Venerdì 27 Aprile 2018
Interviste

Gli Analogue Cops raccontano 10 anni di Restoration

Un'intervista ed un mix esclusivo in cui gli italianissimi Analogue Cops ci raccontano dieci anni della label "vinyl only" Restoration.

La frenesia del mercato musicale odierno è argomento di discussione costante per tutti gli appassionati e addetti ai lavori. Un fiume ininterrotto di pareri e confronti all’interno di un panorama in cui i servizi di streaming hanno condotto una rivoluzione non solo nella fruizione, ma anche nella percezione e nei gusti. In uno scenario apparentemente così ostile e incerto, spegnere dieci candeline per una label “vinyl only” è un traguardo straordinario, ancor più se ciò accade in Italia, Paese in cui da buoni esterofili siamo soliti criticare tutto e tutti. A festeggiare l’ambito traguardo è Restoration, la creatura a cui gli Analogue Cops hanno dato vita in un periodo molto meno felice per il vinile e molto meno facile per chi non fosse allineato al suono del momento. Una storia fatta di episodi chiave, fortunose coincidenze ma anche ferrea volontà nel divulgare un preciso messaggio. Abbiamo incontrato Lucretio e Marieu per farci raccontare la lunga strada che li ha condotti sino a qui. I due inoltre per l’occasione ci hanno regalato uno speciale mix che condensa tutta la storia di Restoration.

 

 

So che può sembrare banale, ma partirei parlando del contesto attorno a voi: quando avete deciso di creare Restoration?
Restoration è nata ancor prima degli Analogue Cops. Chi ci segue da allora sa che all’epoca il progetto con cui lanciammo l’etichetta era Xenogears e fu in un momento storico in cui bisognava tenere conto di diversi fattori: il mercato del vinile stava collassando a causa della sovrapproduzione degli anni precedenti e l’esplosione dei digital store si stava facendo sentire. Traktor e Serato stavano iniziando ad avere un forte appeal e il fenomeno minimal era nel pieno della sua portata. Non era sicuramente il momento perfetto per imbarcarsi in questa avventura ma credemmo di avere delle buone idee ed un messaggio onesto per chi voleva ascoltare. Decidemmo così di partire con la prima release e scegliemmo Eduardo De La Calle come artista ad affiancarci. Lavoravamo spesso nel suo studio quindi c’era un buon feeling ed il primo feedback fu positivo, permettendoci di poter investire nelle successive release. Purtroppo la seconda non fu altrettanto apprezzata e fu un brutto colpo per la label. Probabilmente i BPM molto elevati e l’impronta electro non furono apprezzati anche se oggi la gente non fa altro che parlare proprio del ritorno di questo genere.

C’è indubbiamente forte attenzione intorno al genere di musica che proponete, anche tramite artisti come Dj Stingray ed Helena Hauff, ma 10 anni fa la situazione era molto diversa…
Infatti, e quindi decidemmo di raccogliere le idee per una terza release più adeguata che ci permettesse di veicolare il nostro messaggio senza essere pretenziosa. Questa volta le cose andarono bene e riuscimmo a ripartire producendo poi la quarta release che vede la nascita concreta degli Analogue Cops. Fu un periodo interessante perché imparammo alcuni trucchi del mestiere.

“Il mercato del vinile stava collassando a causa della sovrapproduzione degli anni precedenti e l’esplosione dei digital store si stava facendo sentire. Traktor e Serato stavano iniziando ad avere un forte appeal ed il fenomeno minimal era in corso nel pieno della sua portata. Non era sicuramente il timing perfetto per imbarcarsi in questa avventura”


Per esempio?

Beh, i BPM sono fondamentali. Da un lato è strano perché sembra che i dj si rifiutino di usare il pitch, dall’altro garantire una velocità standard ci ha permesso di essere più incisivi e di non perderci in cose eccessivamente complicate e ridondanti. In fondo Restoration nasce come label dj oriented e a noi interessa avere un confronto con il mercato, non da un punto di vista economico, ma sicuramente da quello artistico. Crediamo che però ci debba essere un dialogo tra dj e pubblico, non un monologo come spesso accade.

 

 

Siete partiti in condizioni complesse per chiunque ma avete anche vissuto il periodo più recente in cui invece il vinile è tornato prepotentemente in auge. Possiamo discutere sulle reali motivazioni che spingono così tante persone ad un ritorno a questo formato, ma per voi è stato un indubbio vantaggio, o sbaglio?
C’è stato un aumento di richiesta ma sul lungo periodo questo nuovo boom ha solo riportato al problema di partenza. Il mercato è nuovamente saturo, gli impianti di stampa non riescono ad evadere quasi mai puntualmente gli ordini a causa dei ritardi accumulati e quando una major decide di muoversi riesce sempre ad avere una prelazione sull’etichetta indipendente. A questo aggiungi il fatto che comunque una grande percentuale di chi questo mestiere lo fa non acquista comunque più musica in vinile.

Avete parlato di messaggio: effettivamente per voi Restoration cosa vuole veicolare?
Sicuramente un messaggio di anti-standardizzazione artistica e creativa. Poniamo al centro il rapporto tra macchina e artista in cui le due entità dialogano e nessuna delle due parti è predominante. Se ci pensi uno sviluppo tecnologico privo di buonsenso non fa altro che rendere sempre meno importanti le competenze dell’artista, di conseguenza mancando quella componente di sacrificio e di studio accade che coloro che iniziano a popolare questo ambito non lo fanno più con passione o in buona fede, ma partecipano semplicemente ad una scalata sociale ed economica per appagare il proprio ego o bisogni che con la musica hanno poco a che spartire.

Questo però sembra essere un problema comune anche al pubblico, che vive sempre più di hype. Penso proprio al caso dell’electro, una branca complessa, con ritmi sincopati, BPM incalzanti, e dubito che senza un forte endorsement sarebbe stata così sovraesposta nel corso degli ultimi mesi. Basti pensare che fino a pochi mesi fa una grande fetta di pubblico sosteneva che Dj Stingray fosse un nome puramente techno senza alcun tipo di associazione a questo fenomeno.
E’ vero, e probabilmente oggi molte delle persone che sono in pista non apprezzano nemmeno quando questo genere prende il sopravvento, ma vogliono/devono ballarlo per dimostrare di appartenere a qualche sorta di avanguardia.

Restoration vi ha fatti conoscere in Italia, all’estero e soprattutto vi ha permesso di creare collaborazioni importanti come per esempio quella con Blawan.
Marieu ha suonato con Blawan nel corso della prima data italiana e sono andati subito d’accordo. In quel periodo Blawan produceva unicamente in digitale tramite laptop. Ci siamo accordati per trovarci a Berlino per mostrargli e spiegargli come lavoriamo e come utilizziamo gli hardware. Lui è stato subito rapito da questo mondo e con impegno si è messo davanti alle macchine studiandone i vari funzionamenti e potenzialità. Il passaggio successivo è stato produrre assieme e la nascita del progetto Parassela.

 

 

Tra gli altri artisti che si sono innamorati del vostro sound c’è anche Steffi.
Lei l’abbiamo conosciuta al Panorama Bar e le abbiamo dato tutti i nostri dischi. Ha capito subito cosa facevamo e cosa ci piaceva così è nata la collaborazione e siamo stati molto soddisfatti di questa esperienza.

Ci sono artisti che in questa seconda ondata di “passione” nei confronti del vinile hanno trovato una consacrazione che sembrava mancare ingiustamente. Penso a Theo Parrish, Moodymann e lo stesso Stingray. Artisti che da sempre producono musica di grande spessore senza mai aver avuto il giusto riconoscimento. Però a me pare che proprio questi artisti oggi rischino di soffrire di quel divismo che solitamente appartiene ad altri nomi e generi di riferimento.
Sicuramente si tratta di persone che per la musica hanno dato tantissimo. Artisti che hanno prodotto dischi facendo fatica ad arrivare alla fine del mese e lavorando in condizioni molto dure in contesti come quello di Detroit. Il problema è che molti di loro sono stati vittime di operazioni mediatiche per legittimarli agli occhi del grande pubblico, il che è paradossale per due motivi: il primo è che non ne hanno bisogno perché i loro dischi parlano molto di più delle parole, il secondo è che queste operazioni non sono mai genuine e poco si sposano con chi invece dell’onestà intellettuale ne ha fatto un simbolo.

Dopo dieci anni è lecito chiedervi se risultati che vi eravate prefissati sono stati raggiunti o meno.
Il fatto che le case produttrici abbiamo aumentato il numero di hardware in commercio è un segnale positivo ed aver creato una rete con tanti giovani appassionati a questo mondo è una soddisfazione.

Tra l’altro in questo senso vi siete spesi anche voi supportando nuovi talenti come Steve Murphy, Dj Octopus, Sagats e molti altri ancora.
Sì, anche perché crediamo che quello che si ottiene in qualche modo è necessario restituirlo e noi lo facciamo supportando chi condivide la nostra stessa mentalità.

 

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