Venerdì 22 Novembre 2019
Festival

Tutta la musica di Dimensions Festival

 

 

 

di Alberto Scotti e Matteo Roma

Foto di Marc Sethi e Dan Medhurst

Dimensions Festival, tutte le dimensioni della musica. Potrebbe suonare come la parodia di uno slogan anni ’80. Ma di fatto è così. O quasi. Dimensions ci ha regalato tanta musica diversa, orientata a un gusto perlopiù britannico. D’altronde il festival è organizzato dagli inglesi e il pubblico più numeroso è – indovinate un po’ – quello degli inglesi in vacanza in Croazia, sulla costa istriana, tra Pola e Punta Christo. Ma non mancano i croati – ovviamente – e una consistente falange francese; italiani, tedeschi, austriaci e olandesi seguono. Esaurito il censimento, parliamo di musica. La techno domina lo scenario, ma tanti stili di derivazione black e con un evidente amore per le ritmiche spezzate rimpolpano la biodiversità musicale del Dimensions.

 

 

Dimensions-Festival-2016-Dan-Medhurst-5758 - Amphitheatre

 

 

A cominciare dal concerto inaugurale, nella cornice mozzafiato dell’Anfiteatro di Pola, un vero anfiteatro di epoca romana (immaginate un baby Colosseo). Apre Kamasi Washington, molto più funk e diretto rispetto allo show che portava in giro lo scorso inverno; poi tocca ai Massive Attack, attesissimo main event della serata. Dopo le polemiche delle date italiane (scalette troppo corte, 3D senza voce), il duo di Bristol non delude, infilando in scaletta pezzi che non faceva dal vivo da un bel po’ (‘Eurochild’, ‘Man Next Door’, l’apertura di ‘Hymn Of The Big Wheel’), le novità di ‘Ritual Spirit’ uscito in primavera, e i grandi classici: ‘Angel’, ‘Unfinished Sympathy’, ‘Risingson’, ‘Safe From Harm’. Eppure manca qualcosa, sarà l’assenza di ’Teardrop’, saranno dei visual e una produzione ormai vista e rivista da oltre dieci anni, ma i Massive Attack hanno abituato il pubblico a standard elevati, e negli ultimi tempi sembra che stiano perdendo un po’ di quella capacità tutta loro di essere avanti. Promossi, insomma, ma con qualche remora. Bocciato invece Moodymann dopo di loro, ormai vittima del suo stesso istrionismo e poco coerente nel suo set piacione ma slegato e non molto coinvolgente.

 

 

Dimensions-Festival-2016-Dan-Medhurst-5134

 

 

Day 1

Dopo la grande abbuffata dell’apertura, il menu prevede abbuffate abbondantissime per i giorni del festival vero e proprio. Si parte giovedì con le feste in spiaggia: sul palco i ragazzi del Dimensions Soundsystem danno dei punti a Jeremy Underground. Gioiosamente in bilico tra disco, house e funk i primi, perfetti per il pomeriggio; elegantemente sofisticato il secondo, ma fin troppo morbido. Arriva la sera e si svela la bellissima location del Forte, con i palchi tra i terrapieni o sulle collinette del forte. Allestimento a un tempo suggestivo, artificiale e naturale, e in mezzo alla natura la sensazione è quella di essere a un rave (magari un filo più controllato). Il rovescio della medaglia sono le lunghe code per accedere ai palchi dove suonano gli artisti già attesi: la sicurezza va garantita, e per non creare “tappi” o trappole mortali in caso di incidenti, il pubblico viene fatto passare in modo limitato, così da gestire gli spazi in maniera umana. Soluzione giusta ma inevitabilmente penalizzante per chi vuole godersi la musica. Che offre diverse buone cose, come Kyle Hall, l’Arija Stage (per tutto il festival vera fucina di broken beat come non se ne sentiva da tempo) con EVM128, Debruit e Tirzah, la Mungo’s Arena con OM Unit e Mala. Il mio preferito però è DJ Qu, che spara un micidiale set techno molto vario e godibile, passando dalle tracce che flirtano con la house a quelle più tese, da qualche break ai pezzi con i vocal. La vera sorpresa del festival.

 

 

Dimensions_Marc Sethi-3945 - Beach Stage

 

 

Day 2

L’attesa più grande, dopo le premesse della prima nottata, è per Richie Hawtin, che naturalmente imballa il suo stage. Lo ascolto dall’alto mentre inanella dei grandi martelli techno con un bpm sostenuto, galvanizzato da Rodhad che prima di lui scalda a dovere la pista. Altro colpo sicuro è Marcel Dettmann, ormai altro protagonista indiscusso della scena, capace di muovere migliaia di persone. Non amo il suo sound scuro e statico, lo trovo poco creativo e monotono. Ma evidentemente in tanti la vedono in maniera diversa, e il dancefloor è pieno. Grande attesa anche per Joe Claussell. Il suo set è pura house music, diverte, appassiona, fa ballare anche i muri. Peccato che non sappia resistere alla tentazione di mettere le mani sul mixer ogni cinque secondi: filtri, effetti, kill switch, pasticcia un po’ troppo non permettendoci di godere appieno i pezzi che suona. Glielo perdoniamo, in fondo è il suo stile, e vederlo agitarsi così è un vero spettacolo. Ma è un difetto che rischia seriamente di compromettere la bellezza dei suoi set. Menzione speciale per lo stage Mungo, che stasera si muove sui binari della drum’n’bass e lo fa con stile e classe. Quella di Calibre, DBridge (in formissima), Skeptical. Il tutto supportato da un impianto che spettina. Non sono un grande amante del genere, ma sarei stato per giorni a sentire set così. Mitici.

 

 

Dimensions_Marc Sethi-5130 - Clearing

 

 

Day 3

Dopo due giorni, e con la prospettiva della ripartenza la domenica (lascerò il festival e il resoconto dell’ultima giornata nelle mani di Matteo Roma), sabato me la prendo con calma, tra mare, una buona cena e un arrivo senza fretta al Forte. Prima però c’è spazio per Dele Sosimi e la sua Afrobeat Orchestra in spiaggia. Ed è la cosa migliore sentita in tutto il festival. Ritmica spaventosa, fiati perfetti, una super band che suona a cannone e fa godere. Dele è un trascinatore carismatico nel suo inglese sghembo e storto. Aggiungete un tramonto sull’Adriatico, tanta gente che apprezza e balla entusiasta, e qualche birra. Una situazione che si avvicina alla mia concezione di paradiso. La serata parte invece con Kai Alce e soprattutto con il sorprendente set di Soichi Terada, un live che mette insieme la cassa in quattro, le melodie MIDI da videogame, un’estetica a metà tra Detroit, synth 8-bit anni ’80 e un atteggiamento da superstar EDM. Non scherzo: questo folle nipponico te lo trovi davanti alla consolle a incitare il pubblico tipo Skrillex se fosse orientale e buffo nelle mosse, e dopo un secondo è già al lavoro sul pezzo; rialzi lo sguardo e sta facendo foto al pubblico con una fotocamera che sembra arrivare dal 2050, ridendo come un matto. La musica è irresistibile, lui pure. E si diverte un mondo a fare ciò che fa, forse più di noi a vederlo. Dopo di lui c’è Hunee e la prima parte del suo set è ottima; poi mi sposto a sentire altro, bazzicando per i vari stage fino a imbattermi nel finale di Octave One e nel set di Daniel Avery. Così così i primi, noioso il secondo, ed è un peccato, perché sentito in passato aveva riservato dei discreti set. Menzione d’onore all’onnipresente Loefah, che ha suonato praticamente ogni sera spaziando dal set celebrativo di Chicago alla jungle. E’ diventato il nostro tormentone e si schrzava sul fatto che abbia aperto un franchising di dj set.

 

 

Dimensions-Festival-2016-Dan-Medhurst-7785 - Beach Stage

 

 

Day 4

L’atmosfera che regna prima della domenica notte al Dimensions è surreale. Da un lato la tristezza perché ci si avvicina inesorabilmente alla fine del festival, dall’altro la voglia di dare tutto nelle ultime sfrenate danze salutandosi all’alba con il sorriso. Il tedesco Moomin prende le redini del Void con un set senza infamia né lode, proponendo dischi “facili” nella parte iniziale per ingraziarsi il dancefloor prima di varcare territori inediti nella seconda metà. Visto l’orario e la concorrenza degli altri stage svolge il suo lavoro egregiamente senza eccedere in virtuosismi futili e fuori contesto. L’intimo Garden accoglie invece Sassy J che purtroppo non appare in grande spolvero. La sua è una selezione raffinata e gradevole che però si scontra con un mixaggio approssimativo ed un soundsystem che penalizza pesantemente coloro che non si sono accalcati nelle prime file. Giusto il tempo di tornare verso l’ampio spazio del Clearing per assistere alla chiusura di Nightmares On Wax che si prende il merito di aver osato proporre qualcosa che andasse oltre l’imperante credo della disco che ha saturato parte del festival. Con un po’ di ritardo fa capolino su questo stage Gilles Peterson pronto ad entrare nel vivo di questa ultima serata. Il suo è senza ombra di dubbio uno dei set più solidi, interessanti e coinvolgenti del Dimensions e il grande pubblico presente e coinvolto ne è la prova. Peterson spazia con grande fluidità attraverso old school house, jazz, hip hop, dubstep e funk. Come un’umile nuova leva annuncia al microfono che Motor City Drum Ensemble sta per raggiungere il palco e chiude con grande eleganza lasciando a Danilo Plessow la possibilità di ripartire come meglio crede. Dal canto suo il producer tedesco regala un set energico e caratterizzato dai grandi tormentoni che sembrano essersi guadagnati un posto fisso nella sua borsa dei dischi. Fin qui nulla di nuovo se non fosse che a più riprese MCDE vira verso il french touch primi anni ’90, quello che ha reso celebri label come Roulette e che ha fatto la fortuna di lavori come “Homework” dei Daft Punk. Interessante riflettere su come altri dj si siano spesi in questo senso, quasi ci fosse una transizione verso la next big thing superata l’indigestione di funky degli ultimi anni. Ci immergiamo un’ultima volta nella claustrofobica atmosfera del Moat dove Helena Hauff non sta lesinando staffilate techno ad elevati BPM. Il tutto mentre il Void chiude, purtroppo, con un deludente set dei Mood II Swing eccessivamente ingessati in consolle e francamente poco originali nelle loro scelte stilistiche. Il sole sorge, i palchi lentamente si svuotano, il popolo del Dimensions percorre un’ultima volta i lunghi sentieri di Forte Punta Christo verso i propri giacigli. C’è chi si abbraccia promettendo di non perdersi di vista, c’è chi piange perché la magia è svanita, chi sorride grato perché almeno per qualche giorno questa magia c’è stata. Poi ci siamo noi che conosciamo quel sentimento “bittersweet” alla fine di ogni festival lungamente atteso. Il quinto anno del Dimensions Festival è stato caratterizzato dall’inconstanza, non necessariamente nella sua accezione negativa. Infatti la qualità media dei set e dei live proposti non ha fatto gridare al miracolo, tuttavia i suoi momenti apicali sono stati così intensi e potenti da regalare ricordi indelebili e per questo possiamo solo dire Hvala!

Dimensions-Festival-2016-Dan-Medhurst-7955 - Mungo's

 

Dimensions ha parecchi lati positivi e frecce al proprio arco: delle location stupende; uno spirito piuttosto libero e liberale che permette un clima rilassato; uno splendido mare a fare da cornice e dare ulteriore pretesto per passare cinque giorni a Pola. Certo, nonostante le numerose esperienze positive elencate, a guardare la line up sono molti di più i set anonimi e i nomi sconosciuti, a volte sorprendentemente piacevoli, qualche volta davvero forti, in molti casi davvero insignificanti. Delle code ho già detto: saranno inevitabili ma sono una grossa seccatura, non si può passare troppo tempo in attesa durante un festival con diversi stage. Diventa un disservizio. Bene i servizi igienici (i soliti bagni chimici ma numerosi e ben distribuiti) e i bar (non si attende mai troppo per bere, i cibi sono decenti, mentre i cocktail da dimenticare). In ultimo, ma non certo trascurabile, ottimi impianti su quasi tutti i palchi e ottima disposizione delle casse, distribuite per far sentire il suono bene dappertutto. L’esperienza è positiva, non memorabile. Tornarci? Vedremo. Per l’anno prossimo serve un salto di qualità che sappia ingolosire.

Articolo PrecedenteArticolo Successivo
Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.