Sabato 23 Giugno 2018
Costume e Società

PLUR: i sacri valori del rave

Quella che probabilmente è l'eredità più importante trasmessaci dai grandi rave party degli anni '90 è oggi un pilastro fondamentale del movimento EDM globale

Recentemente vi abbiamo parlato dell’importanza del decennio degli anni ’90 per la storia della musica elettronica. Una decina d’anni in cui – principalmente dal Regno Unito – il mondo ha avuto modo di assorbire nuove correnti musicali dai connotati rivoluzionari: il rap, l’acid jazz, il trip hop ma soprattutto l’acid house. Nuovi emisferi i cui protagonisti si sono portati con sè un intero immaginario nuovo di zecca, da ciò che si ascolta a dove si fa festa, dalla moda del vestire alle sostanze che si assumono. È il mondo color arcobaleno della cultura rave, che si distinse dai brillantinosi anni ’80 e pose le basi di un nuovo millennio all’insegna dell’electronic dance music come fenomeno globalizzato. Il presupposto dell’andare a definire quella del rave come una vera e propria cultura, non risiede solo nel fatto che investì ambiti sociali differenti tra loro, ma anche nella componente di valori che ha caratterizzato il grande movimento rave e che ancora oggi sopravvive nel circuito dei grandi festival americani, con sprazzi di seguito anche nel territorio europeo. Parliamo del codice P.L.U.R.


P.L.U.R è un acronimo che sta per Peace – Love – Unity – Respect e racchiude in sè i quattro valori fondamentali della cultura rave. Nel web le discussioni a tema del pionere del PLUR si sono sprecate, nell’arco degli ultimi dieci anni. Ho provato ad unire i puntini, indagando tra Reddit ed interviste storiche, e tutte le strade portano al nome di Frankie Bones. Fermo immagine. Nel 1993 lo scrittore americano Geoff White ha pubblicato un libro dal titolo ‘Cybertribe Rising’, un’opera nella quale White ha affrontato al dettaglio la componente anarchico-spirituale della prima cultura rave degli anni ’90, soffermandosi in particolare sul tribalismo techno e sui valori cardine alla base dei party: i ‘quattro valori dell’house music’ citati da White erano appunto pace, amore, unità e rispetto. Tra il 1992 e il 1993, il trittico di valori peace, love and unity era spesso menzionato nelle feste nell’area di New York quale vero e proprio codice comportamentale per il sano far festa, tanto che molto spesso i princìpi erano enunciati sugli stessi flyer dei rave. Peace sta ad indicare la voglia di condividere esperienze musicali nella quieta convivenza, senza il minimo desiderio di scontrarsi con qualcuno; Love si riferisce al legame che si instaura sulle onde della prima ottima musica house, un amore per sè stessi e per il prossimo; Unity significa assenza di pregiudizi e apertura per i nuovi arrivati, meritevoli di percepire quelle vibrazioni tanto quanto gli abituali di un determinato raduno. Nel tempo e sull’onda delle parole di White, a questi tre pilastri si aggiunse quello del Respectla quieta convivenza, l’apertura al prossimo e l’amore per chi ci circonda non possono coesistere senza un forte e indelebile sentimento di rispetto per sè stessi, per il raver accanto a noi e soprattutto per chi ha organizzato la festa. L’incoraggiamento ad aiutare e a non rovinare i componenti fisici del party divennero un mantra decisivo. Geoff, nel descrivere la cultura rave, non ha introdotto il principio del rispetto di propria iniziativa – come fosse un messia – ma si è basato sull’invito al rispetto degli organizzatori e per le strutture che era spesso citato nelle locandine di San Francisco.


Nel giugno 1993, il dj newyorkese Frankie Bones si sta esibendo in console presso lo Storm Rave, all’interno del New Music Seminary di New York, quando improvvisamente nella folla scoppia una rissa. Il dj agguanta il microfono e urla se non la smettete di litigare e non iniziate a mostrare un po’ di pace, amore e unione io scendo giù e vi spacco la faccia. Lo Storm Rave è un party fondato da Bones insieme al fratello Adam X nel 1990 – stesso anno in cui i due lanciarono l’etichetta Groove Records – in una New York che di jeans JNCO, stivali fluorescenti e caramelle non ne sapeva ancora nulla. L’idea nasce dal ventitreenne Bones, dopo aver ricevuto una chiamata da alcuni esponenti della londinese Karma Production, che si occupava di organizzazione di eventi. Gli inglesi si complimentarono con lui per l’ottima musica, che nei rave party britannici andava per la maggiore. Era la prima volta che Bones sentisse parlare di un “rave party” ed è in quel momento che decise di saltare su un volo per Londra e sperimentare questo nuovo trend. Nel primo rave party della sua vita parteciparono venticinquemila persone, ed è lì che – al freddo in una macchina – prese la prima pasticca di ecstasy. L’esperienza fu sconvolgente, e replicarla a New York divenne per lui e il suo collega Adam X una priorità assoluta. Adam X, il cui vero nome era Adam Mitchell (cognome condiviso col fratello Frankie), a proposito di quel tempo e della filosofia di Bones ha detto: “Ricordo quando Frankie tornò da Londra dicendo “hey ragazzi, ho provato questa roba nuova, si chiama rave party”. A New York Frankie è stato il primo a pensare di costruire un vero e proprio movimento culturale intorno ad un genere musicale. La techno andava forte, ma nessuno aveva mai pensato a farne un trend.” Primo passo per il successo: riuscire a comunicare nero su bianco, a Brooklyn, il sentimento di unione trasmesso loro dagli inglesi.

La festa perfetta non poteva ignorare la componente spirituale di quanto appreso in Inghilterra. Una filosofia istantanea appresa con una serie di viaggi:“Non ci prendevamo neanche il tempo per riposarci, era tutto un gran far festa e prendere voliaerei” dice Frankie in una recente testimonianza. Nel contesto degli embrioni dei primi rave, che Bones e Adam avevano chiamato ‘1077’, che poi era il civico dell’appartamento in cui andavano in scena tra il 1989 e il 1990, su un vagone merci apparve un graffito – opera proprio di Bones e Adam X – che recitava Peace, Love and Unity. Quello che alle feste venne citato come PLUM (Peace, Love and Unity Movement) e che si evolse in PLUR grazie ad un raver in particolare, un certo Rishad Quazi, che era solito farne uso alle feste e che finì col contagiare più o meno tutti. Una sigla che verrà citata migliaia di volte al microfono nei vari raduni tra fabbriche dismesse, ferrovie abbandonate, parcheggi ed altre strutture lontane dal grande occhio delle istituzioni. La cosa quasi perse il controllo, perchè le feste si svolgevano davvero ovunque: “è difficile da immaginare con i limiti burocratici delle feste di adesso. Ai tempi organizzavamo rave nei ristoranti, nella metropolitana, persino nei McDonald’s”.Era il 1991, e questi erano gli Storm Rave, alla cui organizzazione prese parte anche una giovane Heather Heart, fedelissima dai tempi di ‘1077’ e parte anche dello staff della Groove Records, che nel frattempo era stata rinominata Sonic Groove: la crew di Sonic Groove organizzava queste feste gratuite, il cui guadagno economico proveniva quasi esclusivamente dalla vendita di droghe al suo interno. Il primo raduno, nel 1991, contava appena duecento presenze; un anno dopo, in uno Storm Rave nella cui line up figuravano il tedesco Sven Väth, il londinese Casper Pound e due artisti in vista come Doc Martin e Richie Hawtin, si contarono più di tremila persone. In una recente intervista, Bones descrive quello specifico Storm Rave del 1992 come “il primo grande successo in cui la festa raggiunse i livelli dei grandi rave londinesi”. Si ballavano le note di ‘Go’ di Moby, ‘Energy Flash’ di Joey Beltram, ‘Mentasm’ di Second Phase, ‘Lost In Hell’ di Adam X. Negli anni successivi le cifre aumentarono fino a toccare i cinquemila partecipanti. La vendita di droghe all’interno degli Storm Rave causò degli attriti tra Bones e ‘Lord Michael’, ovvero Michael Caruso, noto promoter del Limelight, il nightclub newyorkese, che arrivarono ad atti paragonabili alle guerre tra bande, tra cui un’attentato alla stessa vita di Bones ad opera di uomini inviati da Caruso. Ma questa è un’altra storia.

Non solo New York: anche Marques Wyatt, dj e produttore californiano che negli anni ’90 ha avuto il merito di esportare le sonorità dell’East Coast nella West Coast, ha contribuito attivamente alla diffusione a macchia d’olio del PLUR, oltre a quella della deep house statunitense: potete tranquillamente inserirlo tra nomi come Frankie Knuckles, Tony Humphries e Little Louie Vega. Nelle feste firmate DEEP, ovvero il suo concept party in scena ormai da più di vent’anni a Los Angeles, il culto del PLUR era implicito tra i raver. Vibrazioni positive, pacifica convivenza, condivisione di emozioni unificanti ed empatiche, rispetto l’uno per l’altro. Centinaia di cuori che battono a 125 bpm, sorrisi smaglianti, vestiario colorato, grande musica. Il 1998 è stato l’anno di DEEP e del primo grande concept party della West Coast spiritualmente governato dal PLUR: molto più di un modo di far festa, un vero e proprio stile di vita e mind-set per il modo di rapportarsi al prossimo. Lo spirito di DEEP aveva sicuramente influenze newyorkesi – perlomeno musicali – come Wyatt stesso ha dichiarato in una recente intervista: “avevo qualche amico a New York che continuava a dirmi di venire a vedere cosa accadeva in città. C’era questo particolare club, il Danceteria (un club nella 37esima strada attivo dal 1979 all’86, ndr.), dove presto mi portarono. Da quelle parti si faceva la storia dell’house” . Un giovanissimo Pasquale Rotella ebbe modo di conoscere la filosofia del PLUR in quegli importantissimi anni. Pasquale in un’intervista per l’Huffington Post ha descritto il PLUR come “un concetto trasmesso solo oralmente tra i giovani, una discussione. Il PLUR governava le feste e faceva da cardine alla vita di tutti i raver anche al di fuori del party. […] Oggi il PLUR è il motivo per cui continuo ad organizzare eventi”. Per chi non lo conoscesse, Rotella è uno dei più importanti organizzatori di festival EDM nella storia di questo genere musicale, con cui tra l’altro abbiamo avuto modo di conversare nel 2016. Il fondamentale evento della carriera di Rotella, non il primo ma sicuramente il più famoso, è senza dubbio l’Electric Daisy Carnival, il fluorescente e coloratissimo festival che ha trovato la sua residenza più famosa in Las Vegas ma che si svolge anche in Inghilterra, Messico, Brasile, Porto Rico, Giappone ed India. L’EDC ha trovato nel PLUR la sua energia, il suo legame unico tra i partecipanti; il suo hashtag principale, per dirlo in termini social. L’EDC è l’erede di Storm Rave nel nuovo millennio, anche se sicuramente lontano dalla drug influence degli anni ’90 e in un ambiente decisamente più sano e completamente legalizzato. Nelle luci delle giostre, tra produzioni scenografiche mastodontiche e spettacolari fuochi pirotecnici, la pratica del passaggio del braccialetto PLUR – i cosiddetti kandi è una delle scene più frequenti tra i giovani partecipanti. Un vero e proprio rito di iniziazione al PLUR che oggi, tra i raduni come EDC, Ultra, Electric Zoo e HARD Summer, viene chiamata PLUR HandshakeI puristi che hanno visto l’iniziale spirito del PLUR divenire così popolare non hanno accolto volentieri la deriva fashion, con tutti i risvolti negativi della cosa. Per maggiori dettagli sui risvolti negativi vi basti questo tutorial di Wikihow su “come diventare un kandi kid”. O il video di seguito.

C’è anche chi sostiene, come ad esempio Seth Troxler, che i princìpi originari del PLUR siano stati deviati dall’industria dei festival EDM in uno slogan per far accorrere “ragazzini idioti con i fischietti in bocca e una gran passione per musica di merda” a raduni come l’EDC, lontani dal sacro valore dell’accoglienza della diversità e del prossimo, come Troxler suole invece vedere in raduni come Burning Man e Glastonbury, o perlomeno soleva, essendosi espresso a riguardo nel 2014 ed avendo invece negli ultimi tempi speso parole dolci verso la corrente EDM, grazie anche all’amicizia con Martin Garrix. Fatto sta che oggi i pilastri morali del PLUR – o quello che ne è rimasto, dando per veritiere e non hater-influenced le parole del 2014 di Troxler, contribuiscono a mantenere saldo quella che in America definiscono l’EDMC, ovvero l’EDM Culture: la base della nuova generazione che molto spesso viene rapportata alla Woodstock Generation che ha segnato il movimento hippie nei decenni precedenti ai primi rave party londinesi e newyorkesi. Una sigla che possiamo considerare come la risposta all’archiviazione degli eventi EDM come “posti in cui ascoltare musica elettronica sotto effetto di droghe” (citando qualche recente articolo della stampa nazionale italiana). PLUR è l’arte di saper far festa, di condividere emozioni, di dare una profondità etica all’immenso piacere di ascoltare la musica dance. Come in molti hanno detto, è vero che senza il PLUR i rave party di tutto il mondo non sarebbero sopravvissuti alla deriva del drug party come centro gravitazionale di criminalità, e altrettanto è vero che non sarebbero esistiti grandi raduni come l’EDC, il Tomorrowland e l’Ultra, e così l’intera industria della musica elettronica come movimento globale.

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Un ventiquattrenne romano letteralmente cresciuto nel club, ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando la playlist di Spotify.
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