• LUNEDì 16 MARZO 2026
Interviste

Francesco Zappalà ci racconta ‘Antropocene’, il suo ritorno discografico

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano… verso del grande Antonello Venditti che qui citiamo sapendo che potrebbe essere interpretato da più di una prospettiva: la prima, sicuramente, è quella del ritorno del protagonista di questa intervista, uno dei DJ italiani più visionari, lungimiranti, stilosi ed eclettici di sempre. Francesco Zappalà. La seconda, e lo scoprirete nelle prossime righe, è quella rinnovato amore di Zappalà per il djing, per la musica, per il vinile. Non a caso, il suo nuovo lavoro ‘Antropocene’, otto pezzi che profumano della progressive dei tempi d’oro ma con un suono decisamente contemporaneo e un taglio tra house, techno e screziature trancey e ipnotiche, esce esclusivamente in vinile (potete ordinarlo e pre-ascoltarlo QUI).

Zappalà è un artista vero, un creativo puro che non è mai stato inscatolato nelle dinamiche di un clubbing addomesticato, restando un personaggio selvatico e libero. Uno che è partito dalle gare, dai concorsi per DJ, quelli in provincia e quelli importanti, ma qui iniziamo la nostra chiacchiera, per arrivare fino al futuro.

 

Sei stato uno dei primi DJ italiani ad avere contemporaneamente diversi tipi di notorietà: eri quello famoso nei club, eri quello “televisivo” di Match Music – storico network dedicato alla musica elettronica e alle nuove tendenze, distribuito in syndacation sulle TV locali italiane negli anni ’90 – ed eri quello che “arrivato secondo alle finali mondiali del DMC”. Come nasce tutto questo, la tua carriera?
Ah guarda, la mia è la storia di una generazione di pionieri. Ho iniziato ad appassionarmi alla musica da ragazzo e quando ho deciso che essere un DJ sarebbe stata la mia vita, i tempi erano davvero diversi da come sono oggi. Era un mestiere inventato, non c’era nessuna certezza e nemmeno delle “regole”, dei percorsi plausibili. Io ho cominciato proprio all’alba della house, forse ho colto quello spartiacuqe anche se poi mi sono appassionato anche a tutt’altra musica.

Mi fai venire in mente una frase di Claudio Coccoluto, che nella prefazione di un bellissimo libro di Fabio De Luca, ‘Mamma, mamma, voglio fare il DJ’, raccontava con la sua meravigliosa ironia di come la house fu “la vera botta di culo”. Un modo tutto suo per dire quello che hai detto tu: fu lo spartiacque tra chi credeva in quel nuovo, rivoluzionario sound e chi invece no. Quello forse era un modo per emergere?
Sicuramente sì, house e techno hanno cambiato tutto, hanno creato un pubblico e abitudini nuove, hanno creato la club culture. Però per “emergere” c’erano anche altri mezzi, era un’epoca in cui per i giovani esistevano delle gare, dei concorsi per DJ, che se erano seri potevano diventare un’ottima modalità di “emersione”.

E tu sei arrivato addirittura secondo alle finali DMC nel 1991, il concorso più prestigioso al mondo.
Sì, conta che oggi il DMC appartiene strettamente al mondo dei turntablist, dei DJ “che scratchano”. Non che non fosse così negli anni ’90, ma diciamo che tra fine anni ’80 e metà anni ’90 era comunque un mondo molto più ibrido. Io scratchavo sulla techno, mi sembrava un’idea figa, originale, ed ero già molto tecnico, molto appassionato di tuto ciò che era innovativo e lontano dal seminato. E infatti andò bene.

Poi sei stato uno dei primi a credere nella diffusione della musica da club al di fuori dei club, in radio, in televisione.
Ho sempre cercato di promuovere le cose che mi piacevano senza compromessi, cogliendo quelle opportunità che mi parevano sensate, dove potevo essere me stesso senza mettermi al servizio di idee commerciali che non mi appartenevano. Negli anni ’90 ho avuto un programma su Radio 105, e poi in TV Match Music che mi ha fatto spiccare il volo. Però tutto questo è sempre rimasto il contorno della mia vita da DJ e da produttore, la consolle e lo studio sono sempre stati i miei habitat.

 

Oggi come si emerge? Cioè, se fossi il Francesco Zappalà ventenne nel 2026, cosa pensi che sarebbe opportuno fare per provare questa carriera?
La differenza che ho notato io è che oggi è tutto veloce, non si passa quasi mai unicamente dal lavoro in consolle, serve costruirsi un profilo reale e virtuale, e altrettanto velocemente si è osannati o dimenticati. Con i dischi la gente veniva, se ballava ti facevi ossa e nome con il passaparola, che tradotto significa: se riempivi la pista il pubblico e il proprietario erano contenti e ti richiamavano, e grazie al passaparola ti chiamava un altro locale e poi un altro ancora, altrimenti no. Selezione naturale.

Poi però i tempi sono cambiati, tu hai vissuto quell’epoca e anche le successive.
Certo. Io negli anni sono passato per il vinile, poi mi sono cimentato con la sperimentazione digitale portando uno studio in consolle facendo i remix live. Però dopo quattro anni di investimenti mi sono accorto che la cosa non veniva percepita, e io stesso mi ero allontanato dal djing puro per cimentarmi con il suono dal vivo anche se non ho avuto gli stessi risultati, sono onesto. I social hanno sicuramente creato confusione perché mescolano tutto: talento, spettacolarizzazione, diventa difficile capire che davvero sa fare qualcosa. D’altro canto, come sempre, è il pubblico che sancisce il successo di un DJ. Il vinile però aiuta certamente anche la sensibilità del pubblico nel capire la manualità e la capacità tecnica. Vedere i movimenti “classici”, quelli iconici, a mano, a orecchio, tutto questo ci ha portato a un buon momento per rilanciare questo messaggio.

Come vedi questo ritorno del vinile oggi, intendo proprio come “filosofia”, come elogio di un certo modo di intendere il djing e anche di far ballare le persone?
Penso sia un buon momento per tornare a divulgare questo messaggio di cui sono stato portatore per tanto tempo, certo non sono l’unico, vedo tanti DJ anche giovani che hanno proprio la mentalità e la testa settate sul modo di suonare che sono i vinili possono dare, sono contento. Personalmente, hoc vvertito che mi mancava la copertina, il disco che finiva, il polpastrello che sente il solco.

Digitale/Vinile: che differenze stilistiche ci sono?
Hai detto bene, stilistiche, perché poi l’importante è suonare buona musica e far divertire le persone. Però non viene mai sottolineato come suonare i dischi in vinile sia proprio diverso dal digitale.

Spiega meglio questo concetto.
Se suoni in vinile devi scegliere il disco successivo nella tua borsa, e poi mettere a tempo a orecchio, inevitabilmente passi diverso tempo in questa parte del lavoro e ne hai meno a disposizione per utilizzare effetti e tutto l’armamentario di “live remixing” o editing. D’altra parte, il digitale permette di spostare l’equilibrio su quest’altra parte del djing. Sono due modi di vivere la stessa performance, chiaramente con risultati differenti. Devo dirti che io sono un pentito del digitale, me ne ero innamorato, ero in fissa con i controller e il digitale ma per i miei 40 anni di djing ho riscoperto il vinile mi dà tutta un’altra vibrazione. Non mi piaceva più quel modo nerd di guardare il monitor, stare chinato sulle interfacce… penso sia molto più fisico e diretto il caro vecchio set in vinile.


 

Visto che abbiamo parlato tanto di vinile e dei tuoi 40 anni di carriera, che mi dici di ‘Antropocene’, il tuo nuovo EP?
‘Antropocene’ è un progetto di otto brani, sono tracce nate durante il periodo ormai lontano – anche se vivido nelle nostre memorie – del Covid, un momento strano che poi è finito quando è arrivata la collaborazione con Paolo Fresu, che si è concretizzata in ‘Great Reset’, titolo molto emblematico. Ho tirato fuori la melodia, pochi suoni, pochi fronzoli, e il resto è venuto da sé, anche per le altre tracce che sono poi diventate un disco vero e proprio, perché otto pezzi sono praticamente un album.

Domanda scontata: come è nata la collaborazione con Paolo Fresu?
Come ti dicevo, alla fine di quel periodo molto particolare stavano girando un film qui a Tropea, dove vivo, ‘Conversazioni Con Altre Donne’ di Filippo Conz, con Valentina Lodovini. Serviva un dj per una scena e mi hanno chiamato per un cameo, da lì mi hanno chiesto dei pezzi per la colonna sonora, e da lì il regista Filippo Conz mi ha chiesto di arrangiare la tromba di Paolo Fresu per un pezzo su un scena di una cena nel film. E poi ho saputo che a Fresu era piaciuto il mio lavoro e questo mi ha dato la forza e la voglia di rimettermi a fare musica. Quindi ho rimaneggiato le sue idee ed è venuto fuori quello che sentite in ‘Great Reset’. Sono contento di aver fatto una foto, un’istantanea a un mio stato d’animo di quel momento con questo disco.

Senti, chiudo con la più classica delle domande, ma considerando la tua lunga e variegata carriera mi sembra giusto: che programmi hai per il futuro?
Vorrei fare delle belle serate, con gente allegra, resa bene, tranquillità. Professionalmente non ho desideri particolare, ho già avuto tanto. Magari al di fuori della musica posso dirti che desidererei poter giocare parecchio a tennis, che mi piace tanto.

 

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