• Interviste

  • 14 aprile 2017

  • scritto da Alberto Scotti

I Little Dragon girano intorno alla dance

 

Oggi esce ‘Season High’, il nuovo album dei Little Dragon. Un bel regalone per Pasqua. La band svedese si muove da sempre su coordinate che incrociano con classe il jazz, o meglio quello che un tempo era figo definire come nu jazz, un ibrido di suggestioni jazz (appunto) e tutto quel mondo ritmico arrivato con l’acid jazz e i passaggi successivi, con l’elettronica e un’inclinazione naturale a una buona scrittura pop. Il tutto sorretto e tenuto insieme dalla voce magnetica e vellutata di Yukimi Nagano, già colonna sonora delle nostre vite ai tempi dei Koop. In ‘Season High’ i Little Dragon spostano il baricentro del proprio suono verso una direzione dance leggera e ricca di eleganza. Ho voluto approfondire il discorso chiamando direttamente uno dei fondatori del gruppo, Erik Bodin, nella sua Goteborg in Svezia prima di partire per il tour (che li vede peraltro al Coachella domani, seguite gli streaming QUI). Mentre leggete l’intervista potete ascoltare l’album, che è molto bello ed è perfetto per accompagnare un pomeriggio primaverile.

 

 

Ciao Erik, grazie per il tuo tempo. Come stai?

Bene! Grazie a te, è un piacere chiacchierare di questo nuovo album.

 

Infatti voglio iniziare proprio da ‘Season High': ci sono episodi più lenti e romantici, nel solco della vostra tradizione diciamo, e altri decisamente più dance, come ‘Push’ e ‘The Pop Life’. Parafrasando quest’ultimo, ti chiedo: davvero la dance è il nuovo pop?

Sì, lo è. Penso che lo sia già da lungo tempo, la dance ha il grande merito di essere un genere estremamente creativo e versatile, perciò – ovviamente dipende da quale prospettiva la vedi – ci sono tantissime opportunità di costruire una nuova grammatica pop partendo dalle intuizioni della dance, che è un serbatoio di idee.

 

In Svezia poi avete un’altissima concentrazione di talenti che si esprimono nella dance, da una figura come Max Martin alle superstar come Avicii, Alesso, Axwell^Ingrosso…

Hai ragione. Molti artisti di successo, dj o anche produttori che stannno dietro le quinte dello studio, vengono dal mio Paese. C’è un sound svedese, un marchio su un grande numero di hit internazionali che viene da qui. Il gusto per la melodia, per una capacità di essere pop molto precisa. Mi piace chiamarlo “Swedish Pop Sound”. Ma il bello è che tante persone non lo sanno finché non leggono i nomi, perché la dance è un linguaggio universale e se viene cantata, spesso è in inglese, perciò è proprio una musica che nasce con un respiro intrinsecamente internazionale.

 

LittleDragon5_Credit-IbrahimKamara

 

Invece che fine ha fatto lo “Swedish Nu Jazz Sound” tanto di moda nel decennio scorso? Anzi, allarghiamo il campo a tutto il Nord Europa. Mi pare che anche i Little Dragon siano stati in qualche modo parte di quell’ondata, no?
Sì e no, in realtà siamo nati in un momento in cui tutto questo era all’apice, e quando abbiamo acquisito una nostra personalità eravamo già oltre quel sound e i suoi inevitabili cliché. Quella scena si è dissolta, è stato come un momento in cui diverse esperienze stavano convergendo verso un punto identico, ed è stato molto bello ed eccitante perché sembrava che da qui, dalla Scandinavia, partissero avventure e trend diversi da tutto ciò che si sentiva in giro. C’era molto personalità nell’aria. Poi ognuno ha sviluppato le proprie diverse inclinazioni ed è naturale che quella bolla si sia dissolta, o meglio trasformata in altro.

 

Che mi dici di ‘Season High’? In che contesto è nato, cosa c’è dentro questo album?

Inizio dal titolo e dicendoti che è stato molto difficile sceglierlo. Ma poi è diventato molto rappresentativo. Il disco celebra gli “high” della vita, i momenti alti, felici, belli, è una celebrazione della vita. Ci sono canzoni dalle anime diverse, c’è la dance e c’è il pop, c’è una malinconia di fondo in alcuni brani e un grande divertimento che permea tutti i pezzi. Ci siamo molto rilassati e divertiti, abbiamo passato molti momenti belli e c’era nell’aria una vibra positiva. Non è una condizione così comune quando si fanno i dischi, spesso c’è tensione. In questo caso assolutamente no.

 

 

‘Season High’ esce oggi. Solo dieci anni fa, ai tempi del vostro primo album, il download era una prtica di fruizione e acquisto nuova, il CD era ancora il formato più classico e diffuso. Oggi lo streaming è la principale fonte di guadagno dell’industria musicale. Come vedi, da musicista che vive di questo, le trasformazioni tecnologiche e la loro influenza sul mercato?

Mentre mi fai questa domanda sono seudto davanti alla mia gigantesca collezione di dischi in vinile, perciò sarei tentato di dirti che si stava meglio prima. Ma la realtà è che le cose cambiano e si sviluppano in modi imprevedibili e in tempi talvolta brevissimi. Chiaramente non sono felice del fatto che lo streaming non sia una fonte di guadagno adeguata per garantire a un musicista di poter campare dei propri dischi, che costano tempo, soldi, lavoro e fatica. Al tempo stesso, cerco di guardare ai tanti lati positivi di queste trasformazioni: oggi abbiamo maggiore controllo sulla nostra musica, sulle vendite e sui dati reali. Abbiamo modo, volendo, di non essere legati a strutture come le etichette discografiche, i distributori, tutta la filiera classica che a volte, intendiamoci, è di grande aiuto a una carriera, ma in altri casi è un ostacolo. Infine, per un musicista che comeme ama suonare dal vivo, il fatto di dover fare tante date live per guadagnare il giusto mi mette allegria.

 

Gorillaz, SBTRKT, DJ Shadow, videogame come FIFA 2012. La vostra storia è costellata di collaborazioni importanti e interssanti, scelte sempre con oculatezza e grande visione. Continuando idealmente il discorso della domanda di prima, quanto conta oggi saper scegliere dove essere presenti e dove no, collaborare ai dischi e ai progetti che sanno dare visibilità e profilo?

Una domanda interessante. Nell’hip hop succede da sempre, se ci pensi. Perchè gli artisti avevano bisogno del supporto reciproco, la mia popolarità aiuta la tua e vieceversa, e insieme ci conosce e segue più gente. Semplice no? Questa mentalità i rapper l’hanno poi portata avanti nel tempo, e anche oggi infatti sanno sfruttarla con metodo e intelligenza. Oggi c’è una grandissima confusione, è necessario saper essere presenti e coinvolgere il proprio pubblico dandosi il giusto profilo, è innegabile. Ma ancora prima di tutto questo discorso strategico, siamo musicisti, ed è una cosa bellissima lavorare insieme ad altre persone con cui c’è stima reciproca. Molto più bello che “importante”. Perchè facciamo tutti questi discorsi sacrosanti, ma l’integrità è ancora un valore, almeno per me e per noi gioca un ruolo imprescindibile.

 

 

 

 

 

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L'autore: Alberto Scotti
Alberto Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico. Producer con molte release alle spalle e qualche presenza nella Top100 di Beatport.
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