Perché tutti amano gli anni novanta?

 

Gli italiani hanno un rapporto particolare con la nostalgia. Almeno così sembra. Il passato di pomodoro, il passato di verdura. Ci cibiamo costantemente degli avanzi. Secondo una ricerca Istat pubblicata qualche giorno fa, il livello minimo delle nascite del 2015 in Italia, pari a 486mila, è stato superato da quello del 2016 con 474mila, con una riduzione del 2,4%. Questo vuol dire che il nostro paese continua spaventosamente a invecchiare e, quella che dovrebbe essere considerata come una virtù, mi riferisco alla longevità, si è trasformata in una spada di Damocle che pende sullo stato dell’arte. Nell’ultimo anno e mezzo il mondo della musica dance è stato invaso da un massiccio recupero delle sonorità anni novanta, e il mercato sommerso da una produzione, forse eccessiva, di cover. Un eccesso che non stanca. È come baciare la stessa stupenda ragazza con in testa una serie di parrucche diverse. E’ sempre un gesto piacevole, anche nella sua estrema ripetizione.

Per quanto riguarda la musica dance, gli anni novanta sono notoriamente riconosciuti come gli anni d’oro della produzione italiana, con una quantità impressionante di canzoni made in Italy finite in cima alle classifiche di tutto il mondo. “Quando i soldi si facevano davvero” (CIT.) l’Italia dominava una fetta consistente del mercato discografico mondiale, diventando un punto di riferimento per l’intera scena internazionale. Da Black Box a Robert Miles, da Snap a Corona: dagli studi di registrazione italiana sono usciti successi senza tempo rimasti impressi nell’immaginario collettivo. Nel volume fondamentale “Last Night A Dj Saved My Life”, nel capitolo dedicato al Warehouse di Chicago, la leggenda Frankie Knuckles ricorda di come i vinili italiani di importazione gli salvassero letteralmente la vita durante le sue mitiche maratone nel club che ha inventato la house music. La scia creativa e innovativa degli anni novanta è arrivata fino ai giorni nostri. Neppure il muro delle nuove generazioni, che sappiamo essere quasi insormontabile, è riuscito a fermare tale avanzata.

Siamo un popolo vecchio, dicevo. E un popolo vecchio è costretto per forza ad allenare e stimolare la memoria per non dimenticare la sua essenza. Negli anni novanta si stava bene, molto bene. La ricchezza degli anni ottanta aveva creato una generazione di giovani benestanti che potevano permettersi di pagare 50 mila lire per entrare in una discoteca, lunghe e costose gite in macchina verso il proprio dj preferito e vestiti alla moda. Il potere d’acquisto era alto e soprattutto giusto. La mancanza di denaro e l’annullamento delle distanze fisiche e spirituali come conseguenza dello sviluppo della rete, hanno cambiato radicalmente il modo di vivere la musica, rendendo quasi vitale una continua ricerca delle radici.

Ma la musica dance degli anni novanta aveva veramente un valore artistico?  Sicuramente aveva un’identità forte, un nome, un cognome e anche alcuni indirizzi precisi, differenti in base al genere. La progressive in Toscana, la house in Romagna, e il Deejay Time che da Milano invadeva tutta la penisola proponendo musica e linguaggi innovativi. Senza dubbio quello è stato un periodo indimenticabile per chi lo ha vissuto nel pieno dell’anagrafica indispensabile alla missione di evangelizzazione delle generazioni successive. Un periodo come quello non si ripeterà, sento ripetere continuamente. E’ il pensiero fisso di chi ha avuto la fortuna (dipende dai punti di vista) di aver vissuto le cose per la prima volta, di aver creato un movimento. La radio, gli artisti, il pubblico, insieme, uniti a loro insaputa verso un unico obiettivo del quale solo alla lunga se ne è riconosciuto il valore. Accade quando i figli chiedono ai padri il titolo di un disco, ad esempio oppure quando un teenager canta felice ‘L’Amour Toujours” di Gigi D’Agostino. E’ in questo caso che noto negli occhi degli adulti una sana gelosia. Ma è anche il pensiero fisso di chi ha avuto di chi ha poca fiducia nel futuro o di chi è semplicemente rassegnato. Che brutta cosa la rassegnazione. Magari le cose non saranno belle in quel modo ma lo saranno in maniera diversa. Non è vero che oggi e domani è peggio di ieri. Non esiste idea più sbagliata.

Niente come la musica dance anni novanta è in grado di toccare corde emotive particolarmente sensibili. La prima volta in discoteca, il primo bacio, il primo tutto. Come la prima macchina, luogo sacro della trasmissione radiofonica, dove tutt’oggi il mezzo di comunicazione per eccellenza resiste ai bombardamenti virali. Sono tantissimi i giovani che, a bordo della prima macchina, riscoprono infatti la radio, dove i riferimenti più o meno espliciti ai tempi che furono sono tutt’altro che sporadici. Se l’effetto revival ha per definizione una presa micidiale, la scoperta è altrettanto eccitante ed elettrizzante. È musica disinibita per inibiti, medicinale per ricordare i bei tempi andati, di quando essere tamarri non era niente di cui vergognarsi perchè nessuno te lo poteva scrivere su Facebook. Un disco è per sempre. Ma a me piace di più guardare avanti.

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L'autore: Ale Lippi
Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.
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