• Anteprima

  • 23 settembre 2016

  • scritto da Alberto Scotti

[ANTEPRIMA] L’evoluzione della specie – parte 1

 

 

Un’anteprima di un lungo e approfondito articolo che troverete in edicola, integralmente, su DJ Mag di ottobre. Un piccolo regalo per un argomento che ci sta molto a cuore, perchè ripercorriamo la storia e l’evoluzione della figura del dj.

Un microfono e due giradischi. Questo era il mestiere del dj, prima di diventare arte, prima di diventare virtuosismo, prima delle tecnologie digitali, prima della guerra vinile/computer, prima dei fuochi d’artificio, dei jet privati; prima delle ancelle con la vodka e delle torte sul pubblico, il dj era un intrattenitore. E il suo ruolo era spesso più vicino a quello di un juke box umano che di un artista. Era quella figura che “copriva” il momento di pausa della band in quelle che non erano più balere ma non ancora discoteche. Relegato in un angolo, con i dischi scelti e comprati dalla proprietà del locale, il dj era il cuscinetto in diffusione nella pausa della musica dal vivo. Ma stava già diventando qualcos’altro.

 

 

Block_party

 

The get down
La prima rivoluzione arriva dal South Bronx e da Harlem. Una musica nera che nasce per strada, con i block party, le feste di quartiere, spesso illegali, improvvisate, un accrocchio di persone che si trovano per ballare e fare casino nelle strade della New York degli anni ’70, disastrata e pericolosa nella centralissima Manhattan, figuratevi nel famigerato Bronx. Le giovani generazioni di afroamericani, che vivono letteralmente in ghetti di povertà e disagio, si inventano una musica fatta di mezzi poverissimi e di tanto ingegno: il rap. L’MC (Master of Ceremony) inventa frasi in rima su un beat fatto di pezzi di altri brani. Per la prima volta, il dj diventa un artista: bisogna utilizzare solo le parti strumentali dei dischi per poter costruire una base dove il rapper può snocciolare le sue rime, e i soldi sono pochi, non si possono comprare dischi nuovi. Allora che si fa? Si recuperano i dischi dei genitori, dei fratelli, tutto il repertorio della musica black, dal jazz al funk al soul, e li si utilizza sviluppando l’abilità di far combaciare due parti di beat identiche senza strappi (beatmatching), oppure di creare una musicalità attraverso un intervento sul movimento del vinile sulla puntina (scratching). È nato l’hip hop. I party funzionano così bene che conquistano i club di New York e i dj prendono in mano il microfono per diventare degli intrattenitori a tutti gli effetti. In altri casi, invece, creano insieme agli MC una macchina da divertimento perfetta. E il dj assume una rilevanza artistica, per la prima volta nella storia. Con un ruolo ben preciso, che non è quello del filosofo ma dell’intrattenitore.

 

 

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Dance revolution
L’altra rivoluzione arriva sempre dagli States, questa volta a Chicago e Detroit, anche se già possiamo già vederne i primi focolai nell’Italia del Cosmic e della Baia Degli Angeli così come nella New York della disco. Ma la ritmica in 4/4 diventa religione a Chicago, quando a metà degli anni ’80 fiorisce una scena sotterranea (underground) di club in cui la comunità gay trova un territorio protetto dalle discriminazioni sociali quotidiane. Etichette come la DJ International e la Trax iniziano a stampare dischi prodotti da ragazzi che smanettano con le macchine capaci di produrre e registrare suoni elettronici. Il pragmatismo americano chiamerà questo modo di concepire la musica semplicemente house, perché è fatto letteralmente in casa. Prodotto da pionieri come DJ Pierre e l’appena scomparso DJ Spank-Spank, e spinto da dj leggendari come Frankie Knuckles, Marshall Jefferson, Larry Heard, Ralph Rosario, questo suono attecchisce in fretta. Contemporaneamente, a Detroit il triumvirato Derrick May-Kevin Sanderson-Juan Atkins dà vita alla techno, e anche qui la storia è nota. Se abbiamo detto che il dj nell’hip hop non è un filosofo, a Chicago e soprattutto a Detroit lo diventa. Nel primo caso piuttosto inconsapevolmente, perché il dj house fa divertire il proprio pubblico ma assume su di sé, inevitabilmente, un’investitura cavalleresca di rappresentante della comunità, una sorta di paladino dei diritti civili dei neri e degli omosessuali, anche se vi può suonare come una cosa forte e un filo esagerata. Nel secondo caso, con la techno nasce proprio una filosofia ben precisa, perché Detroit è la città industriale americana per eccellenza, la metropoli delle automobili e della tecnologia, delle catene di montaggio e della crisi economica delle periferie, quando il sogno americano dell’era Reagan inizia a scricchiolare per poi schiantarsi. La Detroit profetizzata nel film Robocop di Paul Verhoeven nel 1987, ambientato in un futuro distopico dove la città è sul lastrico e la criminalità dilaga, sembra essersi avverato ai giorni nostri. Se è vero che gli artisti sono i primi a intuire gli scenari futuri grazie alla loro sensibilità, nel caso dei primi produttori techno tutto questo si realizza in pieno. La techno mette in scena e incarna un futuro poco rassicurante, una fusione ideale di uomo e macchina, e il dj per la prima volta si pone su un piedistallo diverso da quello puramente spettacolare, ma di ordine culturale.

 

 

 

USA-UK-Germania-Italia-Ibiza
Che succede negli anni ’90? Crollano muri (e Muri), si accorciano distanze, i fax diventano e-mail, le business class voli low-cost. Il titolo di questo capitolo è un biglietto aperto per la globalizzazione. Soprattutto culturale. E allora il dj inizia a viaggiare a un’altra velocità, a darsi un tono, a cambiare i propri connotati. Come una specie in evoluzione. Dal dj di Neanderthal al dj Sapiens. Una trasformazione anomala. Ricordate il dj animatore degli anni ’80 con il microfono in mano? Dimenticatelo. Nei ’90 la musica diventa la lingua parlata dai dj, e “quelli col microfono” sono considerati di serie B, buoni per animare e intrattenere le piste più facilone e commerciali, in un periodo in cui si va affermando la figura del dj star, che sia locale o internazionale. Dagli USA la acid house ha attecchito a Londra e Manchester, e personaggi come Paul Oakenfold, Danny Rampling, Carl Cox stanno scrivendo pagine importanti della club culture, in patria come a Ibiza. E per gli inglesi la faccenda è seria, infatti appiccicano la parola culture, cultura, al club, e fondano le riviste (come quella che state leggendo, per intenderci). Niente cazzeggi, i dj sono artisti che vi fanno scoprire la musica che voi non sapevate di volere. Diventano sacerdoti, sciamani (paragone molto in voga all’epoca), pronti a portare la tribù (altro paragone molto Nineties) verso nuovi livello di conoscenza. È l’era dei rave, che da Londra si diffondono nella nuova Germania unita, in Italia (Roma soprattutto) e nel resto d’Europa. Uno spirito liberatorio e mistico che eleva il dj a una statura mai pensata prima. Un po’ per i dischi misteriosi che suona in anteprima e possiede solo lui, un po’ per l’iconografia che si delinea come quella dell’anti-rockstar, divo ma schivo, il dj diventa un idolo, un feticcio. Nascono i programmi radiofonici, i mega rave da un milione di persone e i festival rock vedono per la prima volta i gruppi dance e i dj sui mainstage (Prodigy, Chemical Brothers, Moby, Goldie, Paul Oakenfold). Nel nostro Paese il dj con il microfono è quello più famoso in questo periodo, si chiama Albertino ed è un fuoriclasse di quell’intrattenimento in netta controtendenza con il momento. Eppure gode di una credibilità solida anche tra i sultani delle consolle prestigiose e assai meno “popolari” dei privée house (Joe T Vannelli, Ralf, Rocky Montanari, Coccoluto) e dei superclub techno (Mauro Picotto, Mario Più, Cirillo).

 

La storia continua su DJ Mag n.64, in edicola a ottobre.

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L'autore: Alberto Scotti
Alberto Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico. Producer con molte release alle spalle e qualche presenza nella Top100 di Beatport.
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