Martedì 18 Settembre 2018
Storie

30 anni di Burning Man. Storia di un festival unico al mondo

È in corso l'edizione 2018 di Burning Man, tra i più famosi raduni elettronici che ogni anno va in scena nel bel mezzo del Black Rock Desert del Nevada. Questa è la storia di una delle manifestazioni più controverse di sempre

Foto credits: archivio storico Burningman.org

“Ho suonato un venerdì pomeriggio, nel deserto, per nessuno. Davanti a me avevo dieci miglia di sabbia e niente più. Un’esperienza fantastica.” 

Sulla penisola di San Francisco si estende un lembo di spiaggia pubblica il cui nome è Baker Beach. È qui che, in occasione del solstizio d’estate del 1986, l’artista americano Larry Harvey si fa aiutare dall’amico Jerry James nell’issare tra le dune una sagoma umanoide alta otto piedi (circa due metri e mezzo), interamente in legno. Questa era stata costruita dai due, a mano, in una cantina di San Francisco appena un paio di giorni prima, e venne data alle fiamme per un suggestivo spettacolo che ebbe come spettatori Larry, Jerry e il loro gruppo di amici, non più di una ventina di persone. Unico documento dell’epoca rimane la tesi di Joe Fenton, amico di vecchia data di Larry che parla di una sagoma femminile a sembianza della ex ragazza di Harvey. Una storia facile da mandare giù, ma che Larry non confermò mai pubblicamente. Fatto sta che l’iniziativa dell’artista piacque molto ai presenti, che pensarono di replicarla l’anno successivo. Nell’87 la sagoma era alta quasi il doppio – quindici piedi – e stavolta erano più chiare le sembianze maschili. Il pubblico contava circa ottanta persone e lo spettacolo si replicò tra lo stupore e la suggestione dei presenti; “se nel 1986 avevamo organizzato un picnic di famiglia, nel 1987 si trattava di poco più che un picnic di famiglia un po’ più grande“, ha dichiarato in seguito Harvey. Nel 1988, la tradizione dell’uomo in legno che brucia su Baker Beach era diventato un appuntamento da replicare ad ogni costo. Così venne costruito un Burning Man (è la prima volta che compare questa denominazione) ancor più alto e per la prima volta l’attrazione venne pubblicizzata con locandine, flyer e passaparola. L’obiettivo era coinvolgere gente in più rispetto alla cerchia di amici che da due anni assisteva allo spettacolo: parteciparono circa duecento persone. Pare che la polizia locale venne a conoscenza delle intenzioni del gruppo, e furono necessari alcuni chiarimenti con le autorità per dimostrare che l’evento fosse assolutamente innocuo. Il 1988 viene ricordato negli annali di Burning Man come l’anno in cui la manifestazione venne scoperta dalla Cacophony Society. “Cacofonico” è qualcosa che suona male, poco familiare, fuori dai regolari schemi uditivi della grammatica. La Cacophony Society si presentava come un raduno di spiriti liberi, estranei alla concezione moderna e mainstream del vivere in società e desiderosi di una comunità diversa, libera e dadaista. Sorge nel 1986 su iniziativa dello statunitense Michel Mikel, che a due anni dalla fondazione scopre questo strano evento artistico sulle sponde di Baker Beach. Se ne innamora, e decide di renderlo un evento annuale organizzato al minuzioso dettaglio.

Da San Francisco al Nevada
L’edizione del 1989 contava circa trecento presenze, appena un centinaio in più dell’anno precedente, riunite intorno a un burning man di quaranta piedi d’altezza. David Warren si incaricò dell’organizzazione del rogo, ma qualcosa andò storto e l’uomo in fiamme cadde sulle proprie “ginocchia” nel bel mezzo dello spettacolo. L’episodio pare non passò inosservato alla polizia di San Francisco che, unitamente all’alto numero di incendi scoppiati durante il periodo estivo nella regione, decise di vietare il rogo del man per l’edizione 1990, permettendone la sola costruzione. Larry e compagni si trovarono davanti ad un importante punto di svolta nella storia della manifestazione.  L’anno precedente, due dei co-fondatori della Cacophony Society – Kevin Evans e John Law – avevano partecipato in occasione del Memorial Day ad un evento artistico indipendente nel bel mezzo del Black Rock Desert, nel Nevada: questo coinvolgeva artisti di ogni Stato nel cimentarsi in istallazioni temporanee nel bel mezzo del deserto.  Il nome dell’organizzazione promotrice era Planet X, e grazie alla loro iniziativa Evans ebbe l’idea di trasferire il format di Burning Man in una nuova zona desertica, denominata Zone Trip #4. Nel 1990 venne deciso di dare comunque fuoco all’uomo di legno di Baker Beach, ma la polizia intervenne prontamente nel bloccare il rogo, che si fermò alle gambe e al torso della struttura umanoide. Furono Evans e Law ad invitare Harvey e la sua crew a replicare l’esperienza nella Zone Trip #4 del Black Rock Desert. Dopo aver rapidamente ricostruito le parti carbonizzate a San Francisco e aver trasportato la sagoma nel deserto, all’evento presero parte circa novanta persone, con una serie di interrogativi da affrontare per l’anno successivo. Ad esempio, come organizzare una manifestazione artistica nel bel mezzo del deserto, sulle sponde di un lago salato essiccato, senza rischiare che qualcuno si perdesse? Non riuscire ad orientarsi nel bel mezzo delle tempeste di sabbia del Black Rock significava rischiare la morte per disidratazione. Questo e tanti altri quesiti mettevano a repentaglio il quinto episodio di Burning Man. Ma John Law ebbe un’idea. 

Arriva la musica
1991. Non ci sono fornitore d’acqua, non esistono generatori elettrici. C’è solo sabbia, e qualche roccia. Nient’altro che sabbia e rocce per chilometri quadrati. John Law ha avuto l’intuizione di costruire installazione luminose al neon per permettere ai viandanti di trovare facilmente il sito dell’evento ed evitare di morire tra i promontori. Prendono parte duecentocinquanta burners, riuniti nel rogo di uomo in legno alto quaranta piedi. Tra loro si formò una comunità artistica, anche se l’arte nel 1991 non è ancora cuore pulsante di Burning Man. Riporta Peter Doty, uno dei primissimi partecipanti, che “l’arte non era proprio il centro di gravità dell’evento” anzi, “quando qualcuno tirava su un’installazione, la gente si stupiva e urlava cose del tipo “hey, che figata, quel tale ha costruito qualcosa”“. Doty parla di un raduno “molto più vicino ad un rave party che ad una manifestazione artistica a 360 gradi”. Nello stesso anno comparvero i primi gruppi di ballo specializzati in danza col fuoco, ma anche eventi limitrofi come il Desert Siteworks, a cui collaborarono anche membri originari della crew di Burning Man. Il 1991 è anche l’anno della prima licenza ufficiale concessa dal Nevada agli organizzatori per lo svolgimento dell’evento. Nel 1992 Michel Mikel si fa chiamare Danger Ranger ed è il capo dei Black Rock Rangers, fulcro della famiglia di Burning Man, e si occupa personalmente di permettere a chi vuol partecipare di poter arrivare sano e salvo e a chi prende parte di non finire in coma a causa di qualche droga, venendo dimenticato nella sabbia. Il 1992 è un anno fondamentale: sul letto del lago essiccato arriva la musica elettronica. Craig Ellenwood, tra le teste principali di Mr. Floppy’s Fliphouse – una rave crew di Oakland dedita a sonorità acid house – si incaricò di organizzare le performance. Il primo artista a proporre musica qui fu Goa Gil che – citando le parole di Brian Doherty, autore del libro ‘The Burning Man’ – “proponeva sonorità alla Aphex Twin suonando cassette per una folla di venti o venticinque persone”. Il raduno del 1992 contò un totale di seicento persone. Riecheggiavano per lo più techno, acid house, punk rock e un genere che venne definito “funky desert”, mentre verso i primi del Duemila da queste parti iniziò ad andare per la maggiore il glitch hop. Successivamente, Turbo Ted ammise di essere stato il primo dj a mettere i dischi al Burning Man del Black Rock Desert. Il problema è che si esibì per ben…zero persone. Parole sue: “ho suonato un venerdì pomeriggio, nel deserto, per nessuno. Davanti a me avevo dieci miglia di sabbia e niente più. Un’esperienza fantastica.” 

 Gli anni ’90  
Il 1993 segna la terza svolta fondamentale. Sebbene non fosse ancora centro gravitazionale del Burning Man, l’altissima componente artistica era innegabile e gli avventori contribuivano pur con intenzioni “non artistiche”: ad esempio Mikel si presentò nel 1992 con una macchina dal telaio fracassato, schiacciata dalla caduta di un pilone di cemento durante un terremoto ma ancora in grado di muoversi. Involontariamente, il mezzo divenne illuminazione per altri veicoli di volutamente strambe fattezze, portati qui dai vari partecipanti. Si decise quindi di istituire un tema annuale a fungere da ispirazione per artisti, musicisti e semplici ravers. Il tema del 1993 fu ‘Christmas Party’ e coinvolse le opere d’arte (ricoperte di neve finta) così come la selezione musicale (ovviamente a tema ‘Santa Claus’). Si presentarono in oltre un migliaio, per quella che ormai era una sorta di repubblica autonoma. Divenne necessario, vista la crescente popolarità dell’evento, riuscire a mantenere un relativo segreto basato sul passaparola. Burning Man non doveva apparire nè come un rave, nè come un festival, nè come una comunità legata da una grande ideologia, ma nient’altro che un raduno di gente libera e lontana dai riflettori della civiltà per una decina di giorni. Un posto magico in cui era possibile assistere a tramonti di fuoco e musica elettronica, condividendo l’esperienza con esseri umani uniti da rispetto reciproco e per l’ambiente circostante. Eppure l’espansione non era controllabile, e non mancarono i problemi. Sebbene a partire dal ’94 venne delineato un perimetro con un prezzo d’ingresso (trenta dollari) per le oltre duemila persone presenti – il doppio nel 1995 – era difficile poter controllare l’abuso di sostanze o di alcol all’interno della grande festa. A metà degli anni ’90 venne registrata anche un’escalation di violenze locali, tra cui sparatorie e risse che costringevano i Black Rock Rangers a girare con le pistole cariche. Nel 1996 – quando Burning Man ospitò oltre ottomila partecipanti – perse la vita un addetto ai lavori, Michael Furey – intento ad allestire una struttura al neon quando venne investito da un van – e qualche tempo dopo una coppia venne travolta da un carro artistico nella propria tenda; un episodio molto più recente, datato 2017, ha visto un uomo morire dopo essersi gettato nelle fiamme del Burning Man. Diversi membri dell’organizzazione di Burning Man presero le distanze dall’evento, tra cui John Law, il quale successivamente dichiarò che la manifestazione avrebbe addirittura fatto bene a terminare al più presto. Scintilla fu l’atteggiamento di Larry subito dopo l’incidente di Furey: molta più premura nell’accertare che fosse avvenuto fuori dal perimetro del raduno, piuttosto che nel chiamare soccorsi. Nessuno voleva che la festa annuale divenisse un “mostro” più grande dei suoi fondatori. Ma il Burning Man non smise di bruciare, anzi, dal 1995 in poi la presenza di musica elettronica divenne sempre più centrale e iniziò a costituire una forza attrattiva in più per un pubblico di tutte le età: per esempio, Turbo Ted si fece promotore del ‘Techno Ghetto’, un’area in cui per dieci giorni venivano offerte sonorità techno senza pause. In seguito all’incidente del 1996, vennero avviate alcune verifiche relative alle licenze legali concesse all’organizzazione, e 10 su 16 risultarono violate. Il Burning Man dovette cambiare casa. 

Aeroporti, regole, CNN
Il Burning Man 1997 si caratterizzò per la dettagliatissima pianificazione e per il cambio di location. La festa si spostò sul letto del lago Hualapai, e qui venne istituita formalmente la città di Black Rock CityLa denominazione di “città” non era casuale, dal momento che vennero istituite vere e proprie leggi cittadine: limiti di velocità fissati a 8 km/h, perimetri ben delineati, permessi per ingresso di veicoli di grandi dimensioni, divieti relativi ad animali ed esplosivi di ogni sorta, assicurazioni per incendi e incidenti, e così via. Maggiori spese (quindi raddoppiò il costo del biglietto a sessanta dollari) ma più sicurezza, e quindi anche più attrattiva: nel 1997 presero parte ben diecimila persone. Unica pecca? Burning Man stava assumendo sempre più le sembianze di un festival a tutti gli effetti (legali e sostanziali) e sempre meno quelle di un libero raduno, come venne concepito agli albori. Le stesse opere artistiche venivano accuratamente commissionate. Nel 1998, la rigida organizzazione permise all’evento di tornare nella propria casa nel bel mezzo del Black Rock Desert, il prezzo del biglietto aumentò ancora (cento dollari) e vennero addirittura costruite e denominate le strade interne, e le baracche fornite di numero civico. Niente di più lontano dagli iniziali princìpi, ma ormai il raduno era divenuto una vera e propria attrazione. Le affluenze continuarono comunque a crescere: 15.000 nel 1998, 23.000 nel 1999. Nel 2000 il prezzo raddoppiò ancora, i partecipanti furono più di 25.000, venne costruito un aeroporto (approvato a norma di legge) ma non mancarono alcune complicazioni: il controllo delle autorità era ferreo, e vennero compiuti più di sessanta arresti per possesso di droga. Si crearono anche problemi con i membri che avrebbero preferito un raduno silenzioso o perlomeno avvolto in sonorità più morbide delle sonorità techno o trance che venivano offerte sui vari palchi improvvisati. A tal proposito replicò Larry Harvey che disse: “noi siamo naive. Ci siamo uniti in questa terra per celebrare la libertà d’espressione e protestare per il volume alto della musica è un atteggiamento oppressivo e assolutamente non liberale. Qui chiunque può suonare la propria musica, e può farlo come gli pare“. All’inizio del millennio, Burning Man è una realtà conosciuta: la CNN ne ha già parlato, e l’evento è inserito da diverse agenzie tra le manifestazioni consigliate nella regione. 

Dj, superstar e milionari del deserto
Vista la forte attenzione mediatica, nel 2003 c’è una nuova importante svolta: le droghe sono ufficialmente vietate all’interno del perimetro. I connotati originali della manifestazione sembrano quasi totalmente perduti, tanto che nel 2005 si registra il primo caso di calo di affluenza (da 35.600 del 2004 a 35.500), ma si tratta di un’edizione importante per l’istituzione dei dieci princìpi fondamentali per lo spirito di Burning Man. Scritti da Larry Harvey in persona sulla base dell’esperienza degli anni precedenti, questi sono: inclusione, culto del dono, baratto come metodo d’acquisto, libertà d’espressione, fiducia nei propri mezzi, altruismo, responsabilità civica, rispetto dell’ambiente, partecipazione e annullamento delle diversità. Oggi questi princìpi fungono da base essenziale al Burning Man Project, l’associazione no-profit a cui è ufficialmente intestato il marchio Burning Man. L’uomo che brucia viene descritto come un rifiuto dell’homo novus della società globalizzata, anche se questa concezione – come raccontato – non è riconducibile alla nascita del raduno e tuttora risulta come non ufficiale alle fonti più esperte. Ricominciano a salire le presenze, che nel 2007 sfiorano le 50.000 persone. Tante celebrità partecipano a Burning Man, non solo superstar della musica di tutto il globo ma anche personaggi pubblici come – ad esempio – i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, che ne divengono veri e propri veterani, così come successivamente Elon Musk e Mark Zuckerberg. Nel 2003 tra i vari dj si esibisce Tiësto, qualche anno dopo arrivano anche Carl Cox, Joachim Garraud, Armin Van Buuren, Diplo, Skrillex e tanti altri, soprattutto tra le file della techno. Il raduno di Burning Man, tra il 2007 e il 2011, si sviluppa sempre più come meta ideale per le celebrità che vogliono immergersi in un’esperienza artistica completa in piena libertà, senza il peso della propria fama ad opprimerne la permanenza. Di qui passano popstar di portata mondiale, come Rihanna, Lady Gaga, Justin Bieber, ma anche super ricchi annoiati, che decidono di inventarsi follie per attirare l’attenzione dei burners: qualche anno fa, un miliardario anonimo ha finanziato la costruzione di un aeroplano di linea Boing 747, ricoperto di luci al neon, in cui era possibile entrare liberamente. Un altro tale, recentemente, ha avuto l’idea di arrivare al festival paracadutandosi direttamente al suo interno. 

 
Il festival oggi  

Black Rock City accoglie oltre 70.000 burners ed è uno dei festival più conosciuti al mondo, contando anche fratelli nascosti nel globo (come ad esempio l’Afrika Burn, nato nel 2015). Il continuo sforzo di cercare di dare una definizione comune alle opere degli artisti o al grande uomo in fiamme costituisce probabilmente uno spreco di tempo. “Noi non abbiamo un’ideologia, abbiamo solo un sacco di idee dichiarava Larry Harvey in una delle sue ultime interviste datata 2018. “Non ci interessa quello che pensano i burners, vogliamo solo che venendo qui stiano bene e si sentano in pace con sè stessi, provando un comune sentimento di trascendenza emotiva”. Ma attenzione ad associare a questo concetto una visione hippy: Larry Harvey è tutto meno che un hippy. “Non ho vissuto la Summer of Love, ero in servizio militare”, per Larry il movimento giovanile della Summer of Love del 1967 si poteva riassumere in “figli di papà e droga”. Quello che è il filo conduttore delle parole di Larry Harvey in tutte le sue interviste pubblicate negli ultimi dieci anni, è che trovare a tutti i costi una definizione per qualsiasi elemento della vita è sbagliato. Ci sono cose che accadono senza una ragione profonda ma sulla base di un istinto umano, condiviso da più persone senza trattati, visioni politiche, filosofia di fondo. Risultano inutili le grandi analisi psico-sociologiche condotte da diversi portali in giro per il web. Nel Burning Man quel che accade è appena successo, chi è lì non sa dire perchè sia lì o cosa significhi per lui essere lì, sa solo di esserci e questo è quanto conta. Il baratto obbligatorio in un certo senso simboleggia questo: tu non mi devi nulla, io non devo guadagnarci nulla, siamo entrambi qui e siamo identici. Il grande segreto che per anni ha caratterizzato le line up del raduno, simboleggiano l’assenza di ferrea programmazione necessaria alla nostra esistenza. Non ci sono potenti nella struttura di Burning Man, ma detentori di autorità, un’autorità che – come scrive Larry nel trattato disponibile sul sito – è come un fiume, un flusso che acquista potenza solo attraverso il consenso e la collaborazione di tutti i membri. Un mondo ideale, quello di Black Rock City. Un rituale spontaneo per il quale non serve pensare ma semplicemente vivere. Esserci, non essere. Vale la pena passarci, prima o poi. 

Rest in peace Larry Harvey. 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA
31.08.2018

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Un ventiquattrenne romano letteralmente cresciuto nel club, ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando la playlist di Spotify.

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