Lunedì 18 Dicembre 2017
Interviste

The Bloody Beetroots: “cancellerei EDM dal vocabolario se potessi”

Sir Bob Cornelius Rifo aka The Bloody Beetroots si racconta a DJ MAG Italia pochi giorni prima dell'uscita del suo nuovo, attesissimo album!

Il 2017 è l’anno del rilancio per Sir Bob Cornelius Rifo aka The Bloody Beetroots. Dopo aver svelato la nuova maschera e aver intrapreso il ‘My Name Is Thunder’ tour (che abbiamo visto a Home Festival) mancano ancora pochissimi giorni alla pubblicazione del nuovo album, il 20 ottobre. ‘The Great Electronic Swindle’ è un concentrato di pura adrenalina in cui rock and roll ed elettronica si uniscono carnalmente per ben 17 volte tra collaborazioni con nomi eccellenti del panorama musica internazionale e potenti cavalcate in solitaria.

Bob Rifo, raggiunto da DJ MAG Italia per parlare dell’album e fare il punto sulla sua carriera, non si fa pregare e racconta la sua visione della musica, la grande “truffa” del ventunesimo secolo, il suo disprezzo per l’EDM e molto altro in un’intervista assolutamente da non perdere!


‘My Name Is Thunder’ è il secondo singolo estratto dal tuo nuovo album, la prima traccia dell’LP nonché il nome del tuo nuovo tour. Dopo aver assistito alla tua performance a Home Festival e aver ascoltato tutto ‘The Great Electronic Swindle’ ho avuto la forte impressione che questa traccia sia la perfetta carta d’identità di The Bloody Beetroots nel 2017.

Credo che la tua riflessione sia esatta! ‘My Name Is Thunder’ è il perfetto manifesto di questo disco e riesce a offrire una perfetta panoramica di ciò che succederà nel resto dell’album. Attraverso un complesso lavoro di mixaggio c’è stata la volontà di trovare uno spazio contemporaneo al rock and roll facendolo suonare forte tanto quanto l’elettronica. Ho scelto la musica elettronica come minimo comune denominatore cercando di declinarla in molti altri generi.

So che la traccia ha avuto una gestazione molto lunga e complessa.

Appena concepito la traccia ho capito che l’unica persona che avrebbe mai potuto interpretare il pezzo sarebbe stato Nick Cester dei Jet. Mi sono immediatamente riunito con il mio management e abbiamo scoperto che vive in Italia. Ci siamo messi subito in contatto con lui e abbiamo chiuso l’accordo rapidamente. Poi sono volato a Los Angeles dove abbiamo coinvolto suo fratello, Chris, che a sua volta è volato fino in Australia a registrare gli altri componenti della band. E’ stato davvero complicato realizzare questo pezzo ma ne è valsa la pena.

Foto by Omar Tomasi

‘The Great Electronic Swindle’ è il titolo del tuo album. Swindle significa truffa, raggiro. In che cosa consiste questo raggiro?

Il titolo è ispirato a un documentario sui Sex Pistols uscito nel 1978 che si chiamava ‘The Great Rock And Roll Swindle’. Credo che oggi come allora stiamo vivendo un parallelismo a livello temporale: molta della musica elettronica che ascoltiamo è diventata piatta e spesso chi occupa il palco è un figurante e non più un artista. Per me che ho visto nascere la musica elettronica da un ceppo underground molto forte in cui c’erano molte cose vere e pochi soldi, sapere che gli artisti che occupano il palco non sono gli autori del pezzo che stanno suonando è una grandissima truffa. L’album è il mio modo di mettere in guardia le persone contro questi possibili raggiri in quando ci si può trovare davanti a delle persone non artisticamente legittime. Mi è capitato spesso, soprattutto con il progetto SBCR, di conoscere dei dj e produttori e di volermi congratulare con loro per le rispettive hit e di sentirmi dire che il pezzo in questione non l’avevano prodotto loro. Questo è davvero imbarazzante per chi come me è artisticamente pulito. Trovarmi davanti a situazioni del genere mi ha davvero destabilizzato.

Recentemente ho letto una tua dichiarazione in cui hai affermato di odiare il termine ‘EDM’ e che lo vorresti cancellare dal vocabolario. Centra con ciò che mi hai appena detto?

Questa mia esternazione si riferisce alla volontà di voler per forza identificare un insieme di generi con un’unica etichetta. Io sono nemico delle definizioni a tutti i costi e mettere dentro il calderone EDM tutto quello che centra con la musica elettronica mi è sembrato abbastanza riduttivo e scadente. È un termine forgiato dal business per poter vendere una cosa. Per me è una parola inutile.

La tua critica è solo verso l’acronimo o si estende anche al “circo” dell’EDM?

Il mio album vuole far riflettere anche su questo grande circo. La mia irritazione deriva sia dall’uso del nome sia dall’appiattimento della musica elettronica che è diventata in molti casi scadente e priva di contenuti di valore.

All’interno del mondo dell’EDM ci sono svariati esempi di artisti che utilizzano la maschera come tratto distintivo: penso a Marshmello, deadmau5 e Malaa solo per citare i primi tre che mi vengono in mente. Che senso ha la maschera di The Bloody Beetroots al giorno d’oggi, dopo oltre dieci anni che la utilizzi? Verrà mai il momento in cui ti esibirai a volto scoperto?

La maschera è un ottimo elemento di catalisi. E’ lo strumento che io utilizzo per attirare l’attenzione e diffondere la mia musica. Il secondo motivo per cui la indosso è quello di proteggere la mia privacy. Ciò mi permette di poter essere una persona totalmente anonima e quindi condurre una vita tranquilla, al di fuori di certi isterismi social. Se mai me la toglierò sarà il momento di cambiare lavoro perché non sono affatto attratto dalla fama e so quanto è difficile non poter vivere una vita normale. Per me indossare la maschera è un privilegio, toglierla vorrebbe dire rinunciare a questo vantaggio e far parte di una gabbia di leoni nella quale non voglio essere la preda.

Quando sei sul palco non ti limiti a intrattenere la folla ma stabilisci un vero e proprio contatto con chi ti guarda e ascolta. I tuoi movimenti, il phatos con cui suoni, il modo in cui prendi possesso di ogni angolo del palco dimostrano la tua anima da performer e musicista. Fare il dj, in questo senso, ti limiterebbe molto di più. È per questo che ti concentri molto più sul progetto live rispetto a quello SBCR?

Mi piacciono entrambe le cose ma ultimamente ho cercato di mettere in piedi uno spettacolo live che fosse complementare alla mia persona. Io parto dal presupposto che siamo degli umani e abbiamo un’arma potentissima: l’umanità. Essere a contatto con il pubblico e attuare uno scambio emozionale è eccezionale. Spesso ci dimentichiamo di questo legame a causa dell’enormità dello stage e della distanza tra console e pubblico ma, secondo me, è la cosa più importante! E’ fondamentale far funzionare lo show anche senza le luci o una produzione hollywoodiana. Ho iniziato a pensare seriamente a questo show nel 2013 e adesso, quattro anni dopo, penso di aver trovato un ottimo modo per esprimere la mia musica sia attraverso la produzione che, soprattutto, grazie il mio corpo.

Questo tuo atteggiamento è un po’ il contrario di ciò che cercano di fare alcune superstar che rimarcano di volta in volta il proprio status di semidei. 

Io faccio musica per la gente, io vivo assieme alla gente. Una delle scelte di non diventare schiavo della mia stessa popolarità svelando il mio volto è quella di non voler vivere da alienato. Io amo fare quello che fanno i miei amici, amo la mia vita. Certo, apprezzo il riconoscimento però non ci deve essere distanza o mitizzazione. Ho sempre cercato di smitizzare questo tipo di rapporto tra artista e fan che alla fine non giova a nessuna delle due parti.

Foto by Omar Tomasi

Ho dato un’occhiata al tuo account Spotify e ho visto che hai una playlist che si chiama ‘Summer Festival’ al cui interno hai davvero di tutto, da Lorde a Kendrik Lamar, da DJ Shadow a The Killers fino a Nicki Minaj e molti altri. Cosa ascolti nel tuo tempo libero?

Nel mio tempo libero ascolto davvero di tutto, da Paolo Nutini a Ed Sheeran. Penso sia questo il punto del mio disco: durante la giornata viviamo tanti umori diversi. Il fatto di mettere in commercio un disco che rappresenta la mia vita piena di colori e contrasti differenti è assolutamente un atto di libertà. Penso che nessuno si dovrebbe vergognare di sé stesso o seguire come gira il vento perché il discografico di turno dice che sarebbe meglio abbracciare un solo genere piuttosto che esplorarne molti. Sento il bisogno di fare un disco così vario perché è quello che sono e quello che voglio esprimere con un’onestà che credo sia caratteristica del mio modo di fare musica.

Hai parlato di colori. Quando pensi a una traccia la identifichi con una scala cromatica?

Normalmente ci creo attorno una storia. Più vivo e più ho storie da raccontare. I colori identificano più le emozioni che le tracce.

Parlando di storie, mi ha colpito molto Hollywood Surf Club. Qual è la storia che si nasconde dietro questa traccia? Non è la classica traccia alla Bloody Beetroots.

Mi piacerebbe sapere qual’è, per gli altri, la musica alla Bloody Beetroots perché per me sono tutte canzoni mie, non sento differenze. Il fatto che si creano dei contrasti d’ascolto è una cosa che rientra in ciò che ricerco in un album. Per quanto riguarda il pezzo in questione io sono sempre stato un fan del talk box. Quando ho sentito ‘21k’ di Bruno Mars ho contattato il ragazzo che lavorava con il talk box e gli ho chiesto se voleva fare un pezzo con me. La traccia è molto funky, molto pop ma con un testo molto triste. Racconta la mia delusione nei confronti del mondo di Hollywood quando io sono stati lì a lavorare. Il fatto di non poter produrre dei rapporti umani sinceri mi ha fatto riflettere molto. L’uso del talk box ha enfatizzato in maniera adeguata le sensazioni e i sentimenti che avevo in quel periodo.

Dopo tutto quello che hai fatto come dj, come musicista e live performer, dopo aver partecipato a quasi tutti i festival più importanti al mondo (Sanremo compreso) hai un sogno nel cassetto che non hai ancora realizzato?

Sarebbe davvero molto figo poter suonare a Glastonbury. Abbiamo girato tutti gli altri top festival a parte quello.

The Bloody Beetroots live sarà al Fabrique di Milano il 15 dicembre mentre ‘The Great Electronic Swindle uscirà il 20 ottobre. Non fatevelo scappare!

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Michele Anesi
Sono un ragazzo semplice che ama profondamente la musica elettronica. Preferisco la sostanza all'apparenza.
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