Sabato 24 Ottobre 2020
Storie

30 anni di Prodigy: dai rave alle classifiche, una band che ha cambiato il mondo

Il primo incontro tra i quattro membri del gruppo risale proprio all'ottobre del 1990. Da allora, The Prodigy hanno fatto tutto ciò che si poteva fare per rivoluzionare la musica

Pochi gorni fa, sul profilo Instagram ufficiale dei Prodigy, appare la foto che vedete in apertura, con una didascalia che spiega come e quando i quattro membri del gruppo si sono incontrati, proprio nel 1990. La foto è, a suo modo, una celebrazione della band, che in questi giorni compie 30 anni. Trenta. E sembra davvero impossibile che un progetto del genere sia così anagraficamente vecchio. Perché i Prodigy sono sempre stati il futuro, la rottura degli schemi, la novità spiazzante. Anche quando entrano in classifica. Anche quando ai loro concerti ci sono 50mila persone che pogano e saltano. Anche quando la morte del cantante Keith Flint diventa una notizia da prima pagina dei giornali di tutto il mondo. E poi, nel 1990 era davvero difficile immaginare un progetto dance proiettato così in là nel tempo. A dirla tutta, anche oggi lo è, perché la dance è per sua natura effimera, veloce, legata a momenti e stili precisi che si rinnovano e mutano molto rapidamente. Invece, Liam Howlett, Keith Flint, Leeroy Thornill e Maxim Reality hanno saputo tratteggiare i connotati giusti per imporre un sound preciso e marcato, e durare nel tempo trovando un posto nei cuori dei fan.

 

Innanzitutto, l’esordio discografico del gruppo fa un botto non da poco: ‘Charly’ entra dritto al numero uno della classifica britannica nel 1991, con le voci campionate e un suono che diventa immediatamente il manifesto della stagione dei rave, osteggiata dal governo Thatcher e simbolo in tutta Europa di una gioventù nuova, diversa nei valori come nelle esteriorità da quella degli anni ’80. E poi, il pezzo, come il successivo album di debutto ‘Experience’, sempre nel ’91, escono su XL Recordings, label che con loro trova la sua prima grande miniera d’oro ma che negli anni sarà sempre più “etichetta illuminata” capace di avere nella propria scuderia personaggi come Adele, M.I.A., Radiohead, Basement Jaxx, per fare qualche nome. Una indie che gestisce artisti da major ma si comporta come una indie. ‘Out Of Space’ e ‘Your Love’ sanciscono ulteriormente il successo e la bontà delle intuizioni di Howlett in studio.

Il secondo capitolo della straordinaria avventura del gruppo arriva nel 1994, e adesso le cose si fanno serie: ‘Music For The Jilted Generation’ è una pietra miliare della storia della musica del Novecento. Pezzi come ‘No Good (Start The Dance)’, ‘Poison’, ‘Their Law’ e soprattutto la leggendaria ‘Voodoo People’ sono dei classici senza tempo, infiammano i dancefloor e le radio di tutto il pianeta e lanciano i quattro verso una popolarità generazionale (come da titolo del disco). Soprattutto, accanto al leader e mente Liam Howlett, più topo da studio che frontman, iniziano a delinearsi le personalità di ciascuno dei membri: Maxim è un cantante dalla voce black; Leeroy il ballerino che in quel tempo fa molto scena; e Keith è un raver capellone allucinato a metà tra il predicatore, il cantante punk e l’urlatore. Solo che, un paio d’anni più tardi, proprio lui diventerà l’asso nella manica del quartetto.

 

Il cambio di marcia arriva nel 1996. In primavera esce ‘Firestarter’ e ora Keith è senza dubbio il frontman. E che frontman: canta (a suo modo) e si prende la scena grazie a un look a metà tra Mad Max (sia quello anni ’80 con Mel Gibson sia il capolavoro del 2015 con Charlize Theron) e i cattivi di Ken il Guerriero, e diventa istantaneamente icona. Musicalmente, la scelta di spostare i suoni verso qualcosa di simile al rock e verso la canzone, pur mantenendo il mood rave, è vincente. I Prodigy centrano il bersaglio, e quell’anno ‘Firestarter’ è in radio ovunque, antipasto del best seller del 1997 ‘The Fat Of The Land’, primo posto in mezza Europa e hit anche oltreoceano. ‘Smack My Bitch Up’ è la consacrazione definitiva, con quel video urticante e censuratissimo, anomala colonna sonora di quell’estate. Loro sono delle superstar e hanno la grande intuizione di unire il suono elettronico ibrido di techno, UK hardcore e breaks a un’attitudine rock, quasi metal. Tanto che saranno tra i primi provenienti dal mondo di dj e affini a suonare su palchi dei grandi festival, all’epoca tradizionalmente rock.

Poi il gruppo si perde un po’ via, un decennio passa veloce tra vite da star, voglia di stare un po’ fermi, e la fisiologica necessità di reinventarsi. Howlett pubblica un mixtape pazzesco nel 2002, poi nel 2004 arriva ‘Always Outnumbered, Never Outgunned’ che è un fiasco ma loro dal vivo reggono, e anzi diventano un colosso. Arrivano altri dischi, il suono e lo stile si cristallizzano ma non importa: ormai sono leggenda, sono la band che gli ex-teenager vogliono vedere per tornare giovani per una sera e i ragazzini vogliono toccare con mano per vedere dal vivo questi miti che hanno fatto la storia. Tutto benissimo. I loro concerti sono un’esperienza da vivere. Per usare un’espressione abusata, che però qui rende davvero l’idea, sono una macchina da guerra. E hai proprio l’impressione di essere un guerriero pronto alla guerra, quando esci dai loro live.

 

Solo che la macchina si inceppa: è il 4 marzo 2019 e arriva la notizia devastante della morte di Keith Flint. Si è suicidato. In casa. Il mondo, o perlomeno un mondo, crolla. Quello dei Prodigy. Molto più di “un progetto”. Molto più di una band. Il simbolo di un’epoca grandiosa che ha segnato e cambiato il mondo della musica. Il simbolo della stagione dei rave che è riuscita ad emergere dal proprio terreno (fertile). Il simbolo, uno dei simboli, del creativissimo decennio inglese dei ’90 nell’arte e nella musica. Il simbolo di una dance che non è passeggera e volatile ma destinata a restare, per la genialità delle idee e per al forza d’urto di chi le veicola.

Auguri, Prodigy. Siete una leggenda.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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