• Audio

  • 9 gennaio 2017

  • scritto da Federico Piccinini

Ascolta quel che ti pare, purchè sia musica

 

Negli ultimi mesi mi sono spesso trovato in difficoltà ogni qualvolta qualcuno – addetto ai lavori o meno – mi chiedesse quale fosse il mio genere musicale prediletto. Ho spesso risposto con il classico “ascolto di tutto”, una frase che non lascia indizi sulla tua cultura musicale e che sembra la risposta generica di chi in realtà ascolta poco. Ho sempre considerato un difetto il non saper rispondere alla domanda, ripromettendomi di fare chiarezza mentale e trovare qualcosa con cui replicare. Inutile che vi descriva l’incidente mortale che si verifica nella mia mente quando mi chiedono chi sia il mio artista preferito. Quindi ho provato a prender di petto il “problema”: non ho assolutamente un genere prediletto. Il che non mi ha di certo mandato in depressione né istigato alla fuga su un’isola deserta, ma mi ha sicuramente fatto riflettere. È un bene che Flume e Kölsch mi piacciano alla stessa maniera? E che tra Baauer e Jackmaster non saprei proprio chi preferire? Oggi so rispondere a questa domanda. Sì, è un bene.

 

 

C’è tanto da ascoltare

Sono cresciuto in una città come Roma, dalla robusta scena underground che dal 2006 – anno del mio esordio nel magico mondo dei club – mi offre ogni settimana il meglio della techno e dell’house in circolazione. Allo stesso tempo, con un background punk rock, sono cresciuto come PR e appassionato di musica elettronica, vivendo in pieno il boom dell’EDM e innamorandomi, come quasi tutti i giovani della mia età, dei superstar dj che – gloria di tempi passati – non perdevano occasione di far capolino spesso e volentieri nella capitale. In un contesto del genere, i più grandi che mi vedevano al Goa a molleggiare sulle note di Giancarlino e Villalobos non concepivano la mia presenza nei privèe delle tappe romane di Tiësto, Ingrosso e Alesso. Rispondevo che era una questione di mood: la techno mi dava un’idea di intimità, ricercatezza, approfondimento, la big room mi trasmetteva adrenalina e spensieratezza. “Se ti piacessero davvero questi generi, non ascolteresti quelli” mi rispondeva la stragrande maggioranza dei miei amici. Al boom dell’EDM è seguito il suo inevitabile calo di originalità che mi ha spinto, negli ultimi anni, a seguire correnti diverse avvicinandomi a generi meno esplorati in Italia, come il wonky australiano, la trap americana e la bass house inglese. Il bisogno morboso di allungare la mia libreria musicale e il mio tasso di dopamina ha preso il sopravvento. A ciò aggiungiamo che, negli ultimi tempi, ho rivalutato i nuovi act del rap italiano così come quelli dell’indie pop, che mai come nel 2016 ha subito così tanta visibilità mediatica, tra The Giornalisti, I Cani, Ex-Otago, Calcutta e compagnia bella. Perché ogni tanto la leggerezza mi piace. Guardavo ‘Youth’ di Sorrentino qualche tempo fa, che fa della leggerezza la spina dorsale del film: l’arte del non dar peso, di accettarsi per quel che siamo e che ci piace. Il mio “orecchio universale” mi ha permesso di spaziare nel lavoro, permettendomi di mettere tranquillamente le mani in qualsiasi settore musicale, lasciandomi allo stesso tempo il dubbio esistenziale di cui vi accennavo all’inizio. Ma dopo questa lunga digressione è il momento di arrivare al punto. Ultimamente abbiamo lanciato diversi dibattiti tra appassionati , dai dj che fanno finta di suonare a quelli che si drogano, dalla traccia di 12 minuti tutta uguale ai brani “copia-incolla”. Non ci trovo nulla di male, il dibattito tiene acceso il fuoco e suscita interesse, confronto. Lunga vita al dibattito. Tuttavia, lasciatemi dire una cosa.

 

 

Il fascino dell’incoerenza

C’è bisogno di curiosità. Quella voglia che ogni tanto ci spinge a fare reset, a ridisegnare i nostri schemi mentali, cercare il minimo comun denominatore che regna le nostre vite in nuove realtà che prima non avevamo considerato. Parlo della bellezza: i canoni con cui essa viene percepita sono soggettivi, ma allo stesso tempo modificabili. La musica è emozione e dove c’è emozione c’è bellezza; perciò impazzisco ugualmente per l’ultimo EP di Fango come per quello di Getter. C’è bellezza in entrambi, che non sempre corrisponde a complessità, anzi molto spesso trova forza nella semplicità. Quindi cari technofili incalliti, provate ad ascoltare il nuovo pezzo di Marshmello, magari da un punto di vista differente, con un set mentale completamente rinnovato, e così voi devoti al PLUR appassionati di big room, fatevi un viaggio musicale tra le leggende di Time Warp, Circoloco e compagnia. Un po’ come andare ad una mostra di un pittore che non c’entra assolutamente nulla col vostro gusto, entrando quasi a denti stretti: se alla fine vi dovesse piacere, avete costruito un ponte sul fossato. Non nascondetelo per mantenere una futile “coerenza culturale” perché vi state negando un piacere assolutamente innocente, e la cultura di coerente non deve aver proprio nulla, rappresentando anzi la massima espressione dell’apertura mentale. James Lowell diceva che solo i morti e gli stupidi non cambiano mai idea. Però scavate a fondo, prima di dire che qualcosa vi fa schifo, perché sono – siamo – stufi di sentir dire roba come “no guarda io sta cosa qua non la concepisco proprio” quando non si è prestato l’orecchio a dovere.

 

 

Un’utopica eterogeneità 

Se utopicamente tutti ragionassimo così, le maggiori case discografiche si darebbero un gran da fare a rompere qualche schema e proporre game changers che osino e che abbiano il coraggio di insegnare qualcosa di nuovo al grande pubblico; le grandi scommesse discografiche sarebbero ben differenti, altro che LOL dance. Poi i gusti sono e resteranno sempre gusti, e il rospo vedrà sempre nella femmina di rospo la sua idea di bellezza assoluta. Questo per dire che non ho assolutamente nulla contro chi ascolta un unico genere musicale – sicuramente meglio degli “atei di musica” – dopo aver approfondito e provato ad interpretare il resto. Il punto è che i pregiudizi uccidono l’evoluzione e ci nascondono un’enorme fetta di mondo che semplicemente non consideriamo come esistente.

Lasciate che il 2017 sia l’anno della sperimentazione, dell’apertura mentale assoluta. Dite sì a quel vostro amico che da tempo cerca di convincervi ad andare al suo continuativo dove fanno “musica strana” o provate a buttarvi in un festival di cui non conoscete minimamente la line up. Tanto che avete da perdere? Provate a vivere da onnivori musicali e la vostra fame sarà assolutamente implacabile. Anche perché l’appetito vien mangiando.

Buon anno a tutti.

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L'autore: Federico Piccinini
Ventitre anni di cui una buona parte vissuta nel club, ama inseguire la musica elettronica per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del genere. Appassionato anche di cinema e fotografia, sta vivendo le prime fasi di una carriera interamente dedicata alla musica.
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