Martedì 25 Luglio 2017
Festival

Kappa Futur Festival vola sempre più alto

 

di Albi Scotti e Ale Lippi

La corsa all’ingresso, il caldo torrido di luglio, le ragazze in costume, i torsi nudi, gli zaini, i bassi sentiti da lontano, le coppie che si baciano, gli occhiali da sole, i soliti volti noti nel backstage, correre da un palco all’altro per sentire un dj. Il bello dei festival è tutto questo: vivere in una bolla che sospende la realtà quotidiana, lascia fuori i problemi, gli impegni, la routine. E livella tutti. Ingegneri, impiegati, studentesse, bancari, amministratori delegati, pittrici, modelle, falegnami, dj. Tutti i cuori battono allo stesso ritmo. Kappa Futur Festival è diventato uno di quei festival speciali a cui non si vuole proprio mancare. Ne abbiamo parlato tanto bene lo scorso anno, che le aspettative erano altissime per l’edizione 2017, ancor più dopo l’annuncio di una line up aperta verso direzioni nuove (Fatboy Slim, The Black Madonna, Sasha & John Digweed, gli orari insoliti di diversi big). Sulla carta tutto sembrava preludere al meglio. E in effetti è stato così.

 

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Doppio sold out
A partire proprio dalla risposta del pubblico, così numeroso da premiare l’organizzazione e toccare un doppio sold out, sia sabato 8 luglio che domenica 9. Un pubblico che si fa sentire. Quello della techno, in Italia numeroso e appassionato. Perdersi nella folla dello Jager Stage (il mainstage del Kappa) è il modo perfetto per capire al meglio il Kappa, la sua varietà umana. Tanta gioia sui volti dei 20mila di sabato e degli altri 20mila di domenica. Ampiamente giustificata da prestazioni di livello delle star chiamate a Torino. Carl Cox si è preso la rivincita dopo il forfait dello scorso anno, costretto da un volo soppresso a mancare al festival. On stage alle 13.30, ha radunato un bagno di folla e il meritato tributo. Segue Fatboy Slim, una scommessa per lo Jager Stage, ampiamente vinta. Norman è sempre una leggenda e fa ballare tutti. Intanto sul Burn Stage va in scena uno dei momenti migliori di tutto il Kappa: The Black Madonna ci prende per mano in uno dei suoi viaggi intergalattici dove la house limona serenamente con funk, disco, techno, electro. Tanto gioiosa quanto rigorosa nel tenere la pista. E seguita da un Kölsch in splendida forma. Sul Dora Stage va in onda un corso accelerato di cultura house, con il back to back di Glenn Underground e Boo Williams, e lo stesso si può dire del collaudatissimo b2b di Seth Troxler e The Martinez Brothers, solo più techno. Arriviamo al finale: Jager Stage tutto di Sasha & John Digweed, molto attesi ma un po’ deludenti. Se è vero che il volume li penalizza, il set non ha molta personalità. Va meglio con i Masters At Work sul Dora, che stanno portando in giro uno show davvero elettrizzante, come già visto al Sònar. Ma il top è Jackmaster sul Burn, probabilmente il migliore di tutto il festival (se la gioca con The Black Madonna). Un frullatore dove la UK house grezza e squadrata flirta senza rimorsi con zarrate come ‘A Milli’ di Lil Wayne, pestoni techno e finezze di gran classe. Un carisma unico.

 

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Facciamo After
Sorpresa, giochiamo un jolly pazzesco e ci troviamo catapultati in uno dei due after che si mormora in città. Dietro la consolle tra Jackmaster che regala sorsi di gin e sorrisi, Seth Troxler e Alicante caldissimi in consolle, e parecchi personaggi noti intorno a noi. Facciamo tardi, diamo tutto. La domenica sarà tutta in salita.

 

Santificare le feste
Ma siamo in ballo e dobbiamo ballare. Non i trasgrediscono i comandamenti. Così siamo di nuovo al nostro posto per gustarci le immancabili tre ore di Sven Väth, che non ha più bisogno di parole. Ne spendiamo invece qualcuna per il fratello che si prende le luci della ribalta esibendosi come ballerino sul mainstage. Uno degli highlight del festival. Un po’ di sana dissacrazione che non fa assolutamente male. Anzi. Segue un robusto e convincente Maceo Plex, e i Tale Of Us, mentre Carola Pisaturo cucina a puntino il Burn Stage, poi ripassato a dovere dal live di Âme e condito e impiattato da Dixon.

 

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Gran Finale
Paul Kalkbrenner gioca un campionato a parte. La maestosità e la dimensione dei suoi live sono mastodontiche. Il nuovo  progetto “Back To The Future” sembra pensato e disegnato per la location del Parco Dora. Tra techno, rave music e progressive, lo sciamano teutonico ha preso per mano la folla, ipnotizzandola con un sound massiccio e solido, tipico anche delle produzioni per le quali è famoso in tutto il mondo. “Back To The Future” non prevede hit in scaletta ma somiglia più ad un dj set, anche se il setup analogico della consolle e la struttura “a blocchi” monolitici dell’esibizione rimangono tali. Kalkbrenner ha dimostrato di essere uno degli artisti più amati e interessanti della scena elettronica, capace di far digerire la techno anche a chi non ne ha mai sentito parlare e di farsi accettare anche dai puristi del genere che ne ammirano l’estrema coerenza. La chiusura sullo Jager Stage è affidata al nostro Joseph Capriati. Il suo dj set è infallibile, potente, compatto. Una garanzia messa in discussione dal problema dei decibel che, come per il primo giorno, sono stati ampiamente ridotti durante l’ultima ora e mezzo. D’altronde Torino, dopo i fatti della finale di Champins League, è sotto il torchio delle autorità e delle misure di sicurezza. Stesso discorso per Mano Le Tough che per stile, selezione e gusto sulla ricerca di una techno mai banale, non ha niente da invidiare ai colleghi dello Jager Stage. Peccato perché da epico, avrebbe potuto trasformarsi in leggendario.

 

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Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.