Martedì 25 Luglio 2017
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Grazie Giancarlo, grazie Goa

 

Ricordo come fosse ieri la mia prima volta al Goa, esattamente sette anni fa. Ne parlavano tutti i miei coetanei, soprattutto il giovedì. Al calar delle tenebre i miei amici più grandi si vestivano di nero e prendevano le macchine per sparire a via Libetta, io invece ero ancora un ragazzino, cresciuto nei club di zona mia tra Piper Club e ditorni, il nome del Goa mi suonava distante eppure ogni venerdì pomeriggio mi venivano descritti con entusiasmo tutti i minuziosi dettagli, dal coccodrillo all’ingresso ai burattini, dalla folla vestita in nero alla rigida selezione alla porta, passata con gloria dopo qualche tempo di attesa. Più passavano le settimane, più sentivo il bisogno di sperimentare questo tenebroso posto di cui tutti sono fissati, e in cui le mie conoscenze di maggiore età hanno trovato la propria casa.

In zona mia chi andava al Goa frequentava anche gli altri locali nel resto del weekend, ma il giovedì era come se dovesse svolgersi un rituale che era davvero un peccato dover saltare. “Cosa sarà mai, solo un’altra discoteca, no?” pensavo tra me e me. Erano ancora gli anni del liceo, sperimentare l’Ultrabeat del giovedì significava trovare una buona scusa per non andare a scuola il giorno dopo, o perlomeno trovare un escamotage per rientrare ad un orario indecente senza creare crisi familiari. In quel periodo, era più o meno il 2010, la musica elettronica iniziava a costituire il soundtrack principale delle mie giornate, e tra le varie piattaforme musicali sbocciate da poco passavo intere giornate a conoscere nuovi artisti, brani nascosti, realtà internazionali delle quali osservavo i video su Youtube con la bava alla bocca. Come direbbe qualcuno: stavo iniziando a sentire l’energiaBoiler Room, Berlino, Londra, New York. La gente nel mondo stava vivendo quella musica, con una forza e un amore fisico che da una parte mi pareva impossibile, dall’altra mi affascinava profondamente. Col trascorrere dei mesi, questo Goa che offriva techno e house ad altissimi livelli divenne sempre più un’ossessione. Dovevo capire cosa provasse tutta quella gente, nei dancefloor di tutto il mondo, con una musica che non aveva nè drop, nè build up epici. “Guarda che sei troppo piccolo per andare” dicevano i più grandi, quando ne parlavamo davanti un caffè: “vatti a sentire Tiësto e Steve Angello, questa roba la capirai dopo”. Per qualche motivo le persone che lavoravano o semplicemente frequentavano quel posto sembravano avere una scintilla negli occhi. Uno charme, una consapevolezza, qualcosa. Poi finalmente è arrivato quel giovedì: Sven Väth ospite speciale, chissà in che mese, avrei dovuto segnarmelo. Si sono decisi a portarmi: probabilmente la prima serata techno della mia vita, anche se di questo non sono sicuro.

 

 

Fatto sta che riesco ad entrare con amici di amici che conoscevano qualcuno che lavorava al locale e, vestito di nero dalla testa ai piedi (totale novità per quelli che erano i miei outfit abituali in discoteca) metto piede per la prima volta in questo salotto a luci soffuse, arredato come la casa di un lord inglese. Il locale è pieno, quasi scoppia, una cassa profonda riempie l’atmosfera e vibra tra le costole delle persone. Sono estasiato. Tutto è nuovo: quelle cornici, quei banconi, quelle persone, quella musica. Non c’è da cantare, non c’è da saltare; bisogna solo sentireUna potenza che scorre nelle vene.

In consolle c’è un signore, ovviamente in nero, dall’aria autorevole ma allo stesso tempo rilassata. Sta suonando con i vinili, e intorno a lui ragazzi e ragazze fanno collezione di sorrisi. Una luce rossa avvolge la folla, ogni tanto accompagnata da una strobo, mentre una serie di percussioni scandisce il ritmo dei corpi. Probabilmente sono il più piccolo, non conosco nessuno a parte le persone con cui sono venuto, e non faccio altro che girare e girare per il locale, tra il terrazzino, il corridoio dietro la consolle, la pista, la zona bar e l’area fumatori all’esterno. Da quest’ultima si nota un bagno di folla che riempie il piazzale, dal quale sono riuscito a uscire non so neanche io come. Un buttafuori all’ingresso cerca di spiegare a un gruppo di ragazzi che il club ormai è pieno. Due donne ballano una vicino all’altra, con gli occhi chiusi e il drink in mano. Siamo tutti uguali, e tutti diversi. E quella musica mi rapisce completamente. Quel signore ha appena smesso di suonare, e la folla per la prima volta solleva un’ovazione. Applausi e abbracci si sprecano, e la mia curiosità di scoprire chi sia quella persona inizia a divorarmi. Perchè scende dalla consolle, lasciando il posto al mitico Sven – che poco prima di iniziare ha scambiato con lui due battute e qualche gesto d’affetto – e mentre si dirige verso la zona bar tutti lo fermano per dargli la mano o dirgli qualcosa. Lo seguo con lo sguardo mentre si posiziona con le spalle al muro alla destra del bar al di sopra della pista. Ho chiesto a qualcuno chi fosse e quel qualcuno mi ha risposto “Come chi é? Quello è Giancarlino. Sei piccolo, non puoi sapere di chi stiamo parlando“.

 

 

Non ricordo come sia continuata la serata, fatto sta che il giorno dopo andai a scuola a testa alta. Tra quelle mura avevo percepito un legame che non avevo mai provato, con quei giovani uniti da qualcosa di più forte dello sballo, delle risate, dell’amore: c’era la musica, al centro della notte. Entrando al Goa sentivo di essermi aggiunto a una comunità, una famiglia. Un club, appunto. Quella notte di maggio – o forse aprile – ho scoperto il significato di essere un clubE quell’uomo oscuro, che ogni giovedì ho ritrovato appoggiato sempre alla stessa parete, vicino a quel bancone, per me era diventato il simbolo del mio nuovo mondo. Mi sentivo addosso l’aura di rispetto e riverenza che tutti gli abituèe del posto nutrivano per lui ed ogni volta che varcavo la soglia del Goa lui era sempre lì, a scandire le lancette delle mie serate a suon di percussioni, ripartenze, melodie immortali. Sono passati gli anni, ho iniziato a lavorare per Dj Mag nel periodo in cui frequentavo i club di Libetta ormai quasi ogni weekend, nutrendomi allo stesso tempo di qualsiasi genere musicale mi passasse tra le mani nel resto della città. Negli anni ho ascoltato e letto tanto, il mio approccio si è evoluto sempre più, al punto che – proprio qualche tempo fa – sembrava assurdo non mi fossi ancora fatto presentare al capofamiglia, al maestro, a colui che da più di sette anni mi aveva insegnato tanto non avendomi mai rivolto la parola. Conoscevo tutti i suoi dischi, mi informavo online al punto da scoprire addirittura quale fosse il primo vinile da lui acquistato (‘Can You Feel The Force’ – The Real Thing, 1979), semplicemente sapevo la sua storia. Una storia fatta di feste che hanno segnato per sempre l’intrattenimento del nostro paese, artisti internazionali che sono approdati qui grazie a lui, contaminazioni musicali che, tra lui e i protagonisti della scena anni ’90, sono diventati l’abitudine di molti di noi. Ci ho lasciato parte di me stesso, tra quelle mura, e ogni qualvolta mi capiti di tornare, il giovedì o il sabato, ritrovo quella parte di me, ad aspettarmi sorridente con in mano un gin tonic. 

 

 

Una settimana fa, dopo qualche voce che già circolava, arriva l’annuncio. Giancarlino si sta ritirando. Il motivo è spiegato da lui stesso: il sovrapporsi di impegni imprenditoriali, la mancanza di tempo per dedicarsi alla ricerca, la volontà di dare spazio al meraviglioso vivaio che da qualche anno accompagna i continuativi di giovedì, venerdì e sabato. Dopo 30 anni, dal MAIS del 1986 al Royalton, dalle serate ‘All Black’ al primo Goa e ai progetti internazionali, la sua carriera da dj vedrà un meritato riposo. La notizia, uscita su Facebook, diventa argomento di conversazione per tutti gli over21 che hanno fatto del Goa una meta abituale negli ultimi anni. Il padrino sta per lasciare, tornerà a trovarci con i suoi dischi quando suonerà il suo preferito, Ricardo, e forse in qualche altra occasione speciale, ma non sarà più lì a dirmi “buonasera Federico” con ‘Nervous Acid’ di Bobby Konders, nel cuore della notte di via Libetta. L’emozione generale si sviluppa subito, perchè il sapore è quello dell’ultima di Totti nel suo Stadio Olimpico.

L’ultimo atto è andato in scena ieri sera, giovedì 18 maggio 2017. Vi racconteremo come sono andate le cose – e con lui vi racconteremo tanto altro nella nostra intervista esclusiva del numero di giugno – ma quel che oggi tenevo a fare, dopo questa – perdonatemi – lunghissima digressione, è un ringraziamento. Grazie Giancarlo, per le mille notti in cui il mio cuore è andato a tremila su note mai sentite prima. Grazie per tutte le volte che sono uscito dal locale con il sole e i miei amici intorno, tra orecchie che fischiano dopo l’ennesima leggenda che si è esibita e la fatica del ballo che ti sfianca. Grazie di aver regalato a Roma una passione che dura dal 1996, e che si rinnova ogni anno senza debolezze. Grazie dei sorrisi, le distrazioni e la magia che te, il tuo club e la tua musica sono stati capaci di regalarci a tutti. Nell’attesa di rivederti presto a girare i vinili, grazie di aver insegnato a questa città come si cammina al buio. 

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Ventitre anni di cui una buona parte vissuta nel club, ama inseguire la musica elettronica per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del genere. Appassionato anche di cinema e fotografia, sta vivendo le prime fasi di una carriera interamente dedicata alla musica.