Mauro Picotto parla dell’Alchemy Festival 2012
Mancano esattamente cinque giorni all’Alchemy Festival 2012 che si terrà a Cavour, in provincia di Torino. E Mauro Picotto parla con noi in merito alle sue aspettative dal festival.
“Sono buone, anche perché quest’anno siamo potuti crescere sul piano degli investimenti grazie a sponsor intelligenti e attenti alle novità. Quindi, attendiamo tutti davvero un bel festival”.
Che collaborazioni vi saranno con le autorità locali?
“Ci saranno innanzitutto importanti patrocini con Regione Piemonte e Provincia di Torino, oltre che quelli Comunali e con la Proloco di Cavour. Inoltre, abbiamo fatto anche una bella operazione di cobranding con La Stampa”.
Perché di nuovo a Cavour?
“Perché è dove sono nato e perché il territorio si presta davvero a questo genere di iniziative grazie ad un’amministrazione attenta all’esigenze dei giovani”.
Sarà mai un evento itinerante?
“Magari, ma forse si snaturerebbe e il lavoro risulterebbe più che impegnativo: direi… infinito. Meglio stare per ora coi piedi per terra”. Ma qual è la tua reale intenzione?
“Voglio riportare i giovani fuori dall’evento indoor: il vero festival è solo all’aperto. Nessun party all’estero se al chiuso può definirsi un festival. High quality e low cost per il pubblico: è il mio target e spero col tempo di poter proseguire su questa strada. Allora sì. Alchemy potrebbe diventare anche un format itinerante”.
Quali sono i tuoi collaboratori per la manifestazione?
“Tanti, la lista è lunghissima. Li ringrazio tutti. Non sarebbe possibile un evento come questo senza tutto il volontariato: il mio plauso va a questi grandi amanti della musica elettronica”.
Che tipo di elettronica è considerata nel contest?
“Il suono è molto club, è comunque l’elettronica ad ampio spettro che puoi ballare in tutto il mondo. Un suono… internazionale ed uno stile possibilmente unico”.
Sei l’unico a fare una cosa simile nel clubbing?
“In Italia, come selezione musicale, forse sì: le feste italiane hanno un line-up di artisti prettamente easy o che puntano al nome ormai strasentito o sopravalutato”.
Da dove nasce il nome Alchemy?
“Nasce dalla trasformazione di qualunque cosa, o da un’idea, in un qualcosa di nuovo o interessante che susciti emozioni e voglia di provare. Poi è anche la mia etichetta, quindi è una mia visione dell’alchimia musicale, di quello che puoi combinare a livello sonoro trasformando rumori in suoni e suoni in rumori, il tutto sempre coinvolgente”.
Cosa pensi della nuova leva di produttori?
“Ce ne sono tanti e bravi. Dal nostro contest ne emergono di davvero preparati: l’anno scorso è stata la volta di Enrico Sangiuliano, ormai uno della banda, e quest’anno invece il testimone è passato a Kriss. Sono ragazzi che si faranno sentire perché molto dotati di estro, gusto e personalità”.
Che consiglio daresti ai giovani produttori, dall’alto della tua esperienza?
“Di non cercare scorciatoie, solo lavorando duramente e mantenendo uno stile unico e con tanto coraggio, possono alla fine emergere. I finti e costruiti dalle case discografiche alla fine non contano se ami la musica vera del dj”.
Rivedremo i vincitori in una serata Meganite?
“Chissà… Per ora Meganite lo lascio in letargo. Chi mi conosce sa che mi piace il cambiamento perche è emozionante”.
Puoi ricordare come è nata l’idea del festival?
“Innanzitutto, per suonare all’aperto e anche durante il giorno. Inoltre, Alchemy è nato per radunare il meglio di quella che io reputo la più interessante musica elettronica in circolazione e per soddisfare le richieste dei miei fan convocando i miei più illustri colleghi”.
Con che idea hai messo in piedi questo line-up?
“Le scelte sono state fatte con passione e non a tavolino, non seguo la moda dei media. Ho avuto molti dj nel mio roster delle serate che anche solo 6-7 anni fa nessuno conosceva, ma che a me piacevano, e mi fa piacere oggi vederli così in alto, tra i grandi (vedi Seth Troxler, che suonò la prima volta a Ibiza per Meganite, o Maetrik, Paul Ritch, Joseph Capriati, giusto per nominarne alcuni). Cerco chi è nuovo, chi ha un suono unico e costa il giusto ma rende tanto sulla dancefloor. Chi mi guida è il mio istinto”.
Sembra che tu abbia “sacrificato” Ibiza per fare le cose davvero in grande, per la nuova edizione dell’Alchemy. È così?
“Mah, sì e no: non ho fatto nessuna scelta premeditata. Intanto vivo sull’isola d’estate e qualche data la faccio sempre lo stesso, però diciamo che ho avuto la testa e i pensieri più sull’Alchemy che su realtà più radicate come delle serate fisse sull’isola stessa (che oramai avevo fatto per anni). A questo punto posso dire, vista la stagione estiva ormai passata, di aver fatto la scelta migliore per me. Quest’anno sono stato molto più attivo in Olanda per esempio”.
A proposito di Olanda, sarai all’Amsterdam Dance Event quest’anno.
“Sì, sarò mercoledì 17 ottobre al Central Amsterdam Area e sabato 20 al Bla Bla per il Daytime Madness e Tronic Party”.
A parte il discorso Alchemy, tu come stai?
“Bene, come dj, come uomo, come marito e come padre”.
Dicono in giro: “Picotto, è un dj techno”. Oggi si possono ancora affibbiare queste definizioni?
“Direi non più, il suono club negli ultimi anni si è parecchio uniformato”.
Compilation e album in cantiere?
“Ho diversi singoli in uscita e valuterò più avanti”.
Come è cambiata la nightlife negli ultimi 15 anni?
“Tanto, tantissimo. Come fare una disamina di tre lustri in poche righe? È cambiata la cultura della gente in generale, figuriamoci il concetto di ballo, di intrattenimento a la presa d’atto delle nuove tecnologie”.
Quest’anno c’è stato un calo pesante di presenze nelle discoteche di Rimini e dintorni. Perché, secondo te?
“La gente è stanca di buttare soldi, quindi cerca la qualità prima di tutto. Attenzione però che purtroppo là fuori ci sono dei bravi venditori e sovente vendono serate pacco per oro colato”.
Le tue performance sono preparate ad hoc a seconda della discoteca? In cosa si differenzia il pubblico? C’è un pubblico più facile da far divertire? Perché?
“Sono uno che va a istinto. Non pianifico mai la mia musica: sarebbe come essere… obbligatoriamente razionali con le proprie emozioni. Sarebbe una contraddizione. Non mi snaturo. Se la gente viene a sentirmi è perché è informata e sa bene cosa metterò”.
C’è qualcosa che offrono le discoteche all’estero che invece manca nelle nostre?
“Dipende dalla nazione. Direi tante cose: l’impianto, l’organizzazione, la visione imprenditoriale, l’attenzione massima per il lato artistico e l’investimento a lungo termine”.
Come ti sei preparato alla crisi del mercato discografico?
“Non ci penso. Non mi preoccupa. Ho vissuto molto intensamente il periodo del supporto fisico ma reputo questa rivoluzione digitale la fotografia dei tempi moderni. Basta essere oculati e attenti”.
Benassi, Crookers, Bloody Beetroots e… Picotto. Perché così pochi italiani davvero conosciuti all’estero?
“Ce ne sarebbero altri, come Carola ad esempio. Non so, forse è un fattore di credibilità data dalla professionalità, dal sound, dalla metodicità del lavoro, dalla disciplina del professionista o forse semplicemente perche sono stato il primo a uscire veramente dalle frontiere del ghetto italiano”.
Quali sono i tuoi colleghi (dj) preferiti?
“Quelli che suoneranno all’Alchemy, senza dubbio
”.


