Venerdì 24 Novembre 2017
Festival

Sappiamo fare i festival?

Tracciamo un bilancio di cosa sta funzionando e cosa non funziona nel modo di fare festival e di vivere i festival in Italia. Anche da parte del pubblico

In Italia, nel 2017 è continuato il boom dei festival, di tutti i tipi, in tutte le location, in ogni format e con progetti diversissimi tra loro lungo tutto lo Stivale. Se nel mondo anglosassone e nordeuropeo è una consuetudine ormai consolidata da decenni, in Italia sono questi gli anni in cui i festival stanno definitivamente prendendo piede nella testa dei promoter e nei cuori del pubblico. Ma come è cambiato il modo di vivere i festival? Funzionano davvero? Cosa si può migliorare? E gli spettatori italiani sono adeguatamente preparati ed educati all’esperienza di un festival? Sembra che sia uno dei business del momento, o perlomeno è facile pensare che sia un gioco da ragazzi realizzare un festival. Basta avere il posto giusto, chiamare gli artisti, trovare uno sponsor che copra le spese principali… invece non è così. Sono tantissimi i fattori in gioco e le prime edizioni sono quasi sempre un investimento in perdita, diciamo il costo di avviamento di un’impresa. Di fallimenti clamorosi ne abbiamo visti, negli anni, su tutti viene alla memoria la doppietta di Soundrome che tentò la carta degli stadi a Roma prima e a Milano poi, con un clamore mediatico notevole visti i mirabolanti annunci che recitavano claim come “il festival EDM leader in Europa”. Un aereo che si è schiantato contro le montagne. Ma senza tornare a episodi così clamorosi, molti sono i cavalli che partono, e alcuni non arrivano al traguardo, qualcuno zoppica, qualcun altro arriva con il fiato corto. Altri ancora invece capiscono qual è la loro andatura: trotto, galoppo, salto a ostacoli. Non c’è nulla di male a crescere lentamente o a rifare i conti per assestare la propria economia. È ciò che si è trovato a dover fare roBOt a Bologna: dopo anni di crescita costante il 2015 ha segnato uno spartiacque, con un’edizione nettamente al di sopra della portata dell’organizzazione per costi e gestione. L’anno scorso il festival ha dovuto drasticamente contrarre cartellone e scelte artistiche (l’edizione 2015 aveva lasciato, pare, circa 300mila euro di perdite), mettendo addirittura a rischio la presenza stessa della manifestazione, che quest’anno si sta ri-plasmando attraverso alcuni appuntamenti “spot”. Anche organizzazioni consolidate come Elita o festival come Jazz:Re:Found hanno nel tempo trovato diverse formule per portare avanti con coerenza il proprio progetto artistico, aggiustando la rotta in corsa. Elita ci aspetta con Linecheck tra un paio di settimane a Milano, JZ:RF si è ormai spostato in dicembre a Torino da qualche anno.

Ci sono molti esempi virtuosi e positivi che hanno animato l’estate italiana nel 2017. Terraforma, per esempio, si sta rivelando un boutique festival di tutto rispetto, fedelissimo alla sua linea molto alternativa e davvero integralista nella proposta, ma che evidentemente ha una sua ragion d’essere in grado di cogliere un segmento preciso di pubblico e attrarlo fuori Milano nella favolosa cornice di Villa Arconati. Un parco, attività immerse nella natura di giorno, cibo di strada di qualità, line up decisamente ricercata e installazioni artistiche. Il festival cresce e se i numeri non sono giganti, l’identità è molto forte, e probabilmente questa dimensione intima è una delle forze di Terraforma, perché permette alla rassegna di non snaturarsi per andare incontro a un pubblico vasto ma troppo eterogeneo. Altri episodi vincenti sono stati VIVA, festival di radice torinese che ha invaso la Puglia, supportato da realtà molto forti e capaci di avere una grande spinta mediatica e un’ottima base manageriale, riuscendo dunque a far sembrare già la prima edizione un festival rodato; Siren a Vasto, in Abruzzo, ha confermato il suo stato di salute. Musical Zoo a Brescia non ha tradito le aspettative, in uno spazio suggestivo e in una zona che non siamo mentalmente abituati a inserire sulla mappa della musica in modo così automatico. Diversi festival di medie o piccole dimensioni che hanno portato a casa il risultato. D’altronde, si sa, l’Italia ama questi spazi non eccessivamente grandi. O no?

Kappa FuturFestival, Nameless Music Festival, Home Festival. Tre attitudini, tre approcci, tre tipologie diverse di festival. Eppure sono stati i tre big dell’estate. Nameless sta diventando una delle grandi realtà con cui ci si deve confrontare in Italia, e se a livello europeo è ancora prematuro fare paragoni, è però vero che il festival EDM di Barzio si sta costruendo una reputazione che lo porta nell’orbita dei giganti esteri, sia sulla bocca degli artisti che su quella degli agenti di booking e di un pubblico appassionatissimo e fedele. Quest’anno i numeri sono stati in netta crescita, lo spettacolo pure e le dinamiche organizzative sembrano pronte per uno slancio ulteriore verso il futuro. Kappa ha registrato un doppio sold out, si dice addirittura “contenuto” dopo i problemi di ordine pubblico in occasione della finale di Champions League a Torino. In ogni caso, è un clamoroso esempio di festival che ha lavorato bene negli anni e si è ritrovato in una posizione consolidata, fidelizzato dal pubblico e amato dai dj. Con una line up furbamente aperta a una forbice più ampia di stili, Kappa quest’anno ha davvero ricevuto entusiasmo e complimenti ovunque. Stessa sorte che tocca a Home Festival ha regalato tre giorni di grande musica in un’ottica molto internazionale, mischiando come sempre rock, EDM, techno, rap, pop e molto altro su diversi stage. Con un’affluenza comunque elevata, nonostante l agiornata cancellata dal nubifragio, che permette a Home di essere il festival italiano più seguito in assoluto. E si sono da poco conclusi Movement, di cui abbiamo parlato ampiamente e che riscuote un successo sempre maggiore (35mila presenze totali quest’anno) e Club TO Club, ormai consolidatissimo sulla scena internaioznale e forte quest’anno anche delle serate alle nuove OGR, spazio trasformato in un polo culturale e su cui le aspettative per il futuro sono alte.

Ci sono stati anche festival che hanno lasciato qualche perplessità. Diapason, a quanto sembra dalle voci che si sono rincorse per tutta l’estate, ha avuto dei problemi legati a un cambio di location dell’ultima ora, che non ha garantito uno svolgimento lineare del festival. POLIFONIC, in Puglia, ha sofferto dei “difettucci da debutto”, non sono gravi se consideriamo che questa era la prima edizione di un festival che nasce a Milano e si svolge in Salento. Si tratta di pecche veniali, il bilancio è in positivo e ci sono tutti i presupposti per fare bene in futuro. Restando al sud, i pareri sono stati contrastanti anche su Ortigia Soundsystem, suggestivo nella sua location sull’isola di Ortigia, vecchio centro storico di Siracusa, e sulle barche sul mare della Sicilia, ma forse non altrettanto spettacolare una luci altri aspetti. Love Electro in Trentino si è rivelato un appuntamento acerbo, che ha bisogno di crescere e prendere le misure, mentre Wish Outdoor non ha fatto molto parlare di sè. Sono solo alcuni degli innumerevoli festival di cui non ci è giunta una voce particolare. In Italia i festival si moltiplicano di anno in anno ed è difficile essere dappertutto.

L’Italia è pronta per i festival? Le realtà sane, in attivo, dietro le quali si vede un progetto ben definito e una visione, ci sono e sono in grande crescita (anche numericamente). Dall’altro lato, parecchi sono anche i dilettanti allo sbaraglio che ci provano – e magari sono persone che lavorano nel booking dei club o in un settore simile. Ma lavorare con le dinamiche di un club e quelle di un festival sono due mestieri diversi, seppur simili. Lo stesso discorso si può estendere al pubblico. I malati di festival che hanno una larga esperienza alle spalle ci sono; i giovani sono ormai svezzati dagli aftermovie dei festivaloni esteri e sanno come ci si comporta. Fa sorridere, in mezzo a due fette di pubblico così preparato e appassionato, vedere un numero sempre consistente di persone che esce di casa in camicia e tacchi a spillo per andare a ballare e saltare in un prato, o nel fango. Contenti loro. Ma questo è solo un sintomo di una cultura che ancora, irrimediabilmente, a livello diffuso manca ancora rispetto alla considerazione della musica.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.
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