• Esclusiva

  • 20 aprile 2017

  • scritto da Ale Lippi

La crisi delle discoteche italiane

Tratto da DJ MAG Italia di aprile in edicola 

Da un po’ di tempo mi diverte paragonare la club culture italiana alla Serie A. Un gioco che, con il passare del tempo e attraverso un’analisi più lucida, mi ha condotto verso riflessioni e conclusioni non così strambe come il paragone iniziale potrebbe lasciar intendere. Mi spiego. La scena notturna italiana sta vivendo da qualche anno una fase di involuzione, dalla quale, tra altissimi e bassissimi, sembra veramente difficile riprendersi.

Se da una parte i grandi eventi e i festival collezionano sold out, dall’altra le discoteche italiane faticano ad arrivare a fine mese. Sono tanti i locali che hanno chiuso bottega mentre i franchising scappano o neppure pensano di presentarsi perché aprire in Italia sarebbe un suicidio economico e fiscale, si dice. Non è questa la sede per approfondire l’interessante ma spinosa questione. Allo stesso modo, il massimo campionato italiano di calcio da oltre un decennio non è più il primo campionato del mondo. Non che il clubbing italiano non lo fosse, tutt’altro. Dalla italo disco all’esplosione della house, della progressive e della dance negli anni novanta, fino alla techno di inizio millennio, l’Italia aveva una posizione di tutto rispetto nel panorama elettronico mondiale, rispettata e frequentata dai top dj internazionali. Gli stessi che probabilmente oggi atterrano nel nostro paese con ben altre intenzioni, che hanno poco a che fare con la tradizione.

La Serie A era il campionato dove ogni fuoriclasse sognava di giocare. In ogni partita l’eccellenza tecnica dei campioni italiani e la saggezza tattica dei tecnici rappresentavano il fiore all’occhiello del nostro sport. Un periodo splendente, culminato nella vittoria al mondiale del 2006 a Berlino. Poi il buio. A parte la Juventus, il mondo del calcio brancola nel buio. Così il nostro clubbing che, a parte poche eccezioni che confermano la regola, appare confuso, annebbiato e soprattutto privo di idee. La DJ Mag Top 100 Club 2017 è impietosa e non lascia spazio a nessuna interpretazione. Soltanto il Guendalina di Santa Cesarea Terme (LE) resiste alla posizione numero 54. È assolutamente poco. Pochissimo.

È un problema di strutture. Tornando allo spunto iniziale, gli stadi italiani di calcio sono vecchi e cadono a pezzi. Sono brutti, scomodi, senza servizi e talvolta pericolosi. Le discoteche italiane sono vecchie, alcune cadono pezzi, altre non sono ben frequentate, inutile nasconderci. Troppi gli episodi funesti, dalle risse allo famigerato spray al peperoncino. In Inghilterra il fenomeno hooligans è stato arginato mettendoli in prima fila a teatro. Impianti sublimi, hanno messo a disagio chi intende rovinare la festa. L’Old Trafford di Manchester o lo Stamford Bridge di Londra (tanto per citarne due molto noti) non invitano certo a comportamenti fuori luogo. Mettono in soggezione, ti fanno sentire in difetto se hai brutte intenzioni. Piuttosto invogliano a sorridere, tifare, abbracciarsi ed esultare. Così come lo Stadium di Torino. La bellezza genera bellezza. Un concetto questo che dovrebbe essere applicato anche ai club. È importante che i gestori dei locali si concentrino sull’esperienza da offrire al cliente e al suo comfort. Non è vero che al pubblico non interessa! Come diceva Steve Jobs, la gente non sa di volere una cosa finché non gliela dai.

In un momento storico dove il budget non è sufficiente, diventa indispensabile ripartire dalle fondamenta. Il problema non è la mancanza di denaro alla quale la crisi economica ci ha purtroppo abituato. L’alibi non regge più. Non è un problema di soldi ma un problema di idee. Dal restyling alla cura dei particolari, fino alla fiducia nei giovani dj resident che potrebbero diventare veramente un valore aggiunto. Proprio come stanno facendo molti club della Serie A che hanno finalmente ripreso a curare il settore giovanile. Forse, nel mondo della notte, dovremo riconsiderare l’opinione che abbiamo di noi stessi.

È un problema di visione sul lungo termine. In Italia si pensa sempre al presente, massimo al giorno dopo. Se il passato è uno sport nazionale il futuro è una chimera. Che il sistema porti ad un ragionamento del genere è un’altra scusa che a questo punto della storia non mi va più di sentire. Manca il coraggio, e forse la voglia, di pensare oltre, di avere una visione, di gestire risorse e contenuti in modo tale che non scadano con la moda del momento, ma che diventino essi stessi la tendenza del futuro. Proprio come si faceva una volta. Le risorse, dentro di noi, ci sono. Forse manca qualcuno che le sappia gestire. Un po’ ci stiamo movendo ma bisogna tutti fare di più.

L’esplosione del fenomeno EDM ha creato centinaia di migliaia di nuovi potenziali clienti. Come ho detto poco fa, è importante offrire ai giovani clienti un’esperienza affinché il pubblico si possa fidelizzare. Non bastano più due casse su un treppiede, in una stanza buia con una strobo. Anche i club internazionali considerati underground si sono adeguati ai tempi, regalando un’esperienza superiore. Penso a ElRow e alla storia della sua incredibile ascesa che abbiamo raccontato nel numero precedente e che ovviamente scala la TOP 100. I paesi che funzionano non sono in crisi ma hanno adattato il business ai tempi che corrono. Tra il 2001 e il 2011 in Olanda ha chiuso quasi il 40% delle discoteche. Un dato che ad una lettura superficiale fa gridare al disastro. Invece non è così. Il paese nord europeo è una delle scuole più prolifiche per quanto riguarda la musica da ballo. Nel decennio incriminato, e fino ai giorni nostri, ha sfornato e continua a sfornare superstar della console che si trasformano in risorse umane ed economiche importantissime. Molte discoteche sono chiuse, è vero. Ad Amsterdam il mitico Trouw ha chiuso per sempre le sue porte due anni fa ma al suo posto è sorto il De School che ha raccolto l’eredita del predecessore continuando la politica del 24 hours licene, impensabile da noi. Della scena festival olandese non occorre neppure parlare. Nel Regno Unito nel 2005 c’erano oltre 3000 discoteche, oggi ce ne sono poco più di 1500. Londra è probabilmente la capitale europea più in crisi. Il caso Fabric ha fatto storia, le episodi di violenza sono aumentati, ma il nuovissimo Printworks fa ben sperare. Sicuramente lo troveremo presto in graduatoria.

In Italia dieci anni fa c’erano circa 5000 club adesso meno della metà. La crisi economica ha tolto il potere d’acquisto ai giovani. Tasse e burocrazia fuori dal mondo non aiutano chi vorrebbe investire nell’industria del divertimento. E il sistema implode. La musica elettronica, la musica da ballo, il ballo in generale non sono considerati dalle istituzioni come una risorsa in grado di generare ricchezza, ma solo problemi. È sempre stato così. Il trattamento dei media al mondo della notte ha contribuito a costruire il peggior curriculum possibile. I brand hanno fatto una fatica inimmaginabile a legare la propria immagine a un dj o a un club. Fortunatamente il successo della EDM ha aperto gli occhi e le porte verso un approccio diverso alla questione. Il dj non è più il tipo losco in fondo alla sala che fuma una sigaretta dopo l’altra ma una faccia pulita e sorridente, esempio di fama e successo. Valori superficiali è vero, ma per i brand conta anche questo. Conta l’effetto che fai sulla gente. Se la gente vuole essere come te oppure no. Alcune realtà stanno lavorano bene sul creare sinergie di questo tipo. Cercare investimenti di questo tipo è assolutamente cosa buona e giusta.

E’ una questione di offerta. Se la discoteca come luogo di aggregazione non riscuote più lo stesso interesse di un tempo ci dev’essere un motivo. Ed è lo stesso per cui gli stadi sono vuoti. Semplicemente non ti viene voglia di andarci. Si sta meglio sul divano. La tv si vede bene, in alta definizione e ho pure il replay con la gol-technology. Scusate se insisto, sono pure milanista, ma allo Juventus Stadium sembra di essere al cinema e lo stadio di conseguenza è pieno e la squadra vince. La discoteca è uno dei luoghi dell’intrattenimento musicale per eccellenza. Il cliente per definizione deve essere intrattenuto. Ricordo l’intervista ad un manager di Las Vegas il quale dice al giornalista di preoccuparsi continuamente del fatto che i clienti della sua discoteca dovessero guardarsi intorno e vedere dove sono finiti i 15 dollari del cocktail che stanno bevendo. Se ragionare in termini di confetti, laser e cO2 vi fa venire l’orticaria, provate a ragionare un termini di soundsystem e visual. Quanti sono i locali d’Italia ad offrire un’esperienza audiovisiva degna di nota in questo senso? Si contano su una mano, avanzando un paio di dita. Il problema dei decibel viene dopo quello della qualità. Discoteche e i centri abitati non vanno d’accordo ma le lacune sono molte anche quando si parla di zone industriali.

Più di ogni cosa mancano le idee. Mai come in questo periodo stiamo assistendo ad un appiattimento della scena club italiana. La musica è tutta uguale, suonano sempre gli stessi. E se la tech-house deve essere così noiosa ben venga l’ EDM in tutte le sue sfumature, basta che si senta qualcosa vibrare nel petto.

Altrimenti moriremo di reggaeton.

 

Foto: vanillamagazine.it

 

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L'autore: Ale Lippi
Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.
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