Sabato 18 Novembre 2017
Festival

Dimensions si sta trasformando

Un'edizione di transizione per il Dimensions Festival in Croazia, tra alti e bassi

Per il sesto anno consecutivo il Dimensions Festival passa agli archivi ed apre ufficialmente la stagione autunnale del clubbing. Termina il periodo dei party open air, delle spiagge e delle danze sfrenate sotto le stelle, in una sorta di rito di passaggio che ci lascia malinconici e fiduciosi allo stesso tempo. Noi riavvolgiamo figurativamente il tempo e cerchiamo di ripercorrere cosa è successo in questi cinque giorni di festival tra Pola e Forte Punta Christo in Croazia.

Si parte come sempre dall’opening concert nell’anfiteatro romano di Pola, un luogo suggestivo che racconta una storia millenaria e che si affaccia direttamente sul mare. Il tramonto alle spalle delle antiche volte e dello stage conferisce un tono solenne all’evento e quest’anno l’headliner annunciato è nientemeno che Grace Jones, personaggio poliedrico, icona della diversità intesa come valore e non come difetto, in pieno contrasto con le idee estremiste che si stanno diffondendo, politicamente parlando, in Europa negli ultimi mesi. Tocca però al giovanissimo Moses Boyd rompere il ghiaccio con il suo Solo X Show, format in cui il pluripremiato batterista inglese si esibisce con una batteria, alcune drum machine e un campionatore. La qualità di questo musicista è indubbia, l’idea ancora acerba ma il talento sopperisce largamente questa mancanza e il pubblico alla fine cede lasciandosi coinvolgere. Il sole deve ancora lasciare spazio alla notte quando la Kamaal Williams Ensemble fa capolino sul palco. Sicuramente la sofferta separazione da Yussef Dayes ha lasciato delusi i fan che speravano di sentire i lavori di “Black Focus” in lungo e in largo, ma la nuova formazione capitanata da Henry Wu mette in piedi uno spettacolo comunque di gran lunga superiore alla media in cui spicca, guarda caso, il brano ‘Lowrider’. Arriviamo al momento più complicato della serata, almeno per chi sta scrivendo questo articolo. Giudicare la performance di un personaggio della caratura di Grace Jones da un punto di vista tecnico sarebbe ingeneroso, talvolta infatti è necessario contestualizzare cosa sta accadendo per dare un senso e un significato al tutto. La musa di Goude mette in piedi una celebrazione, una festa di colori e suggestioni che catturano i presenti. Ride, scherza e festeggia per l’appunto la diversità in un momento che più che un concerto è una grande festa. Pochi brani tra cui spiccano ‘Babygirl’ e l’intramontabile ‘Slave To The Rhythm’, prima di salutare le migliaia di persone presenti con quel sorriso che ancora oggi trasmette la vitalità dell’artista giamaicana. Giungiamo così all’ultimo act, una scelta furba quella di lasciare che i Moderat chiudano lo show proprio prima di prendersi una lunga pausa. Solidi, incisivi e professionali, il loro spettacolo è sempre piacevole e molto apprezzato, grazie anche all’enfasi della location e del visual show che li segue brano dopo brano. Però, c’è sempre un però che va considerato, ed è il fisiologico problema dei festival che iniziano ad avere una “certa età”, ovvero riuscire a superarsi e migliorarsi anno dopo anno. Purtroppo per questo 2017, almeno per il concerto d’apertura è stato così, complici i Massive Attack che nel corso della scorsa edizione hanno settato uno standard troppo elevato, almeno fino ad ora.

It’s festival time!

Dopo il racconto di quanto avvenuto durante l’opening concert arriviamo al festival vero e proprio, ci immergiamo nuovamente nei boschi di Forte Punta Christo e ci prepariamo a giorni complicati a causa del meteo avverso. Il colpo d’occhio non è di quelli invidiabili, almeno per quanto concerne il Clearing, spogliato delle sue torri led e sostanzialmente sempre a regime minimo in termini di light system. Discorso diametralmente opposto per il Garden, stage che ha subito un significativo ampliamento in termini di capienza, di allestimento e di soundsystem. La restante struttura del festival non sembra aver subito sostanziali modifiche, ma in generale si percepisce che il discorso “sostenibilità” quest’anno è quanto mai importante, soprattutto in termini economici. Artisticamente parlando il livello è incostante a causa di molti act trascurabili e pochi, ma evidenti, picchi d’eccellenza. Nel Mungo’s Stage Mala e Kode9 alzano l’asticella con due set da manuale, il primo cupo, dub e ipnotico, il secondo semplicemente un bignami di tutto ciò che è l’immaginario Hyperdub. Chapeau. Sempre su questo stage anche il veterano Goldie fa il suo, forse con meno eleganza, ma sicuramente con l’esperienza di chi è abituato da decenni a far saltare, letteralmente, il dancefloor. Nel momento in cui iniziamo a credere che solo la vecchia guardia abbia voglia di mettersi realmente in gioco veniamo, fortunatamente, smentiti. Il londinese Bradley Zero gestisce con grande dimestichezza uno stage importante come il Void dimostrando di avere gusto nella selezione, tecnica e grande carisma. La sua performance è diametralmente opposta a quella di Maurice Fulton, che ci lascia sbigottiti per la leggerezza con cui prende in mano la situazione. Il suo è un set discontinuo, privo di logica e dei basilari rudimenti della gestione di una consolle (usare i gain per bilanciare il volume di due dischi è una nozione base). Sempre in questo stage i London Modular Alliance mettono in piedi un live solido che, nonostante la pioggia, cattura un pubblico davvero ampio.

Luci e ombre durante il lungo set di Theo Parrish: quando gioca nel suo territorio è sostanzialmente imbattibile ma quando perde la bussola si complica da solo la vita. Sintomatico che il giudizio sul suo set sia stato di acclamazione unanime, evidentemente anche da queste parti l’hype inizia ad avere troppo peso. Passano inosservati gli Horse Meat Disco che fanno il loro senza infamia ne lode, così come Danny Krivit che per problemi all’impianto (dovuti al forte maltempo n.d.r) fatica a partire con il piede giusto. Nina Kraviz corre sul filo dei 130 bpm incurante di chi dovrà suonare dopo di lei e riesce nell’impresa di lasciare Jeff Mills in una situazione scomoda, dovendo ricostruire il suo set da zero, perdendo almeno una buona mezz’ora prima di ricreare la giusta atmosfera. Problema inesistente questo per Gilles Peterson che si propone in modo ruffiano con grandi classici di Gill Scott Heron (‘The Bottle’ su tutti) e nuove chicche UK garage per una performance notevole ma imparagonabile all’immenso closing dello scorso anno. Tra gli insospettabili di grande impatto impossibile non citare Dan Shake che con tre decks fa quello che vuole, il croato Borut, owner della label Vakum, sempre tecnicamente impeccabile e proiettato alla ricerca di sonorità meno inflazionate ed infine Jonwayne, rapper americano che sorprende per flow, metrica e carisma. Il suo è un prodotto old school che difficilmente incontrerà i gusti del grande pubblico, ma catturerà gli appassionati più attenti.

In conclusione:

A conti fatti era difficile riuscire a mantenere lo standard qualitativo imposto dalla scorsa edizione del festival. I 5 anni di Dimensions infatti erano stati festeggiati con grande carico artistico sia in termini qualitativi che di starpower (quella cosa che fa vendere i biglietti). Quest’anno, complice il rafforzamento della concorrenza, il maltempo e l’incapacità di gestire al meglio alcune complicazioni logistiche, il Dimensions ha vissuto un anno di transizione che speriamo possa portare beneficio per il futuro e non essere semplicemente il sintomo di una stanchezza fisiologica, in fondo siamo perfettamente consci che piani di produzione di questo tipo vanno visti come maratone e non come una semplice corsa sui cento metri.

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