Die Roh: Le nuove leve dell’analogico!
Marco, Luca e Mattia, tre ragazzi accomunati dalla passione per un certo tipo di sound si sono uniti nel progetto “Die Roh” che li vede protagonisti di molteplici esibizioni in club e festival della penisola. La loro voglia di contribuire allo sviluppo della scena gli induce ad intraprendere la carriera di producer rilasciando release di livello su Chiwax e Vae Victis, il tutto in formato rigorosamente analogico.
Ciao ragazzi, grazie per averci concesso questa intervista. Partiamo subito dalla nascita del vostro progetto. Come avete deciso di intraprendere questo cammino assieme?
All’inizio, dopo esserci conosciuti, abbiamo deciso di trovarci tutti i martedì sera. Era una scusa per rilassarsi ed ascoltare i dischi che piacevano ad ognuno di noi e che avevamo scoperto nei giorni precedenti. Dopo essere diventati resident del Flow di Padova abbiamo deciso di sviluppare questa occasione dedicandoci alle produzioni. Inizialmente abbiamo provato con sequencer e software digitali, però per noi la svolta é avvenuta quando siamo passati all’analogico comprando le prime drum machine e mettendoci all’opera con quelle.
Quali sono gli artisti che hanno influenzato ed influenzano tuttora il vostro sound?
Sicuramente ognuno di noi aveva delle influenze proprie alla base, passando dalla Techno Detroit alla Disco, che si sono evolute stando a fianco di puristi dell’analogico come per esempio gli Analogue Cops. Poi potremmo dirti Okee Ru restando in Italia e guardando all’estero Peverlist.
Come credete che si evolveranno le sonorità da club nell’immediato futuro?
Si sta compiendo un percorso a ritroso. La scena inglese sta tornando ad essere centrale a livello mondiale e lentamente torneranno in auge tutte le sonorità che in passato sono state determinanti per lo sviluppo del club. Quando abbiamo iniziato i dischi si compravano da Londra ed adesso si ritorna nella capitale inglese, non per l’house ma per altri generi. Non parliamo di dubstep o post dubstep visto che gli stessi produttori hanno adottato un approccio attraverso i quattro quarti canonici. Voler definire a tutti i costi un genere comunque é un errore. La musica oramai é internazionale, volerla definire tra Berlino, Londra e così via non ha più senso. Esiste la rete e questa abbatte le barriere.
E con l’avvento della rete può ancora esistere la definizione di underground?
E’ necessario che il dj non si limiti ad accontentare la gente. Deve essere un momento di scambio, di cultura, con il dj che fa scoprire alle persone qualcosa di nuovo. E’ evidente che con la rete cambiano in modo sostanziale le modalità, ma c’é ancora spazio per l’underground.


