulla o quasi alle convenzioni. E pensare a un “purtroppo” che significa “purtroppo questa cosa genera indotti e quindi la purezza della musica nella sua ricerca ed essenza è compromessa e sporcata con il business” (interpretazione mia, chiaramente) significa non essere realisti rispetto al mondo che c’è là fuori. Certo, si fa fatica a definire “underground” o alternativo un festival da 50mila persone o un club da 5mila con scenografie hollywoodiane e indotti milionari. Ma il fatto è un altro: è cambiata la definizione stessa di “underground” e “mainstream”, e non sono solo i numeri a fare la differenza. È una questione di immaginario e di appartenenza. Tutti sognano di diventare grandi, di essere osannati da grandi platee e rispettati per la propria musica. Oggi la club culture e la musica dance sono la figata, mentre fino a una decina di anni fa erano una più o meno grande nicchia, anche nei casi di maggiore successo. Anche quando la Love Parade faceva un milione e mezzo di partecipanti, la narrazione della club culture era sempre contro-culturale. Mentre oggi  possiamo dire “abbiamo vinto” e questo implica essere protagonisti, non “contro”. E se un’altra via esiste ancora, ed è così, ha sicuramente cambiato il proprio DNA e paradigma. Intanto, bisogna vedere ci si arriva al mainstream o semplicemente a essere i “soliti nomi”, con quali compromessi e attraverso quali cambi di rotta. La coscienza è a posto? Per molti, probabilmente, sì. Per altri no. Per altri ancora, esiste una normalissima invidia – anche sacrosanta in certi casi – rispetto a chi ha avuto più successo.

 

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Bisogna saper vincere
Il mio background personale è molto vario e molto poco ideologizzato. Damir a un certo punto del suo articolo spiega come la testata per cui scrive faccia da sempre il tifo per una mentalità e un tipo di clubbing ben preciso. Non è un mistero. Io sono esattamente il contrario. La mia formazione mi ha sempre portato ad amare molto cose diversissime tra loro, artisti da milioni di copie e tour faraonici e dj di culto da cinquanta paganti. Lo stadio e il circolino di provincia scalcinato. Ho sempre considerato e soppesato la musica non su quanto fosse cool o “ideologicamente corretto” endorsare, ma da ciò che mi dice il cuore. Con questo spirito ho iniziato a scrivere per DJ Mag qualche anno fa, con lo stesso spirito scrivo ora. Ma ho imparato una cosa che reputo importantissima e fondamentale in questo lavoro. Fare un passo indietro per vedere il quadro nell’insieme e non il singolo dettaglio, essere obiettivo nel contestualizzare un disco, un artista, un fenomeno, e nel contempo non perdere di vista il mio gusto e la mia capacità di giudizio sicuramente personale, ma onesta. Non essere prevenuti è cosa difficilissima, anche quando siamo in buona fede, ve lo assicuro. Una parte di me è da sempre attratta dalle novità, da ciò che va al di là del già sentito, che ormai è noto e svelato; un’altra invece ama la meraviglia delle grandi produzioni, delle storie di successi eccezionali, della grandezza di chi riesce a diventare conosciuto e noto a tutti. E devo dire che più di ogni altra cosa, mi rende felice vedere che la musica dance e la sua cultura siano diventati una di queste storie. Sono cresciuto in un paese di provincia, sognando Milano, Londra e Ibiza. A sedici anni i miei amici ascoltavano Vasco-Liga, il più classico conformismo. E mi davano spesso dello stupido, o perlomeno dello strambo, perché perdevo tempo dietro a quella che “non era musica”, perché “la musica non si fa con i computer” e “i dj non suonano”. Questo ha innescato in me la reazione più ovvia, avvicinandomi a tutto ciò che fosse “contro”, alternativo, diverso. E diventa un vestito e una forma mentale, una mentalità altrettanto uniformata a quella di chi sta con la maggioranza. È come in politica. Ci si schiera, si indossa una maglia e si sceglie la propria squadra e bandiera. Poi ho capito che ci stavo stretto, nelle categorie, non me ne è mai fregato niente. Ed è più comodo essere inscatolati, anche facendo il mestiere di chi deve fare la cronaca con la maggiore obiettività possibile. Perché ci si rende riconoscibili, rassicuranti per chi è già d’accordo con noi. So che quella testata e quell’autore rappresentano la mia bandiera, dirà bene di questo artista e genere, male dell’altro, cercherà di sorprendermi con un parere opposto a quanto è lecito aspettarsi su quel nuovo attesissimo album e così via. Io non ho problemi a dire che mi piace il disco di Pugilist (che conosceremo in due) e quello di Major Lazer. Sono sincero, non mi vergogno di godere come un pazzo con The Chainsmokers e al Tomorrowland e di andare a cercare robe assurde scandagliando il web o infilarmi da solo in serate da trenta paganti. Ma vedere che i dj sono diventati le vere superstar, a me non dispiace affatto. Mi dà grande soddisfazione sapere che il mio mondo, un tempo inevitabilmente considerato di serie B, è oggi la Champions League. Quindi pensare che dopo le parole “abbiamo vinto” ci sia “purtroppo” mi mette addosso una tristezza infinita, come se restare in pochi a raccontarci tra noi di quanto sia figo essere per sempre la minoranza sia davvero bello e non un po’ frustrante. Abbiamo vinto? Evviva! Non aspettavo altro!! Sognavo di vedere un dj suonare in uno stadio, lo sognavo davvero, non posso che esserne felice!

 

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Il mondo è piccolo come un click
Lo scenario che ho descritto fino a qui, però, ha delle conseguenza. Perché fino a quando facciamo una cosa che ci piace e ci fa sentire bene, anche se siamo in quattro gatti, va bene così. Anzi, il fatto di essere in quattro gatti spesso rafforza il senso di identità e di appartenenza. Ma quando il gioco va così bene da piacere anche fuori dal ristretto cerchio magico degli appassionati della prima ora, le cose si complicano. La solita vecchia storia. Entrano in ballo fattori di organizzazione, lavoro, mansioni, denaro. Non si scherza più. Ed è esattamente quanto accaduto alla nostra amatissima club culture. Il fatto che io ribadisca la mia libertà intellettuale e rinneghi l’appartenenza al fortino dell’EDM o alla legione dei paladini dell’underground non significa che non abbia dei gusti di massima e spirito critico affilato. Conduco e curo un programma su una webradio che si chiama Casa Bertallot, mi occupo di musica da club “diversa”, siamo piuttosto lontani dal mainstream comunemente definito. Il mio orientamento è abbastanza netto, anche se naturalmente apertissimo a senza preclusioni. Quando Martin Garrix fa un grande pezzo, lo riconosco e lo apprezzo, lo suono e ne faccio un’analisi che tiene conto di tanti fattori diversi, anche “ambientali”, diciamo così. Dire che l’underground non esiste più è una balla. Esiste, più che mai, il nuovo, il rinnovamento costante, ma non esiste più l’underground di una volta, carbonara e segreta, difficile da reperire. Perché oggi siamo immersi in un mondo troppo connesso, non c’è margine per essere periferici. Se qualcosa funziona, stiamo certi che nel giro di un anno al massimo qualcosa succede. Il gqom viene dalle township sudafricane, baraccopoli con poca connessione web e pochissimi mezzi per fare musica, eppure la sua originalità è rimbalzata in tutto il pianeta. Molti fenomeni che fino a pochi anni fa avremmo vissuto come davvero microscopici oggi hanno l’opportunità di sbocciare per un pubblico ampio: Bonobo due sere fa suonava a Milano in un club da oltre 3mila spettatori tutto esaurito. Pochi anni fa ne avrebbe fatti un terzo, ad andar bene.

 

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La responsabilità della vittoria
Questo non significa che ci sia una meritocrazia assoluta, le cose cambiano da moltissimi punti di vista e oggi bisogna essere sgamati e furbi, oltre che bravi, facendosi voler bene e creando affezione in un mondo sovraccarico di stimoli e pronto a farci diventare fenomeni in sei mesi e dopo altri sei a dimenticarci. Anche l’underground nasce quasi mainstream, per forza di cose, per la portata dei numeri e la facilità con cui si creano comunità in pochi click. E tutto il sistema si adegua, perché l’economia è un organismo capace di adattarsi ai cambiamenti in modo rapido e intuitivo. È un paradigma nuovo, e qui riprendo quanto dicevo. Né migliore, né peggiore. Diverso. Le agenzie di booking, i manager, chi si occupa di promozione, chi in questa catena viene prima di tutti e scopre i talenti che non sono ancora noti. Tutti hanno modificato il proprio modo d lavorare in funzione di cosa oggi ha maggiore potenziale, è scontato da dire. Ma come sempre, noi spettatori veniamo prima di tutti e possiamo decidere cosa farci piacere cosa no. Anzi, più che mai. Abbiamo in mano la favolosa opportunità di impiegare il nostro tempo e la nostra attenzione in tutto ciò che ci entusiasma, abbiamo vinto due volte. Riflettere sul fatto che abbiamo vinto è costruttivo, essere prudenti è sacrosanto. Essere scettici e chiedersi “purtroppo?” io lo vedo però come un autogol, come un’ammissione a non voler mai vincere. Perdere è più semplice, essere l’opposizione è più semplice. Ma carichiamoci sulle spalle la responsabilità della vittoria, che è una sfida migliore.

Un momento molto particolare, in cui rischiamo di diventare già “post”. Post-qualcosa. Post-rock, post-EDM, post-club. Spero non post-rilevanti. Ma se tutto si è appiattito verso il mainstream, nel senso che ormai anche le cose più underground o alternative hanno la possibilità di diventare note in pochissimi tempo grazie alla diffusione capillare del web, dobbiamo stare attenti che questo gorgo non ci travolga e risucchi.

 

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L'autore: Alberto Scotti
Alberto Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico. Producer con molte release alle spalle e qualche presenza nella Top100 di Beatport.
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