Mercoledì 18 Luglio 2018
Interviste

Carola Pisaturo: vola come una farfalla, pungi come un’ape

Un'intervista in cui una delle più note dj italiane racconta molti risvolti della sua vita, dagli esordi in consolle al rapporto con i social network, dall'evoluzione della professione di dj alle discriminazioni più o meno presenti nel nostro mondo

Questa citazione di Mohammed Alì la utilizzo spesso, in molte situazioni differenti. La trovo straordinariamente poetica ma fortemente concreta. E sono proprio le parole che mi vengono in mente se mi chiedete di descrivere Carola Pisaturo in una frase. Leggera, sorridente, con gli occhi prima ancora che con le labbra. È una persona dotata di enorme ironia e umorismo. La stessa che noterete in quest’intervista. Leggera, come il volo di una farfalla. E poi, contemporaneamente, punge come un’ape quando è in consolle, picchia duro, senza fronzoli, ha gusti musicali decisi e perentori. Pungente, come un’ape. Lo scoprirete leggendo quest’intervista, apparsa in edicola in versione integrale su DJ Mag n.78 (Marzo 2018), in cui si passa da argomenti più curiosi a questioni decisamente attuali e non proprio leggere come le discriminazioni e il rapporto con i social network. Ragione in più per leggere un punto di vista sicuramente interessante.

Com’è iniziata la tua storia artistica?
La mia storia è iniziata a Napoli, io vengo da lì anche se sono nata a Roma. Il lavoro di mio padre mi ha portata da piccola a compiere vari spostamenti, però dai 9 ai 18 anni abbiamo vissuto a Napoli e quindi mi ritengo napoletana. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei Duemila, Napoli era uno dei centri mondiali della techno. Mi esercitavo con i giradischi del mio ragazzo di allora (che non era un dj) e dopo mesi andai nei locali a chiedere di suonare. La mia prima data in assoluto fu in un piccolo localino, ma la seconda – che poi era la prima vera in un club – fu l’apertura per una serata dove l’ospite era Sven Väth. Pazzesco.

E poi sei venuta a Milano?
Sì, a frequentare la SAE, una scuola per producer e ingegneri del suono. Trovai un lavoro in uno studio di registrazione, venivano i Tiromancino, Gigi D’Alessio… non esattamente la musica che mi piaceva, ma sicuramente artisti di grande levatura. Imparai molto. Ma a un certo punto iniziavo a sentire l’esigenza di pensare a un progetto mio, passavo in studio davvero moltissimo tempo, non tornavo mai a casa, non c’era un attimo di relax, e tutti questi sacrifici per qualcosa che non era il mio obiettivo mi sono sembrati un gioco che non valeva la candela. Perciò mi dedicai alla mia carriera da dj, alla creazione della mia etichetta discografica, e a farne un lavoro che potesse sostentarmi completamente. Cosa che avviene da un po’ di anni, ormai.

Come è nata la tua label Claque Musique?
Quando ero a Napoli avevo fondato un’etichetta con Davide Squillace e alcuni amici. Un’esperienza che mi aveva divertito molto. Poi quell’idea di collettivo si fermò e mi sono rilanciata da sola con Claque Musique. Ho pensato che aprire una mia label fosse la soluzione migliore per pubblicare la mia musica. Più tardi ho cominciato a produrre anche diversi altri artisti in totale libertà: non abbiamo obiettivi come far uscire tot dischi all’anno, e non mi interessa star dietro agli artisti che hanno hype. Pubblico semplicemente tracce in cui credo e che incontrano il mio gusto.


Oggi il lavoro di un dj è fatto di molti fattori. Come gestisci le tue giornate lavorative tra le serate, l’etichetta, i dischi, la comunicazione e tutto il resto? Claque Musiche ti porta via molto tempo?

Quando ho iniziato con Claque facevo tutto da sola. Poi è subentrato Andrea Introvigne, mio socio che si occupa di molte cose pratiche e mi aiuta sul lato artistico. Da un anno ho anche una label manager che ha preso in mano tutte le faccende di catalogo, di numeri, di conti, vendite, percentuali, che non sono proprio roba per me.

Invece la vita da dj?
La verità è che ormai non si può prescindere da alcuni aspetti del lavoro che sono spesso autogestiti, e mi ritrovo a stare ore davanti al computer facendo cose che non c’entrano nulla con la musica: permessi, biglietti, organizzazione generale, promozione. E qui si apre una scelta: o ti affidi a un’agenzia o fai da te.

Che significa “fai da te”?
Significa gestire la foto da mettere su Instagram, significa veicolare le notizie importanti negli spazi importanti, significa curare ogni aspetto della sfera comunicazione/immagine/promozione. Per l’estero il mio management è affidato a Cocoon. Per l’Italia mi affido a Laterra, che io chiamo “agenzia a conduzione famigliare” perché siamo Ralf, io e pochi altri, non ha una struttura classica da agenzia. E qui ho iniziato a lavorare con Erica Cevro-Vukovic, una persona di esperienza e un’amica. E con lei ho fatto una di quelle scelte giuste della vita, perché ci intendiamo a meraviglia, c’è fiducia, c’è sintonia sulle decisioni e sui dettagli.

Hai un’amicizia molto solida con Ralf. Come si è sviluppato il vostro rapporto negli anni?
Per me è un punto di riferimento totale. Quando l’ho conosciuto e ho visto dove vive, come vive, il “distacco” sereno che ha dal frullatore del nostro mondo, mi sono resa conto di molte cose. Tutti ti dicono di andare sempre alle feste, di fare contatti, di non staccare mai dalle relazioni professionali. Invece grazie a lui ho capito che non è vero, anzi che non mi devo sentire in colpa se vivo male la pressione di dover essere in tutti i party, e non andarci se non ne ho voglia. Io sono un po’ solitaria, amo il mare, la campagna, non ho mai creduto che fosse necessaria questa presenza costante agli eventi per tessere relazioni. Grazie a lui ho imparato che è possibile viverla in modo più consono alla mia identità.


Come vivi i social?

Facebook è stata la mia grande fortuna, perché riuscivo a farmi conoscere pur non avendo un’agenzia, un manager, un ufficio stampa. Ora le cose non sono proprio come prima: ho rallentato il mio rapporto con i post e ho capito quali sono i ritmi che mi piacciono. Anche le assenze hanno un significato. Poi sai com’è, un profilo professionale a volte cozza con il modo in cui una persona lo gestisce. Persone con cui lavoro, anche molto importanti, mi hanno detto come gestirmi: non postare le foto con il cane, non essere così ironica… ma sono gli aspetti che voglio mostrare di me, accanto a quelli strettamente da dj. E quindi non li ascolto! Che male c’è? Mi sembra tutto così ipocrita…

Hai tanti haters?
Mmm… no, rispetto a quello che vedo in giro no. Poi sai anche tu, ci sono sempre gli stupidi che quando vedono la mia foto in Rete partono con il classico “chissà a chi l’avrà data”, ma quella gente si squalifica da sola. Non mi danno fastidio.

È un’accusa che ti sarà stata rivolta in automatico tante volte, immagino. Ti dava fastidio all’inizio?
Qualche anno fa sì, una volta in mezz’ora avevo centinaia di commenti molto pesanti sotto una mia foto, e io ero pietrificata, mi sono messa a piangere. Con un mio amico sono risalita alla trollata organizzata da un gruppo di persone, tuttavia ho avuto un momento davvero traumatico. Poi mi sono fatta degli anticorpi. Ma c’è anche un aspetto dei social molto bello: ad esempio le donne mi fanno parecchi complimenti e questo per me è motivo di enorme orgoglio. Si lasciano andare ai complimenti molto più degli uomini, forse perché cerco di evitare gli atteggiamenti sexy e ammiccanti.


All’interno del nostro ambiente hai mai avuto l’impressione che qualcuno si appropriasse a te per fini non soltanto artistici e professionali?

Proprio per questa paura, per anni andavo a suonare struccata, in tuta, cercando di imbruttirmi, per evitare ogni ambiguità. Poi ho preso fiducia e ora metto la gonna, mi trucco, voglio sentirmi bella. Diciamo che oggi è più comune vedere una donna in consolle, prima nel nostro ambiente era raro, oltretutto nell’ambiente techno. Però ti dico, ovviamente ho avuto tante mani sul culo, ho ricevuto frasi sbagliate…

Mani sul culo?
Uhhhh, hai voglia! Mentre stai suonando non puoi farci molto, o lasci perdere o molli la consolle. Penso sia una pessima abitudine ma come mi dicevi tu prima di iniziare l’intervista, tutto il terremoto mediatico del mondo del cinema ha scoperchiato una pentola che sta bollendo da sempre. Ti dico la verità, io sono abituata all’uomo che corteggia, anche in maniera goffa, anche in maniera “violenta”. Ovviamente è tutto da bloccare, denunciare, portare alla luce quando si supera una soglia di rispetto, però credo che il sesso sia parte della nostra vita: una donna si veste, si trucca, va in palestra anche per piacere. Lo stesso gli uomini, eh. Siamo animali, quasi tutto nelle vite degli esseri umani si basa sull’attrazione. Io sono molto istintiva, penso che il primo contatto tra due persone abbia sempre un pensiero di tipo sessuale, anche inconscio. “Mi piace?”. Lo pensiamo tutti, credo. L’attrazione è qualcosa di biologico, ancestrale.

Io la vedo esattamente come te. Però per ragioni storiche, culturali, per un uomo è più semplice. Non che sia giusto, ma è un fatto. È accettato che un uomo corteggi una donna anche in maniera esplicita. Anche negli ambienti lavorativi. D’altronde, è difficile capire dov’è il confine, in tanti casi. Sul lavoro nascono moltissime relazioni, eppure dovrebbe essere una cosa assolutamente impensabile. Ma succede. E non si tratta sempre di posizioni di forza dettate dal potere. A meno che non ci sia violenza, come lo si stabilisce? Provarci è lecito. Ci sono tantissime sfumature.
A me dà quasi più fastidio la violenza “mafiosa” sul lavoro: “se tu vai a suonare da loro con me non lavorerai più, né con i club dei miei amici”. Questo è peggio dell’approccio sessuale goffo del promoter o del proprietario del club che a fine serata, dopo qualche drink in più, ci prova in modo goffo. Perché quello posso capirlo. Non mi è piaciuto assistere a tutto il polverone mediatico di questi mesi, nonostante fosse partito da un’istanza giusta e nobile, sia chiaro. Non voglio passare per quella che giustifica la violenza, per carità.

Oh, a me è successo di chiedere scusa la mattina per averci provato male la sera prima con qualche amica dopo un paio di drink di troppo.
Ma anche a me, ma scrivile queste cose! Siamo esseri umani, siamo animali, succede. Poi lavoriamo in un ambiente di divertimento e svago, non facciamo finta di non sapere dove siamo. E ribadisco, mi disgusta molto di più la violenza di potere come ti dicevo prima.


Come sei arrivata ad essere una persona rispettata da tutto l’ambiente musicale?

Penso perché all’inizio non mi sono posta come quella che metteva l’immagine di mezzo. Poi ero un’integralista del vinile, niente USB, ne facevo una bandiera. Ora non più, però mi sono approcciata a questo ambiente con una focalizzazione totale sulla musica e credo che in molti scettici abbiano pesanti quasi subito “questa è una seria”.

Come vedi tutte le webstar che si danno alla consolle? Loro sono seri?
Non mi interessa se sono seri o meno. Non mi danno proprio fastidio, non saranno tutti stronzi, no?

Ahahah!
No, seriamente, sono persone. Vanno rispettate. Li vedo così distanti da quello che faccio io che trovo inutile perderci tempo e scatenare diatribe filosofiche sulla sacralità del lavoro del dj. Io faccio la mia cosa, sono serena e felice. Loro pure. Sono due professioni diverse, per quanto siamo distanti, non mi sento “minacciata” da cosa del genere. Non scherziamo.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.
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