Mercoledì 18 Luglio 2018
Festival

Kappa Futur Festival ha portato il mondo a Torino

La settima edizione di KFF è stata ricca di novità e ha reso il festival ancora più grande e internazionale nelle scelte artistiche e nell'attitudine

Come si migliora un festival che è già un successo in termini di line up, di pubblico, di esperienza? Rilanciando. Kappa Futur Festival è ormai un appuntamento fisso dell’estate italiana e anche, a giudicare dalle lingue che abbiamo sentito parlare in questi giorni, internazionale (si parla di spettatori da 89 Paesi, dal Qatar all’Honduras, per darvi un’idea). Un festival techno con tutti i crismi, con presenze costantemente in crescita, e quest’anno con un palco in più a migliorare ancora l’offerta. Tanto che ormai si può dire che ogni sfumatura del genere è coperta adeguatamente, ammesso che ancora nel 2018 badiamo ai generi. Perché Futur Festival si muove con una proposta artistica che segue un’attitudine più che una suddivisione per suoni, così Motor City Drum Ensemble e Peggy Gou condividono lo stesso palco come Eats Everything e Giorgia Angiuli, o Fatboy Slim e Joseph Capriati. Tutti grandi protagonisti di due giornate memorabili per qualità e continuità. In quasi dodici ore al giorno di musica, è infatti difficile trovare momenti di stanca, se un palco propone un dj che ci piace poco, abbiamo tre scelte diverse dove pescare qualcuno che ci faccia stare bene.

Foto: Simone Arena

Costruire una line up con tanti eroi non è così difficile quando si è una realtà consolidata, il budget e la fama del Kappa permettono ampie campagne acquisti e diventa semplice anche fare turnover tra i big: mancano Sven Väth e Carl Cox? Arrivano Eric Prydz e Luciano. Per fare un esempio banale. La vera abilità è quella di avere una squadra di campioni e valorizzarli tutti: l’Inter di Moratti prima dei successi del triplete ha faticato per anni a gestire uno spogliatoio di fenomeni; nella Juve di oggi anche i mediani diventano protagonisti. E questo, tradotto nel caso di Kappa, vuol dire configurare una timetable che non sacrifichi nessuno. Alcuni headliner vengono messi sul mainstage alle 15, altri alle 22. I nomi pesanti sono dislocati sugli altri palchi a orari centrali, e tutto combacia facendo in modo che se da una parte c’è chi picchia duro, dall’altra ci si può godere un set più rilassato. E questa è una mossa intelligentissima anche per garantire ingressi fin dalle prime ore del pomeriggio. Scacco matto: i dj suonano sempre con un bel pubblico davanti, all’entrata non si formano imbuti esagerati, e anche l’indotto dei bar ne guadagna. Tutto gira per il verso giusto.

Foto: Simone Arena

Kappa Futur Festival ha dato una notevolissima dimostrazione di forza, perché se è vero che il successo di questa edizione non sorprende assolutamente, è il modo in cui si è percepito ancora una volta il miglioramento a collocare KFF tra i top player dei festival europei. Con tanto di benedizione della prima cittadina Chiara Appendino durante il set di Joseph Capriati, che dal canto suo è ormai una superstar assoluta (con tanto di intervento al microfono a dimostrazione di quanto l’immaginario techno sia ormai a suo modo molto più pop di qualche anno fa). Se i numeri parlano da sè (50mila presenze è un record assoluto per il festival e un numero esagerato per un evento techno in Italia, considerando anche che il prezzo del biglietto non è vertiginoso ma neppure bassissimo) è il feeling che si respira al Parco Dora a dare la sensazione di essere in mezzo a qualcosa di importante. Innanzitutto, proprio Parco Dora è un valore aggiunto enorme, l’area perfetta per respirare techno e house; e poi il pubblico, che negli anni è diventato sempre meno “tribù” e più trasversale, ma attento e appassionato, tanto che era molto frequente vedere ragazzi e ragazze intenti a consultare line up e timetable per spostarsi a sentire questo o quel dj. Sintomo di un’attenzione attiva alla musica che si è venuti ad ascoltare.

Foto: Marco Menghi

Pecche? Un paio: la parte “nuova” di parco aperta al pubblico, quella che porta al Burn Stage, ancora un po’ da sistemare; il Burn Stage stesso vittima di un sole cocente tutto il giorno; e, a tratti, un piccolo rientro di suono tra uno stage e l’altro in alcuni punti, probabilmente dovuto al fatto che gestire il suono per quattro stage richiede un intervento acustico ancora più preciso sullo spazio disponibile. Ma nulla di drammatico, specie se confrontato con gli aspetti positivi: palchi allestiti con grande cura, schermi e visual di livello ovunque, impianti all’altezza della situazione e un mainstage dal look rinnovato e ancora più maestoso. Cambi palco rapidi e organizzati e uno scorrimento dei set assolutamente lineare. 

Foto: Simone Arena

I migliori set? Gli italiani: Joseph Capriati ha dominato, protagonista assoluto, e Marco Carola ha chiuso il mainstage da maestro. Eats Everything è stato spettacolare, un cecchino, ogni traccia un colpo sicuro. Eric Prydz non ha deluso le aspettative; Fatboy Slim in grande forma nel gestire un set techno che non snaturasse il suo mood brillante; Giorgia Angiuli live sempre una sicurezza. Tra i migliori anche Rødhåd, tecnica sopraffina e grande energia; Kölsch, perfetto sul mainstage; DJ Tennis, altro italiano ormai tra i big; Jackmaster, eclettico e virtuoso, una roccia nel gestire il dancefloor; e il live di KiNK, mostruoso come sempre nella sua ricerca analogica; menzione speciale per Motor City Drum Ensemble che ha fatto ballare tutti tra disco, funk, house e groove irresitibili, e DJ Ralf che nonostante un piccolo problema tecnico iniziale ha conquistato il pubblico alla sua maniera, chiudendo con una versione spettacolare di ‘Bella Ciao’.

Kappa Futur Festival è una conferma e una sorpresa allo stesso tempo. Un motivo per cui essere campanilisti e dire che in Italia abbiamo un festival da Champions League. E non è l’unico. Bene così. Avanti tutta.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 
10.07.2018

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.
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