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  • 17 maggio 2017

  • scritto da Federico Piccinini

Come sta la pirateria musicale nel 2017?

 

Ah, che bella la parola gratis. Quando si tratta di musica poi, è un paradiso immaginare di avere l’intera discografia globale a portata di click, pronta per finire nei nostri telefoni senza spendere un euro. Un vizietto abbastanza malsano, che di fatto tarpa le ali alla nostra industria preferita diminuendo i potenziali introiti per i nostri artisti preferiti. Ma come sta oggi la pirateria musicale? Negli anni dello streaming e della ripresa dell’industria, è ancora un grosso problema? Purtroppo sì.

 

 

In particolare: YouTube

Qualche tempo fa, in un articolo dedicato allo stato generale dell’industria musicale, vi ho parlato della pirateria musicale – ovvero dei download illegali di musica online – come uno dei grattacapi ancora da risolvere nel settore. Una piaga ancora molto diffusa e difficile da arginare, con il 40% dei giovani tra i 16 e i 25 anni a farne uso quotidiano tra YouTube Converters e simili. Proprio YouTube è stato messo al centro dell’attribuzione delle colpe (in particolare dai CEO di Warner e RIAA) per quanto riguarda la pirateria musicale, come a tutti è venuto naturale fare, dal momento che parliamo di una piattaforma UGC (User Generated Content) in cui la conversione in formato mp3 è ormai disponibile ovunque e in cui chiunque può caricare un intero album e metterlo a disposizione dei “pirati” in brevissimo tempo: si chiama stream ripping, ovvero quel processo in cui si inserisce la URL del video di YouTube e una piattaforma ci converte quell’URL in formato mp3. Eppure, i risultati di uno studio finanziato e pubblicato da YouTube riporta dei dati che smentiscono la tesi, attribuendo anzi alla piattaforma uno dei meriti per cui la pirateria non sia ancora più diffusa oggigiorno. Vi spiego perchè. 

RBB Economics si è occupata della ricerca, intervistando 1500 utenti tra Inghilterra, Francia, Italia e Germania. Circa il 30% di loro ha ammesso che se non avesse avuto la piattaforma di Google a disposizione per l’ascolto di musica, molto probabilmente si sarebbe affidato a siti dedicati al download diretto, come ai tempi del peer to peer con Emule, Limewire e compagnia. Se oggi queste piattaforme ci suonano come “antiche” e destinate alla sparizione è anche grazie a YouTube, che se da una parte ha facilitato il download illegale, da un’altra ha permesso l’ascolto gratuito e sempre accessibile di milioni e milioni di brani. Gli utenti, soprattutto i giovani, all’ascolto di musica su YouTube dedicano in media l’85% del tempo trascorso al computer, e solo una piccola percentuale ha ammesso che senza il “tubo” semplicemente non ascolterebbe più musica online. Questo è quanto emerso dallo studio della RBB Economics.

 

 

Il punto della situazione

La Muso, una compagnia londinese specializzata in analisi della pirateria online, nel 2017 ha pubblicato una serie di statistiche che in parte smentirebbero la RBB Economics. I risultati mostrano che delle 191 miliardi di visite totali in siti dedicati al download illegale il dato relativo alla conversione da YouTube è in aumento, con ben 7.87 miliardi di visite. Quindi nel caso YouTube, sostanzialmente lo studio di RBB Economics non ha scalfito le perplessità relative alla piattaforma di Google.

Una strategia efficiente e dai dati 100% positivi non c’è ancora, questa è la verità. Le major stanno combattendo lo stream ripping assegnando l’ascolto esecutivo dei propri album a piattaforme streaming come Spotify ed Apple Music, ed al momento sembra la mossa migliore.
Un dato interessante è la mappa della pirateria: il maggior numero di download illegali avviene infatti negli Stati Uniti, seguiti da Russia, India e Brasile, che per quantità di popolazione non ci sorprendono ad essere in testa. Sono seguiti da Francia, Turchia, Inghilterra e Germania. L’Italia non è tra i primi dieci, e in realtà non va matta di musica rubata online: i dati mostrano che solo 1 giovane su 4 fa uso frequente di piattaforme stream rippers.
Altro elemento sorprendente: il ruolo del mobile. Nel 2016 gli accessi a piattaforme illegali da mobile hanno superato quelli da desktop con il 52%, a testimonianza di un nuovo campo di battaglia da affrontare.
Infine un dato positivo: nonostante le smentite a YouTube, l’aumento delle conversioni e le major che non sanno quali mosse intraprendere, sorprendentemente la pirateria è in diminuzione. Dal 2015 al 2016 gli accessi giornalieri totali (quindi non solo del caso stream ripping) sono diminuiti del 6%.

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L'autore: Federico Piccinini
Ventitre anni di cui una buona parte vissuta nel club, ama inseguire la musica elettronica per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del genere. Appassionato anche di cinema e fotografia, sta vivendo le prime fasi di una carriera interamente dedicata alla musica.
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