Sabato 18 Novembre 2017
Interviste

I mille volti di Carl Craig

 

Perdonate lo sconfinamento nel personale, che tuttavia mi pare un’utile premessa per entrare in argomento. In occasione dei lunedì “alternativi” del club, anni fa ho avuto la fortuna di assistere all’esibizione di Francesco Tristano al Berghain. Un accostamento e una commistione, a dir poco inusuale, di spazi e generi. Un artista di formazione classica nel tempio techno per eccellenza. Eppure, a un’attenta riflessione, questo è un esempio tangibile di come la musica possa essere sinonimo di libertà, di creatività e arte allo stato puro, priva di compromessi e capace di azzerare le distanze. Perché uno degli artisti che più ha contribuito all’avvicinamento tra techno e musica classica, due universi per definizione distinti, è stato proprio Francesco Tristano, che nel nuovo progetto di Carl Craig riveste un ruolo fondamentale di interprete tra i due mondi musicali, come peraltro conferma lo stesso Craig nell’intervista che segue. Ascoltando la produzione musicale del produttore di Detroit, tuttavia, risulta già evidente come la sua ambizione creativa sia stata nel tempo quella di tendere verso una dimensione musicale superiore, i cui elementi ritmici avessero un risvolto in grado di elevare l’aspetto puramente “terreno” del suono techno. La prospettiva trasversale, parallelamente a un approccio di scrittura concettuale, è la peculiarità unica che lo ha differenziato dagli altri grandi produttori della seconda generazione di Detroit da cui è emerso. Il nuovo album ‘Versus’ rappresenta pertanto un punto di arrivo inedito, raggiunto attraverso una reinterpretazione di alcuni brani arrangiati in chiave sinfonica. Una rilettura “colta” che conferma la solidità delle sue intuizioni. La nuova direzione di Carl Craig, per certi versi, deve essere interpretata come l’evoluzione naturale di un suono emotivo e razionale, elegante e spirituale. Non è dunque una sorpresa lo sbocco sinfonico, a pensarci bene, perché il lato intellettuale è sempre stato presente nella techno di Detroit, fin dalle sue origini. E la musica di Craig ben si presta ad essere pla- smata e contestualizzata con assoluta credibilità e autenticità.

 

 

Carl, sei costantemente in tour: non ti sei ancora stancato?
Quando qualcuno mi chiede quanto dura il tour, rispondo che sono in tour dal 1991…

Quando trovi il tempo per scrivere nuova musica?
Devo produrre quando posso e quando riesco a trovare il tempo.

In tour ci riesci?
Cerco di farlo, ma in realtà per me è meglio fare musica quando so- no a casa a Detroit.

Quanto tempo sei a Detroit?
Non così spesso come vorrei.

Cosa ti manca maggiormente quando sei in giro?
Poter essere nel mio studio e poter cucinare, in giro mi adatto ma non riesco mai a cucinare.

E tra poco partirà anche il tour legato al nuovo album ‘Versus’. Quali sono state le prime reazioni al progetto?
Non ne ho ricevute molte, perché l’album è in uscita ma, suonando in giro, spesso qualcuno mi ha indicato la preferenza per una o per l’altra traccia. 

c2-9

Il tuo è stato un percorso che è partito con la techno, ma che nel tempo ha mostrato aperture e contaminazioni con generi di- versi, che vanno dalla house agli inizi della jungle (di cui il pro- getto Innerzone Orchestra è considerato come precursore), fino alla musica classica, esplorata in ‘ReComposed’ insieme a Moritz Von Oswald su Deutsche Grammophon, e approfondita sul tuo ma- teriale come nel caso dell’album in uscita. Pensavi che saresti approdato alla musica classica?
Quando io e Derrick May abbiamo iniziato a fare musica insieme ave- vamo questa visione: che la nostra musica dovesse essere qualcosa di simile a una colonna sonora. Crescendo con influenze diverse, ascoltando il jazz, la musica orchestrale, James Brown e quindi il funk e il soul, avevamo già l’idea di mettere tutte queste influenze nella techno. Quando Alexandre Cazac di InFiné ha proposto l’idea di realizzare nuove versioni dei miei brani ho avuto l’occasione di poterlo fare con Francesco Tristano, che ha una solida formazione alle spalle su questo tipo di musica.

Quale è stato quindi il ruolo di Francesco Tristano?
Francesco ha curato gli arrangiamenti di tutti i miei brani. La parte realmente più importante nelle composizioni riguarda gli arrangiamenti. Se presti attenzione ai crediti dei dischi degli anni Cinquanta e Sessanta, era sempre presente la figura di un arrangiatore. La sua posizione era quella di mettere in comunicazione il compositore e i musicisti, specialmente i musicisti orchestrali. Miles Davis, in ‘Sketches Of Spain’, ha avuto bisogno di un arrangiatore che traducesse in jazz le sue idee. Allo stesso modo, io ho avuto bisogno di qualcuno che traducesse le mie idee in una lingua che non parlo. Non sono un musicista classico.

 

 

Nei crediti dell’album il ruolo di Moritz Von Oswald è quello di “spi- ritual advisor”: quale funzione ha ricoperto esattamente?
Moritz è stato coinvolto nella line up originale e nelle prime registrazioni, ma nel mezzo purtroppo ha avuto i noti problemi di salute e, pertanto, ha avuto bisogno di tempo per recuperare e rimettersi. Non è stato coinvolto come avremmo voluto ma ha contribuito con idee, dato che il progetto è stato elaborato lentamente.

In effetti l’inizio del progetto risale al 2008…
È vero, però l’abbiamo realizzato in quattro giorni attraverso sessioni diverse. Otto anni per finalizzarlo e solo quattro giorni per realizzarlo. Tutti insieme nello stesso studio?
Io, Francesco Tristano, il direttore Francois-Xavier Roth e l’orchestra, tutti insieme nello stesso studio. L’abbiamo realizzato in uno studio molto famoso a Parigi, dove generalmente vengono realizzate registrazioni orchestrali per colonne sonore di film.

Ma nel tour del progetto, che si chiama ‘Versus Synthesizer Ensemble’, sarete in cinque?
Saremo in sei: io e Francesco, il mio direttore musicale e altri tre musicisti.

 

CARL CRAIG (Pas Daniel)

 

Tra l’altro suonerete al Sonar?
Saremo al Sonar, così come al Movement di Detroit, a Londra e altre date a seguire.

Suonerete anche in Italia?
Spero di suonare ovunque, a ottobre è prevista una data a Roma, ma è meglio controllare le date che si stanno aggiungendo.

Cosa pensi del pubblico italiano?
Il pubblico italiano può essere energico, solitamente preferisce la cassa ma soprattutto predilige la linea di basso.

All’inizio di questa intervista mi hai parlato dei tuoi inizi con Derrick May: è vera la storia che non voleva produrti perché secondo lui non eri ancora pronto e preferiva che lavorassi a fondo per trovare un tuo suono?
Avevo musica che a me piaceva davvero ma a lui no, e quindi non voleva pubblicarla, come ad esempio ‘Elements’, che poi è finita sulla seconda raccolta techno della Virgin. Questo è il motivo per cui ho creato le mie etichette.

Inizialmente hai prodotto musica con pseudonimi diversi, come ad esempio 69, Psyche, BFC, C2…
Da giovane, ma anche adesso seppur in misura minore, ero stranamente molto timido. Fare cose diverse con moniker diversi era un modo per nascondermi. Ma nello stesso tempo era anche divertente.

E come hai deciso che era arrivato il tempo di produrre con il tuo vero nome?
Sono nato lo stesso giorno di Sun Ra e da qualche parte avevo letto una sua fiera rivendicazione della propria identità, della propria origine afro-americana collegata alla schiavitù e, in generale, ad altri popoli oppressi, gente che ha subito persecuzioni nel corso degli anni.

 

[www.en.wikipedia.org/wiki/Carl_Craig linktext:Carl Craig]

 

Perchè hai contattato Derrick May e non Juan Atkins, dato che Juan ave- va lavorato con tuo cugino Doug Craig?
Juan e Doug, dopo aver pubblicato ‘Technicolor’ come Channel One, hanno litigato e non sono più stati amici. Sono cresciuto con la musica di Juan ma ero innamorato della musica di Derrick. Quando è uscita ‘X-Ray’ avevo quindici/sedici anni, ma quando ho ascoltato ‘Nude Photo’ ho capito che era quello che volevo fare. Suonava come un canzone, ma di fatto non lo era. ‘Alleys Of Your Mind’, ‘Cosmic Cars’, ‘Night Drive’ suonavano più come canzoni; nonostante mi piacesse la musica avevo una sensibilità diversa. All’inizio suonavo la chitarra, ma dopo aver scoperto i sintetizzatori e i sequencer è cambiato tutto: potevo sperimentare con i suoni e fare quello che volevo, senza confini. Quando ascolto Steve Reich o Steve Roach, o cose basate sui loop o dall’estetica sognante, ho la conferma che i sintetizzatori hanno reso possibile tutto questo.

Se consideriamo Atkins e May come la “prima generazione” di Detroit e la tua come la “seconda”, che cosa è successo dopo?
Oggi c’è gente come Jay Daniel, ma dopo di me, Stacey Pullen, Anthony Shakir, Octave One, Claude Young, sono arrivati, anche se non sono considerati strettamente techno, Moodymann, Theo Parrish, Rick Wade.

Che però, appunto, non sono considerati propriamente come Detroit techno…
È un discorso di attitudine, non di suono. Di attitudine e di accuratezza.

E quindi qual è la tua definizione di Detroit techno?
È qualcosa di sognante, che ti deve letteralmente trasportare altrove, dev’esserci la componente ritmica, che deriva dai ritmi africani e che di fatto rappresenta l’aspetto terreno, ma deve avere una dimensione celestiale. In un certo senso, il rapporto tra techno e Detroit techno è quello che esi- ste tra reggae e dub. Nel dub persiste la struttura ritmica, ma ci sono gli effetti e la spinta in profondità che sono in grado di trasportarti altrove.

 

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