Giovedì 14 Novembre 2019
Costume e Società

2013: il migliore anno della dance

Il 2013 è stato l'anno della dance in cui a cambiare sono stati principalmente i mezzi di comunicazione: grazie al ruolo del web viene scritta la storia delle grandi hit, delle produzioni mastodontiche e di nuovi giovanissimi protagonisti

2013. Per la prima volta nella storia, il mondo vede due papi. In Turchia si infiammano le proteste, la Grecia è in ginocchio, a Boston esplode una bomba durante l’annuale maratona; l’attivista americano Edward Snowden svela dettagli sull’esistenza di diversi programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico; il pilota Schumacher ha un gravissimo incidente che lo lascia in coma;  l’immigrazione verso l’Europa è un fenomeno quasi impossibile da regolare, e le morti a largo del Mediterraneo e nel mezzo del Sahara contribuiscono a rendere il tema un’emergenza assoluta. In Italia Giorgio Napolitano è ancora Presidente della Repubblica, Berlusconi non è più senatore e la Costa Concordia viene raddrizzata. Nel pieno di un’annata complessa, ricca di tensioni politiche, crisi economiche e disperati flussi migratori, l’unica via di fuga è la musica. Spotify, una piattaforma streaming fondata nel 2008 e con una durissima sopravvivenza, viene ufficialmente lanciata come applicazione per smartphone, dando inizio ad un cammino che la porterà a diventare talmente importante da sostituirsi praticamente per intero ai maggiori mercati digitali, oltre che a sviluppare una serie di concorrenti di lusso. 

California. Siamo nel pieno del Coachella, la più importante istituzione-festival del pianeta, quando improvvisamente sugli schermi dei vari stage appare un video. È un teaser di un paio di minuti, con cui i Daft Punk presentano ufficialmente la propria collaborazione con Pharrell Williams e Nile Rodgers. Parliamo di ‘Get Lucky’, un singolo che farà la storia delle dance hit lanciando ‘Random Access Memories’, ovvero quello che ad oggi è l’ultimo studio album del leggendario duo francese. Nel giro di un anno ‘Random Access Memories’ infrange due record giganteschi, divenendo infatti il disco più ascoltato di sempre in streaming e il vinile più venduto del 2013. Un dominio assoluto sia in digitale che analogico. L’album dei Daft Punk, come è sempre stato per quello che è il duo più influente degli ultimi cinquant’anni di musica elettronica, contribuisce attivamente a rinforzare il ruolo della dance come il centro gravitazionale delle più importanti hit dell’anno, che inevitabilmente vanno a lanciare nuovi protagonisti e far brillare quelli già in scena: all’Ultra Music Festival 2013 Avicii presenta ‘Wake Me Up’, con cui si porterà a casa la bellezza di 55 dischi di platino ed un disco di diamante mescolando il country con la dance, il mondo si innamora dell’house dei Disclosure, grazie anche alla loro ‘White Noise’, e compare in scena il britannico Duke Dumont con la sua ‘I Need You’. L’Occidente ha tanti problemi sociali da gestire, ma non smette di ballare, anzi, balla più forte

World Wide Web. Il ruolo fondamentale nella divulgazione delle hit viene giocato da internet: piattaforme come Soundcloud, Beatport e Spotify sono usatissime, i social hanno la priorità nelle strategie di comunicazione e iniziano anche i primi fenomeni di viralità online. Il produttore statunitense Baauer pubblica ‘Harlem Shake’, un brano che più per qualità tecnica verrà ricordato per essere il primo meme dance dei social. In tutto il mondo impazzano i video in cui gruppi di ragazzi, gente a lavoro, celebrità e personaggi della televisione inventano coreografie divertenti con cui lasciarsi andare sulle note del pezzo. Poco importa che Baauer, sull’onda della popolarità, si sia in seguito dedicato a progetti completamente differenti; il gioco è riuscito, e la stessa strategia sarà successivamente attuata da tanti dei nuovi player, tra cui ad esempio The Chainsmokers con la loro ‘#Selfie’. Il web diviene decisivo anche per introdurre artisti provenienti da correnti musicali e aree geografiche altrimenti difficili da assaporare: ne è un esempio perfetto la scena australiana, con artisti come Flume che iniziano a far parlare di sè in tutto il globo. Questo nel 2013 è universalmente riconosciuto come uno dei migliori nomi emergenti della scena dance, con il debut album ‘Flume’ che costituisce un raccoglitore di brani di enorme successo, che inevitabilmente lanceranno una nuova corrente downtempo/chillwave che influenzerà anche il mainstream. La cara e vecchia rete inizia a dare prova anche del fatto che le moderne tecnologie possono trasformare qualsiasi “produttore da cameretta” in un hitmaker nel giro di pochissimo: questa particolare tipologia di giovani produttori vengono chiamati bedroom producers. L’età media dei dj producer della scena si abbassa, così come quella dei nomi in line up nei raduni musicali più importanti, ma i bedroom producers non sarebbero mai esistiti se non grazie ad un’organizzazione capillare di forum, gruppi Facebook e collettivi indipendenti che si vengono a formare in tutto il mondo, all’insegna del supporto reciproco e della comune ispirazione. La scena olandese fa di questo spirito di unità il proprio inattaccabile punto di forza, così come anche la scena svedese. Sembra proprio che queste due precise nazioni non abbiano rivali in tutto il mondo. 

Hilversum, Olanda. La Spinnin’ Records, un’etichetta dance olandese, fondata nel 1999, è da sola sulla cresta dell’onda dell’EDMè con questa sigla, che sta per Electronic Dance Music, che viene denominata una precisa corrente electro house che dominerà le tracklist dei maggiori festival per tutti gli anni successivi. Quella che più avanti verrà chiamata semplicemente “big room”, estendendo di fatto il termine EDM ad un calderone più ampio e sinonimo di puro dance pop, nel 2013 vede uno sviluppo senza precedenti: sotto la costante presenza del marchio Spinnin’ Records, brani come ‘Tsunami’ dei DVBBS e Borgeous e ‘Animals’ di un ragazzino olandese risuonano alla nausea su tutti i maggiori palchi del globo. La seconda in particolare è la hit definitiva – forse la suprema in ambito di big room – che lancia un giovanissimo talento: Martin Garrix. La figura di Martin entra in scena qualche anno prima come strabiliante stellina (parliamo di un quattordicenne) che insieme ad alcuni suoi coetanei e connazionali – come ad esempio Julian Jordan – si fanno strada nell’industria a suon di successi, produzioni per terzi e ragazzine che si strappano i capelli. Per la prima volta, si parla di un teen idol in ambito di djing. In rete la disputa tra EDM Underground è argomento di discussione frequente. Chi non apprezza le facili sonorità della big room ha trovato rifugio negli eroi di sempre, i mostri sacri della techno e dell’house che resistono vigorosi, in alcuni casi anche sfruttando il grande interesse degli investitori nel mercato dance a proprio vantaggio: colossi come Sven Väth, Ricardo Villalobos e Marco Carola sono l’altra faccia del clubbing, che comunque non si esimono da richiedere cachet alla pari dei protagonisti dell’EDM. Sono loro il lato della medaglia che “non sputa sulla buona musica” e che “sa suonare con i vinili”.

Pianeta Terra. Negli articoli precedenti dedicati ai migliori anni della musica dance, ogni paragrafo iniziava col nome di una città, nucleo di una particolare corrente o natale di un preciso artista. Negli anni ‘2010, non esistono nuclei, perchè tutto accade ovunque. Il fenomeno dei social media è alla massima potenza e viene anche difficile parlare di EDM – o big room, o dance pop, come preferite – come di un genere musicale. Adesso si parla di un preciso movimento che ha conquistato una generazione, unendo nazionalità differenti – e di differenze si parla tanto, nella politica – sotto la grande ala della musica elettronica. Le hit di Martin Garrix, Daft Punk, Avicii e compagnia hanno reso tutto più facile, ma anche il ruolo degli eventi musicali come Tomorrowland, Ultra e compagnia risultano come megafono. Alcuni brani progressive house, senza le folle oceaniche di alcuni dei più grandi raduni del pianeta, forse non avrebbero avuto la stessa risonanza: ‘If I Lose Myself’ di Alesso, ‘I Could Be The One’ di Nicky Romero e Avicii, ‘This Is What It Feels Like’ di Armin Van Buuren: non solo successi discografici, ma veri e propri inni internazionaliofferti da artisti che ormai sono rockstar a tutti gli effetti, spremuti al massimo delle loro capacità in ferrei tour globali: celebre sarà il caso di Avicii, che per i ritmi folli del suo gigantesco tour e per le abitudini malsane acquisite per sopperire alle poche ore di sonno e alla stanchezza, ha finito con mettere a rischio la propria vita stessa. Ma è sull’onda dei romanticissimi inni dance, o festival anthems – come saranno chiamati in più occasioni – che un trio di dj raccoglie la propria inestimabile fortuna: è la Swedish House Mafia. Il gruppo composto da Axwell, Sebastian Ingrosso e Steve Angello – tre nomi già di un certo calibro nelle loro carriere soliste – sfornano un successo dopo l’altro già da diversi anni, folla con accendini dopo folla con accendini, canto accapella dopo canto accapella: avendo già conquistato il mondo con ‘Save The World’ e un’altra manciata di pezzi, nel 2013 la Swedish House Mafia pubblica ‘Don’t You Worry Child’. Un anno dopo, il brano si è aggiudicato 22 dischi di platino e una nomination ai Grammy’s. 

IbizaLa musica elettronica trent’anni prima del 2013 era una via di fuga: dai tabù della società, dalla musica di plastica, dalle crisi nazionali e dalle discriminazioni. Una massima forma di libertà, un’uscita veloce da quei meccanismi di business che inevitabilmente regolavano l’offerta musicale radiofonica. Ibiza, eden della cultura LGBT e hippie, rappresentava a pieno il paradiso terrestre di questi valori. Nel 2013 l’isola spagnola è la Las Vegas dell’EDM, il grande palco in cui solo chi ha davvero spaccato può salire. Amnesia, Ushuaïa, Privilege, Pacha, Space: non sono più soltanto club, sono super clubL’ingresso costa tra i cinquanta e i settanta euro, chi si esibisce è una superstar, le produzioni sono imponenti e le tecnologie avanzatissime. Il mondo è letteralmente fuori di testa per la nuova scena dance, tra i nuovi festival, le hit planetarie e i teen idol: la isla diviene un porto fondamentale di queste star, e gente come David Guetta, Hardwell, Avicii e Armin Van Buuren si presta senza remore e anzi con orgoglio a fare da dj resident.

Nel 2013 la dance ha superato sè stessa. È diventata qualcosa di più, imponente e spettacolare. Non che prima non fosse una realtà possente, sia chiaro, ma è opinione di molti che questo sia stato l’anno dell’exploit definitivo: perchè scorre veloce nel web, tra i social e le mode, ha i suoi idoli e i suoi prestigiosi punti d’incontro, risuona in tutte le radio e nelle televisioni, facendo naturalmente girare cifre da capogiro: Ibiza è polo di investimenti milionari, così come le produzioni dei festival. I grandi marchi di eventi puntano tantissimo sul colpo d’occhio, tra scenografie, aftermovie ed effetti speciali, così inevitabilmente molto dello spettacolo – che mai è lasciato al caso – deve essere deciso a tavolino. I cachet stellari dei dj fanno gola a molti, e si moltiplicano fenomeni come ghostproduzioni, numeri online ingigantiti con sistemi a pagamento, autobuy. Inevitabile, perchè dove gira denaro gira chi vuole farlo in fretta. Nuovi hotspot assumono sempre più rilevanza, tra cui la scena asiatica, l’Australia e la Croazia. L’Italia rimane indietro, senza dubbio, appesantita dalle logiche dei promoter, dal gioco sporco nel booking, dalla rigida tassazione, dal poco riconoscimento della dance come ambito culturale da tutelare e dalla mentalità stessa del pubblico.

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Penna di DJ Mag dal 2013, redattore e social media strategist di m2o dal 2019.

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