Mercoledì 16 Agosto 2017
Anteprima

Il battito di Gilles Peterson

 

 

Gilles Peterson non è un semplice dj, è un esploratore sempre alla ricerca di qualche nuova scoperta che rivoluzioni la musica, un abilissimo ascoltare di ogni battito che arriva da ogni parte del pianeta. Perché le musiche sono tante ma il DNA è lo stesso. Ecco un’anticipazione dell’intervista che leggerete integralmente su DJ Mag n.67, in edicola tra pochissimi giorni.

 

Spera di non incontrare mai i tuoi idoli, perché la delusione potrebbe essere grande. Una regola aurea, un consiglio prezioso che ha messo al riparo (o perlomeno questo sarebbe lo scopo) molti fan da incontri deludenti e scoraggianti con i propri miti. Se poi il fan è uno che nell’ambiente ci lavora, la delusione può essere ancora più cocente, e soprattutto può essere pericolosa. Tutto questo mi ha salvato dalle delusioni? Assolutamente no. Ma del resto fin da ragazzino ero più interessato alla musica che a chi la faceva, quindi ho sempre cercato di non avere idoli, o perlomeno di non legarmi troppo a chi seguivo. E comunque devo dire di aver avuto dei rapporti sereni o comunque educati con quasi tutti gli artisti che ho conosciuto e per il cui lavoro provavo (o provo) un sincero trasporto. Ma tutto questo che c’entra con Gilles Peterson? È forse un elaborato e sottile tentativo di dire che lui si è invece rivelato uno stronzo colossale? No, assolutamente. È un esplicito tentativo di scrivere un intro diverso dal solito pistolotto dove si cerca di riassumere la carriera straordinaria dell’intervistato, e un ancora più esplicito modo per affermare che sì, forse Gilles Peterson si avvicina un pochino a quello che potrei definire un mio idolo. E che ha davvero una carriera straordinaria, perché ha sempre fatto ricerca senza badare alle mode, ha sempre percorso una strada (anzi, tantissime strade) seguendo una sola stella polare, quella della novità interessante, dell’eleganza, della diversità, dalle sue label come Talkin’ Loud e Brownswood ai programmi su BBC, dai suoi remix alle idee geniali come Havana Cultura. E quindi è stato un grande piacere averci a che fare e intervistarlo nei camerini del Jazz:Re:Found a Torino, nonostante all’inizio ho temuto che potesse essere davvero uno stronzo colossale, concentrato sul suo computer. Invece poi…

 

Gilles-Peterson-about

 

Sei un professionista molto rispettato, sia come dj, sia come selector, sia come “sviluppatore di progetti culturali”. Com’è cambiato il tuo lavoro negli anni? Essere un dj e costruire un programma alla radio vent’anni fa era molto diverso, il web ha fatto crollare quella “sacralità” che aveva la parola di chi stava dall’altra parte del microfono. Il famoso “l’ha detto la radio”. Qual è il tuo ruolo oggi? 

Mmm… è una risposta complessa. Sto portando avanti diverse cose che ho sempre fatto, ma oggi è necessario più che mai lavorare su diversi livelli, perché ci sono diversi modi per mantenere le persone sintonizzate sui tuoi gusti. Io lo faccio attraverso i miei dj set, con il mio ruolo alla radio, come produttore. In definitiva mi piace definirmi come un comunicatore. Uso i social media per introdurre il mio mondo a molte più persone di prima, sono una sorta di “ambasciatore” della cultura britannica nel mondo ma anche il contrario, cerco di portare diverse culture nel mio Paese con le mie ricerche sulle culture musicali di tutto il pianeta.

 

Hai espresso un concetto molto importante intorno alla parola “ambasciatore”: tu sei parte del sistema di mercato discografico più influente al mondo, quello britannico, e dell’agglomerato radiofonico probabilmente, anche in questo caso, più influente al mondo, BBC. Come ti poni rispetto al tuo lavoro, in cui porti molte culture musicali ad ascoltatori che sono per la maggior parte avvezzi alla musica occidentale, con tutte le sue caratteristiche precise?

Il mio lavoro è un’estensione della mia passione, che è la musica, e la musica in questo momento è estremamente attiva, con tutti i nuovi mezzi di distribuzione e ascolto che nascono così rapidamente. Poi ci sono anche diversi momenti in cui se ne fruisce, e diverse modalità di ascolto, no? Il dancefloor oppure un podcast oppure una vecchia radio in FM o ancora i tanti tipi di broadcast presenti oggigiorno. Il mio obiettivo è quello di arrivare sempre al mainstream, perlomeno a fare in modo che ciò che faccio ascoltare abbia un adeguato risalto e attenzione, devo aprire delle porte a culture che normalmente non le troverebbe aperte. Che io vada in Libano, in Colombia, in Francia o in Brasile, per dire, scopro sempre musica estremamente interessante; devo poi fare in modo che arrivi anche a un pubblico più ampio possibile, voglio che abbia una visibilità, una possibilità di farsi ascoltare al di fuori del proprio territorio, se ne vale la pena.

 

 

Hai mai avuto invece la sensazione opposta, cioè quella di essere percepito come uno che compie un’appropriazione culturale nei territori che esplori, prendendo il meglio che ci sia là e producendolo per metterlo su un mercato diverso?

Penso che le persone siano molto grate per quello che faccio, perché ho dalla mia un importante megafono, per usare una metafora, e lo uso per far sentire le loro voci. È una vittoria di tutti, doppia. Mia e loro. Quando riesco a portare certi suoni in un sistema più grande e globale non sono sicuro di riuscire a farle apprezzare, ma di sicuro le metto in gioco su una sorta di “democratic dancefloor”, un ideale pista dove tutti hanno la possibilità di far vedere quanto sanno ballare bene.

 

Come credi si sia evoluta la consapevolezza del pubblico rispetto al fenomeno della globalità della musica, e anche, perché no, della sua globalizzaione?

Le persone sono molto più aperte di quanto non lo fossero in passato. Oggi è abbastanza normale sentir parlare di Omar Souleyman o sentire un album di Sun Ra in un bar, prima era molto meno evidente questo gusto diffuso per musiche non propriamente mainstream. Le persone si ponevano sulla difensiva rispetto alle novità, specie se lontane dal loro gusto. Oggi c’è maggior curiosità. Ed è uno dei lati positivi di internet.

 

Quanto è invasivo e profondo il tuo intervento su ciò che decidi di produrre e pubblicare sulle tue etichette, sia oggi su Brownswood sia ai tempi di Talkin’ Loud?

Il mio intervento si è sempre concentrato soprattutto sulla crescita dell’artista con cui lavoro, cercare di coglierne i pregi e valorizzarli, non strettamente o necessariamente in senso commerciale ma piuttosto artistico. Voglio portare l’esperienza del mio lavoro e rifletterla sul suo, credo che un produttore discografico debba fare questo lavoro, consigliare e spingere i propri artisti a smussare gli spigoli, o ad accentuarli, perché no. Insomma a mettere in risalto le qualità degli artisti. Ed è divertente. Ad esempio nel 2017 sarò in Brasile per stare in studio con dei ragazzi molto promettenti, oppure – parlando di artisti che suoneranno stasera – Dj Khalab e Clap! Clap!, sono due produttori italiani per cui ho grande considerazione per lo stesso motivo che ti dicevo, per lo sviluppo che danno alla loro musica.

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Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.