Mercoledì 16 Agosto 2017
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Ecco come lo streaming ha ristrutturato la musica

 

Per un artista che aspira ai grandi riflettori e ai migliori palchi del mondo, pensare di avviare una carriera artistica senza un occhio ai canali streaming costituirebbe un’importante marcia in meno. Probabilmente imprescindibile oggi. Questo perchè – ormai è cosa nota – gran parte della scalata al disco di platino oggi si gioca proprio sullo streaming, tra Spotify, Apple Music e compagnia.
Vi abbiamo parlato più volte di come la nuova filosofia dell’accesso che ha superato il possesso della musica abbia rivoluzionato il nostro approccio a quest’ultima. Comprare vinili è un’attività (fortunatamente) ancora diffusa, acquistare brani su iTunes non è sicuramente una procedura antiquata, ma la maggior parte di noi i propri artisti preferiti se li ascolta su quell’app dall’icona nero-verde, a 9,99€ al mese, attraverso playlist pre-impostate o personali raccolte di brani pescati qua e là tra le librerie delle novità.

L’immensa popolarità di cui godono oggi queste piattaforme non poteva che andare a rivoluzionare non solo il metodo di ascolto del pubblico, ma anche la struttura stessa dei brani  (pop e non solo) che ogni stagione ci ritroviamo ad ascoltare. Siete scettici? Eppure c’è dietro uno studio dell’Ohio University, condotto dal dottorando Hubert Léveillé Gauvin e pubblicato sul portale Musicae Scientiae, che analizzando l’archivio delle canzoni entrate in top10 su Billboard tra il 1986 e il 2015, ha appurato di come la composizione stessa del pop si sia rivoluzionata nel tempo, in particolare in seguito all’avvento dello streaming. Trovate qui l’analisi completa, nel frattempo andiamo a vedere i punti salienti.

 

 

Il titolo della canzone
Partiamo dal nome dei brani. Dimenticate i lunghi titoli, i concetti astratti, il pensiero corale del brano racchiuso in una frase. ‘Lucy In The Sky With Diamonds’ oggi sarebbe stata semplicemente ‘Lucy’. O meglio, ‘LSD’. Parole brevi, istantanee, semplici da ricordare. In un’industria in cui sei costantemente bombardato di nuove uscite, scoperte giornaliere e hit radiofoniche ogni mese, non è più conveniente complicare il primissimo approccio dell’ascoltatore col brano. È un dato di fatto: ascoltiamo tutti una vagonata di musica ogni giorno.

 

La cara e vecchia intro
Chi non si ricorda la parte strumentale di un minuto all’inizio delle dance hit? Negli anni le abbiamo sentite prevalentemente negli original mix, ma anche quello delle tante versioni differenti, radio e club edit, extended version, è  un fenomeno destinato a scomparire. Il brano inizia subito, con un’introduzione strumentale di una manciata di secondi prima della strofa del cantante, o della melodia principale. Ascoltare musica in streaming significa palleggiare tra ‘salva’ e ‘skip’, e per quanto sia dura da ammettere, un po’ tutti tendiamo a giudicare la canzone dai primi 15-20 secondi. Lo dicono le statistiche. Meglio giocare le carte migliori fin da subito.

 

Il ritornello
Conseguenza del punto precedente è il posizionamento del ritornello. Quando si hanno trenta secondi al massimo per catturare l’attenzione, e fidatevi che per la media generale mezzo minuto è oro che cola, il ritornello conviene posizionarlo all’inizio, “farlo assaggiare”. Prendete ad esempio ‘More Than You Know’, l’ultimo atto di Axwell ^ Ingrosso, per capire di cosa sto parlando.

 

 

Il tormentone
Un ritornello piacevole e preso bene non è l’unico componente. Deve esserci il cosiddetto “tormentone”. Una frase, una battuta, uno stacco o qualsiasi cosa che in qualche modo resti ficcata nella testa di chi lo ascolta. Per questo il ritornello deve essere il più sintetico ed efficace possibile. Una tecnica molto utilizzata è il campionamento di vecchie glorie in forme nuove: è il modo più rapido per rimanere riconoscibili nel tempo.

 

Il sound design
Ascoltare musica in streaming significa molto spesso utilizzare cuffie facili, da poter tenere in tasca e tirar fuori nei tragitti in metro, in tram e così via. Quindi è intelligente per un artista pop offrire un sound semplice, compresso, senza troppa dinamica, per far in modo che risulti orecchiabile e piacevole anche per chi non sta usando supporti audio di altissima qualità.

 

 

Gli assoli strumentali
Nella stragrande maggioranza dei casi, dimenticateveli proprio. Sono diventati un ostacolo al “tormentone”, di cui sopra.

 

La durata
Addio stupendi iter musicali da cinque o sei minuti, il pop del nuovo millennio non supera i tre minuti e mezzo. Qui c’è lo zampino anche delle radio.

 

Il web ha trasformato in pochi anni le abitudini di consumo, e così molto spesso artisti e radio devono adeguarsi, come vi abbiamo illustrato. I famosi tre minuti e mezzo radiofonici si sono ormai assottigliati, non è raro vedere hit mondiali di meno di tre minuti. Pensate a ‘Lean On’ dei Major Lazer, ad esempio. Ma in realtà, tutto questo non è così nuovo. Se prendete una qualsiasi compilation di successi degli anni ’50 e ’60, vi accorgerete che moltissimi sono i brani diventati poi leggendari anon durare più di due minuti e mezzo o tre. È solo dai tardi anni ’60, e con l’esplosione del rock (e del progressive rock e del metal) che le durate si sono allungate: lunghi assoli di chitarra, virtuosismi strumentali, strofe lunghe in funzione di una narrazione lirica di ampio respiro. Negli anni ’80 il pop e il primo rap iniziano ad accorciare nuovamente i tempi, che negli anni ’90 sono mediamente di 4 minuti o poco più anche in radio. Nell’ultimo decennio gli assoli e le parti strumentali “non funzionali” vengono fagocitate dalla “struttura pop”, e come dicevamo, l’avvento dello streaming e una cronica mancanza di pazienza e attenzione ha portato ad un ulteriore abbassamento della durata media dei brani. Ciò non toglie che il successo possa arrivare anche, o forse soprattutto, grazie al meccanismo inverso: pezzi lunghi senza compromessi di editing, che si reggono sulla forza della propria bellezza. ‘Opus’ di Eric Prydz, ad esempio, non ssarà stata una hit radiofonica, ma i click sono arrivati a milioni ed è già un classico.

 

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Ventitre anni di cui una buona parte vissuta nel club, ama inseguire la musica elettronica per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del genere.