• Interviste

  • 15 marzo 2016

  • scritto da Alberto Scotti

Napoli-Chicago via Londra, il nuovo album di Riva Starr

 

 

Stefano Miele è stato Miele, poi Madox, poi Riva Starr. Nell’ultimo decennio il produttore partenopeo ha trovato fortuna proprio con quest’ultimo pseudonimo, invadendo i blog ai tempi ormai mitologici della fidget house, entrando in punta di piedi, da outsider, nel giro della house dei grandi, e diventando via via sempre di più l’erede designato di un certo stile, quello che dalla jack house di Chicago passa per la New York e la Riviera romagnola dei ’90. H-o-u-s-e. Ma tra varie release, singoli, album e remix, Riva Starr non si è mai fossilizato sul genere: ha trovato diversivi bass, richiami breaks, tentativi indie che buttavano l’occhio alla forma canzone. Giunto al terzo album, uscito l’11 marzo sulla mitica label Cajual di Green Velvet, Stefano va però dritto al nocciolo della questione: di nuovo, h-o-u-s-e. A rimarcare un certo peso specifico, sottolineato da un titolo inequivocabile (“Definition of sound”) e da collaborazioni da Hall of Fame: DJ Pierre, Gene Farris, Green Velvet (ovviamente) e – ciliegina sulla torta –  la voce di Dajae. 11 tracce solide che raccontano la house nella sua accezione più classica, nel mood e nelle strutture dei brani, e contemporanea nei suoni e nella produzione (sul magazine in edicola il prossimo aprile ne leggerete una recensione accurata). Ho raggiunto Riva Starr via Skype per farmi raccontare un po’ di cose sul disco e sulla scena musicale internazionale.

 

 

 

 

Ciao Stefano, come stai?

Ciao Albi, bene, tu?

 

Molto bene, grazie. Inziamo subito chiedendoti tutto del nuovo album, hai fatto un classico…

Sì, l’idea è stata quella di prendere il suono degli ultimi due decenni della house, il concetto è rivisitare e modernizzare i suoni della house classica. Non a caso il disco esce su Cajual, etichetta storica che sta facendo proprio questo: mantenere uno stile classico ma non vecchio. È una label ancora fresca dopo più di vent’anni, capace di essere contemporanea e di guardare al futuro. Questo album per me è un modo per mettere i puntini sulle “i”, per ribadire il mio suono club e le mie radici musicali house dopo l’esperienza del precedente “Hand in hand” dove invece mi ero avvicinato alla forma canzone, esplorando un altro lato di me, quello maggiormente indie.

 

Sei diventato una delle figure più rispettate nel mondo della house, di un certo tipo di house a cui non viene consentito l’accesso a tutti i producer, diciamo. Pochi eletti sono in qualche modo stati investiti come gli eredi rappresentanti della parola “house”. Tu e Jesse Rose siete i più iconici, a mio parere. 

Non ti scordare che vengo da Napoli, nella mia città c’è sempre stato un forte legame anche con la house americana. Il feedback che ho da tutti i personaggi più old school, come Louie Vega, Roger Sanchez, Todd Terry, DJ Sneak, Green Velvet è entusiasmente. Vedono in noi la nuova generazione di quelli che conoscono l’heritage, la tradizione, l’eredità del genere, ma lo fanno a modo loro nel 2016. Io e Jesse, che hai citato, veniamo da campi diversi e il nostro take sulla cosa è fresco e originale. Quelli di prima la fanno come si faceva prima, addirittura con lo stesso set up a volte, sample e macchine di metà a nni ’90, ma per le nuove generazioni può essere difficoltoso recepire un sound che suona per forza di cose antico. Noi mischiamo il vecchio con il nuovo, sui suoni e sull’idea musicale. Anche Jesse è eclettico, compie la stessa operazione di rinnovamento. La mia nuova release su Hot Creations ad aprile sarà differente dall’album, ad esempio, nel disco volevo mischiare la tradizione e il mio gusto contemporaneo. L’importante è non legarmi a uno stile univoco, diventa noioso, restare eclettico intorno al mio sound è essenziale.

 

 

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Sabato ho sentito il set di Kenny Dope  a Milano, era classico ma nuovo, suonava questo tipo di cose che dici. È importante non fossilizzarsi, nella dance il suono e la sua grana sono importantissime, non è come nel rock dove suonare una Gibson Les Paul degli anni ’60 con un ampli anni ’60 rappresenta una scelta: nella dance non restare aggiornati alle possibilità di produzione contemporanee credo sia semplicemente sbagliato, ti taglia fuori dalla realtà.

Senza l’aggiunta del nuovo non si riesce a riportare alle nuove generazioni qualcosa, anche se il patrimonio della house è storico e sedimentato. Ho fatto una traccia con Sneak dove gli ho chiesto di fare i vocal. Ricordi che “Digital Love”  dei Daft Punk l’aveva fatta lui? Ho immaginato di riprendere quel modo di concepire la traccia e gli ho chiesto di mettersi al microfono. Alla fine si tratta sempre di recuperare qualcosa, ma di farlo aggiungendo il nuovo, non copiando il passato.

 

I Daft Punk sono stati i primi della “seconda generazione” di produttori a guardare ai padri fondatori della house con il rispetto che si riserva ai maestri. “Teachers” era proprio un omaggio, e poi appunto le varie collaborazioni con DJ Sneak, Romanthony, più recentemente Nile Rodgers e Moroder…

Proprio così.

 

 

 

 

Vivi sempre a Londra?

Sì, ho qui gli uffici dell’etichetta e la mia famiglia, sto bene a Londra, è un’ottima base.

 

Qualche anno fa Londra è stata il centro di tutto, il luogo che dava inizio alle mode musicali che poi diventanvano trend mondiali; per molti versi lo è ancora ma mi pare che negli ultimi tempi Los Angeles sia diventata “il” posto dove tutti vogliono andare. Sei d’accordo?
Di sicuro molti vanno a LA perchè sembra ci sia il business, sono due mercati diversissimi: Londra crea gli hype e le tendenze prima di tutti, Los Angeles le amplifica e le americanizza facendole diventare mercato. I due stili sono molto differenti, gli americani creano il mercato, gli inglesi le mode. Questioni di mentalità. La label di Claude Vonstroke, dirtybird, è un esempio emblematico in questo senso. Nata a San Francisco, pochi anni fa era super cool in Europa per il suono bass, e poco considerata negli Stati Uniti; oggi dall’Europa è quasi scomparsa, in America sta diventando enorme, un po’ perchè si è americanizzata nel sound, un po’ perchè gli USA hanno scoperto quel tipo di house/bass. Di sicuro la scena lì è viva, interessante, varia. In questo dualismo Berlino forse soffre un po’. Berlino e Barcellona erano molto più al centro della mappa nel decennio scorso, adesso mi pare che soffrano di questa situazione. Comunque Londra è sempre il posto dove la gente guarda per i trend, anche in radio, nel sistema discografico in generale.

 

Parlando di dirtybird, tu hai un progetto che si chiama Genghis Clan e spesso pubblichi con questo nome proprio sulla label di Vonstroke. Com’è nato e di cosa si tratta?

Dal 2008 ho quest’altro progetto, uscii sulla Man Recordings di Daniel Haaksman, poi su varie etichette e con dirtybird ho trovato una dimensione molto adeguata a quel suono. Si tratta di un progetto bass un po’ laterale rispetto a Riva Starr che è il mio impegno principale; ho fatto entrare Bot nel Clan dopo una collaborazione che avevamo fatto, proprio perchè ero impegnato con Riva Starr. La nostra traccia venne subito firmata da dirtybird e da lì abbiamo deciso di continuare insieme, così lui spesso rappresenta Genghis Clan in tour, soprattutto negli States quando io sono impegnato in Europa con Riva. Bot vive a LA perciò gestire le cose in questo modo è più comodo per lui e per me. Le date grandi come Holy Ship, dirtybird Campout, Hard Fest, le facciamo insieme.

 

 

 

 

Torniamo un po’ alla geografia del clubbing. Milano che peso ha in questo momento?

A dire la verità ho seguito poco le ultime evoluzioni, ma mi sembra che la scena clubbing su elettronica e hip hop vada bene. Il 27 marzo suonerò a Colazione da Tiffany, so che il Wall sta facendo belle serate, Lele Sacchi spinge molto. Mi pare che la scena in Italia sia più florida al centro sud, con più serate e una rete più fitta di scambi; ma spero che a Milano cresca di nuovo un territorio fertile per le cose nuove, underground. Tu che la frequenti che dici?

 

Dico che in realtà ci sono tante serate e spesso addirittura c’è l’imbarazzo della scelta, la qualità media della proposta è alta ma rischia di inflazionarsi e congestionare, nell’ultimo anno si sta un po’ verificando questo fatto. Quello che mi pare di percepire è che ci sono molti promoter ma manca un gruppo di artisti capaci di creare un vero interesse, una scena intorno a cui le persone calamitano il loro interesse e si affezionano davvero come avveniva ad esempio ai tempi in cui c’eravamo noi, Crookers ,Congorock, Reset!… mancavano le risorse ma c’era un fermento vero. A livello artistico mi pare che spinga di più uno come te con Snatch! che in realtà vive a Londra, capisci…

Sono contento di spingere più che posso, vivo a Londra ma chiaramente la label Snatch! e il mio giro di persone comprendono molti italiani che hanno voglia ed entusiasmo per emergere e farsi valere in questo settore.

 

 

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Sì, sei fortemente italiano anche se lo fai da fuori.

Spingo sempre l’Italian style.

 

Chiudiamo con una curiosità: tante collaborazioni di lusso nel tuo album,  ma qual è quella che manca e avresti voluto?
Mi piacerebbe lavorare con Erykah Badu, Maxwell, quelle voci soul che sono ormai sono entrate nella leggenda pur essendo ancora nel pieno della carriera. Sono in fissa con i vocalist soul e spero di non dovermi accontare dei sample ma di riuscire a portare a termine una collaborazione reale.

 

Lo auguro di cuore a Stefano Miele aka Riva Starr, dj e produttore che da Napoli si è costruito una reputazione forte a Londra, a Chicago, a Los Angeles e in tutto il mondo. “Definition of Sound” è fuori dall’11 marzo su Cajual Records.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'autore: Alberto Scotti
Alberto Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico. Producer con molte release alle spalle e qualche presenza nella Top100 di Beatport.
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