I Radiohead sono per tutti?

Il mio primo post non può che riguardare l’evento più chiacchierato di questi giorni: l’arrivo dei Radiohead in Italia.

Una band che gode di grande seguito dalle nostre parti, cosa che tuttavia non riesco a spiegarmi fino in fondo, considerando che siamo pur sempre in Italia, dove far coincidere musica di un certo tipo con i grandi numeri è sempre difficile.

Merito loro, senza dubbio, coraggiosi e innovatori, sia in musica che nella ricerca di nuove forme di diffusione discografica attraverso il ribaltamento dei canali distributivi tradizionali. E protagonisti di un buon concerto (mi riferisco, per quanto mi riguarda, alla data di Firenze), che ne conferma dal vivo la riuscita commistione tra indie rock ed elettronica già ascoltata su disco: ottimo arrangiamento dei brani ed effetti scenografici che da soli valgono lo spettacolo, senza contare un Thom Yorke in forma smagliante.

Ma anche un concerto non troppo “facile”, non orecchiabile, se vogliamo. E proprio questo è il punto: quanti, al di là delle prime file, erano lì davvero per ascoltare i Radiohead? Tutti coloro che parlavano di argomenti estranei al concerto, non avrebbero potuto farlo più comodamente seduti ai tavolini di un bar? Perché solo “Karma Police” è stata cantata in coro dall’inizio alla fine (senza poter ascoltare un solo passaggio della voce di Yorke)? Come si spiega, dunque, un tale bagno di folla: occasione di svago (peraltro a prezzi tutt’altro che popolari) o evento in cui era “importante” esserci?

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