2010-2019: il decennio della techno

    Mercoledì 08 Aprile 2020
Esclusiva

2010-2019: il decennio della techno

Il meglio della techno degli anni '10: dj, club, trend e stili

Quando si vive il cambiamento quotidianamente, la sua percezione diviene meno profonda e palese. Avere la possibilità di fare un profondo respiro, guardarsi alle spalle e cogliere le transizioni di un’intera decade è l’occasione per rendersi conto di quanto alcune cose siano mutate. Questo decennio inizia e quello passato è appena, inesorabilmente, volto al termine; ed è tempo di bilanci e riflessioni prima di tornare a immergersi nel racconto e nella cronaca quotidiani. Quali sono stati dunque i fenomeni più evidenti degli ultimi dieci anni? Cosa ha cambiato le regole del gioco definitivamente?

Tramonta il fenomeno della minimal che aveva investito violentemente tutta la scena, in maniera assolutamente trasversale. Dj set e live orientati verso queste sonorità lasciano lo spazio, almeno tra i grandi nomi, a ritmi percussivi, tribali e decisamente più allegri nel mood. Sono i primi anni del decennio quelli in cui molte label sposano questa causa facendo la fortuna di nomi che sono destinati a diventare protagonisti del decennio. Tuttavia salire sul carro dei vincitori non è sempre la migliore delle strategie e alcuni di essi diventano meteore che, una volta invertito il trend, vedono le loro quotazioni abbassarsi drasticamente. Nick Curly, Reboot e Johnny D sono solo alcuni degli enfant prodige che pagano questo scotto. Nel frattempo uno dei locali cult di Berlino si appresta a conoscere la sua massima popolarità anche al di fuori del mondo degli addetti ai lavori. Si tratta del Berghain, reduce dalla vittoria della DJ Mag Top 100 dedicata ai club nel 2009. È l’inizio di un’ondata inarrestabile composta dai resident dj del locale presto elevati ad ospiti internazionali di grande prestigio e fama. Ben Klock, Marcel Dettmann, Ryan Elliot, Steffi, Tama Sumo e un roster sempre più ampio diventano nell’immaginario i degni rappresentanti di quel sound. La dark tunnel techno del Berghain che interseca la raw house del Panorama Bar guadagna agevolmente i vertici della scena club internazionale. La door policy del locale crea una vera e propria ossessione nei confronti dell’ex centrale elettrica di Kreuzberg. Quella che sembra essere la volontà di preservare lo spirito di un luogo di culto diviene una delle migliori strategie di marketing degli ultimi anni. La comunità social impazzisce per avere una foto fuori dal club e per esibire fieramente il timbro, attestazione dell’avvenuto ingresso di quella che, a torto o a ragione, viene definita la mecca della techno.

 

È solo l’inizio di una interessante frammentazione che non impone più un suono come dominante per tutto il sistema. Se il Berghain fa sua la narrazione dei 130 bpm altrove i ritmi si fanno più lenti, profondi e ricchi di bassline. La Crosstown Rebels di Damian Lazarus è una delle prime etichette a capitalizzare un grande successo in questo senso con un collettivo forte di artisti quali Art Department, Soul Clap e l’astro nascente Maceo Plex, già noto ai più attenti con il suo moniker techno Maetrik. Di lì a pochi mesi sarà lui il nome più chiacchierato in circolazione, o quantomeno quello apparentemente più fresco e gradevole. Un’altra città oltre a Berlino sembra acquisire una rinnovata rilevanza nel vocabolario degli appassionati di tutto il mondo, ed è la “Motor City” Detroit, cuore pulsante di una techno che negli anni precedenti aveva subito una flessione negativa a causa del già citato tormentone minimal. Eppure la città americana non trova una seconda ribalta solo grazie al lavoro di artisti quali Jeff Mills, Derrick May o Underground Resistance. È infatti la sua anima più groovy, eredità del funky e della disco, ad essere rilanciata. Moodymann, Theo Parrish, Andrés e Omar S sono solo alcuni degli artisti che conquistano prepotentemente la scena internazionale. È il preludio ad una retromania fatta di dj set vinyl only, di mixer rotativi e di digging estremo nei negozi di dischi e su portali dedicati che tornano in auge con un intero mercato dato, pochi anni prima, per spacciato.

In questa equazione l’esposizione mediatica della figura del dj, come rockstar del nuovo decennio, fa sì che anche i grandi nomi di questo panorama guadagnino palcoscenici sempre più ambiziosi. Artisti nati negli scantinati dei club di fronte a poche centinaia di persone si trovano catapultati in tour sempre più lunghi ed estenuanti di fronte a platee riservate in passato quasi esclusivamente alle popstar. “Nobody listens to techno” diceva Eminem in un suo celebre brano. Beh, le cose sono andate un po’ diversamente. La possibilità di avere accesso a palcoscenici più importanti e a strumenti economici maggiori ha contribuito, in parte, a creare un cortocircuito in cui i fautori, o presunti tali, della cultura underground si sono ritrovati a condurre una vita patinata da VIP, condita da richieste spesso assurde e al centro di diverse polemiche. Ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, ha anche permesso a molti artisti di perseguire progetti live più impegnativi conciliando pienamente questa dimensione con quella del mondo della musica elettronica. Caribou e più tardi Moderat, sono solo due dei tantissimi esempi in questo senso.

 

È strano pensare che in un mondo basato sull’inclusività, sul rispetto e sulla tolleranza siano presenti pochissime donne in consolle e questo decennio ha segnato un’inversione di tendenza netta anche su questo versante. Pochi avrebbero scommesso sulla siberiana Nina Kraviz, dopo l’ottimo EP ‘Pain In the Ass’ su Rekids. Eppure è stata proprio lei a sancire questa svolta determinante oltre ad una pletora di critiche che sono diventate anacronistiche tanto quanto la celebre diatriba tra analogico e digitale. La Kraviz dal canto suo ha sfruttato al meglio questa occasione, compiendo qualche passo falso, ma correggendo molto velocemente gli inevitabili errori di percorso e inanellando diversi successi, tra cui la label трип e il record di maggior numero di date nei festival mondiali nel 2018. Interessante poi il suo “nuovo corso” sonoro che la sta portando verso ritmi e suoni sempre più estremi insieme a un gustoso recupero di techno e trance della golden age dei ’90. Per coloro che la hanno seguita in questo percorso la strada è stata forse più semplice ed anche in questo caso i risultati sono stati eclatanti. Peggy Gou e Amelie Lens sono ad oggi due player fondamentali, capaci di chiamare a raccolta migliaia di persone. Un successo nato dalla commistione di scelte musicali mirate ed un utilizzo dei social media molto diverso dai dj tradizionali. Una rottura con i vecchi schemi che ha colto i veterani di sorpresa e che ha costretto alcuni di essi a dover inseguire queste nuove ed efficaci strategie di comunicazione, pena la damnatio memoriae, artistica sia chiaro. L’ascesa delle female dj ha portato sotto i riflettori altri notevoli talenti, tra i tanti citiamo Charlotte de Witte, Nastia, Helena Hauff, Deborah De Luca, Maya Jane Coles, Nicole Moudaber, Avalon Emerson, l’eterna Ellen Alien.

 

La stessa comunicazione tra appassionati attraverso questi nuovi media ha sancito la nascita di una comunità molto più coesa sulla condivisione di alcuni valori fondanti. Emblematica la risposta unanime al caso Ten Walls, in cui la reazione ad alcune osservazioni omofobe da parte dell’artista, é stata plenaria e fortissima. Una coesione che ha sancito anche il successo del format Boiler Room, conosciuto al di là degli apprezzamenti a livello mondiale. Un’impresa non semplice considerando che agli albori si trattava di uno streaming nato quasi per gioco, tra ragazzi inglesi appassionati ed entusiasti. Un fenomeno che ha generato cloni, variazioni sul tema interessanti o meno, e che ha rinforzato in parte il presenzialismo dietro consolle, una piaga mai totalmente debellata. Ma che allo stesso tempo fotografa bene l’evoluzione che i social stanno dando al mondo, anche a quello del clubbing.

Evoluzione che ha portato la techno sui mainstage di tutti i principali festival mondiali, unico fenomeno capace di diventare l’antidoto alla crisi dell’EDM nella sconda metà del decennio. Con il suo olimpo di superstar, dai mostri sacri come Carl Cox, Adam Beyer, Paul Kalkbrenner, Solomun, Richie Hawtin, Jeff Mills, Chris Liebing, Loco Dice, Sven Väth ai nuovi eroi come KiNK, Boris Brejcha, Kölsch. Una galassia variegata e per tutti i gusti.

Una menzione speciale merita la scena italiana, mai così vivace e soprattutto ricca di talenti che riescono a emergere a livello planetario. È innegabile che se esiste un settore dello sfaccettato mondo dance in cui l’Italia brilla, questo è proprio la techno. Joseph Capriati e Marco Carola sono ormai tra i top player della scena a livello assoluto. I Tale Of Us sono riusciti a creare un immaginario proprio, diventando dei giganti e costruendo la propria fortuna su un suono e un format, Afterlife, che li premia ovunque. Mind Against seguono a ruota, così come, dal canto suo, DJ Tennis e la sua Life And Death sono sempre presenti nelle line up che contano e hanno il rispetto di tutta la scena. Altre success stories importanti sono quelle di Ilario Alicante, Luca Agnelli, Sam Paganini, e di Enrico Sangiuliano che sta seguendo un percorso di grande interesse e di primissimo piano. A fianco dei big, ci sono talenti emergenti come Marco Faraone, Adiel, Brina Knauss, Volantis, che ci fanno pensare a un buon ricambio generazionale per gli anni ’20.

 

Condensare dieci anni di eventi, produzioni e trasformazioni di un mondo sempre più veloce ed incalzante è impresa che richiederebbe molto altro tempo e tante altre parole. Ma è chiaro che come in ogni storia ci sono dei punti cardine, passaggi obbligati che non si possono e non si devono ignorare. Al termine di questi dieci anni il mondo della club culture è un mondo molto diverso da quello che avevamo imparato a conoscere. Un mondo fondato su nuove regole non scritte che accolgono entusiasti e pessimisti sull’imminente futuro, ma a differenza del termine della scorsa decade ci troviamo di fronte ad un pluralismo musicale più marcato. Certo le dinamiche dell’hype hanno reso meno veritieri e virtuosi alcuni fenomeni ma tutto trova equilibrio in una scena dove, finalmente, c’è spazio per tutti. Nel bene e nel male.

 

 

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