Foto: @pnuts_prod
Nove, otto, sette, sei… fino allo zero. Un’idea suggestiva: aprire un’etichetta discografica che ha già una data di scadenza dichiarata. Fin dal nome: NINETOZERO. L’idea l’ha avuta Enrico Sangiuliano e dal 2022 fino ai primi mesi del 2026 ha raccontato, appunto in dieci release, la visione artistica del producer e DJ emiliano. Dieci uscite in cui dallo stesso Sangiuliano a artisti nuovi della scena (Stompboxx e Alex Lentini, GMS), personaggi fuori percorso come il musicista Vito Gatto, nomi cult come Secret Cinema, e giganti come Charlotte de Witte.
NINETOZERO in queste dieci uscite ha saputo regalare degli instant classic che hanno segnato la carriera – già lanciatissima – di Sangiuliano: ‘Sound Of Space’, ‘The Techno Code’, e ‘Reflection’ insieme a de Witte, uno dei pezzi più incisivi della techno degli anni ’20.
Volevamo fortemente capire tutto di questa label, e il momento della fine di questo viaggio era perfetto per tirarne le somme insieme al suo ideatore e fondatore. Curiosamente – ma coerentemente con un’attitudine e dei valori che ci spiegherà proprio Sangiuliano nelle prossime righe – Enrico ha deciso di non rilasciare interviste e di “sparire per un po'”, di far sedimentare tutto questo percorso. “Disconnect to reconnect”, come è solito dire. Per cui, quella che leggete è di fatto l’unica intervista che Enrico Sangiuliano ha rilasciato dopo la fine di NINETOZERO, quella che dovete assolutamente leggere se volete saperne di più su questa idea, sul suo sviluppo, sulla sua filosofia.
NINETOZERO è stato un viaggio temporaneo, un’idea in controtendenza, come spesso fai nel tuo lavoro. Com’è iniziato questo viaggio?
È iniziato tutto con l’idea di esprimermi liberamente, e questo ha dettato le regole: vivere nel presente, esprimermi nel presente, e farlo senza dover mandare dischi a nessuno, essere il mio editore e prima ancora il mio stesso filtro. In più mi è sempre piaciuto giocare con i concetti, per cui ho voluto raccontare una storia al cospetto di un momento in cui la musica è “over present” e quindi voler dare attenzione a ogni uscita; di conseguenza ecco il pensiero del progetto, di una label che racconta quello che sento uscita dopo uscita, con una scadenza che mi permette di sapere che non sarà per sempre. Conta poi che una label nel tempo diventa un’impresa, un’azienda, una struttura, e questo significa rispondere a necessità di diverso tipo, anche economiche, a cui non avrei voluto pensare. Per cui NINETOZERO è la traduzione concreta di questo pensiero.
La label è durata pochi anni, ma anche in un arco di tempo così ristretto hai notato dei cambiamenti nella musica? Anche in quella della tua label?
Beh, se parliamo del mio sound, dei miei pezzi, penso sia sempre riconoscibile, ho un sound design molto preciso che ho costruito in anni di produzioni; chiaramente cambia perché cambio io, la mia musica inevitabilmente riflette ciò che sono, quindi è normale che si evolva. Se parliamo della musica della label e, allargando il campo, a quella che ci sta intorno, è cambiata tanto in poco tempo.
Come?
Si è frammentata. Arrivavamo da quasi 25 anni di musica techno molto lineare, e poi in pochi anni ha visto mutamenti rapidi in diversi sottogeneri, da quelli più veloci di BPM a quelli più vicini al segmento diciamo EDM, alle cose più di area trance o ancora deep, raw e così via. Che probabilmente ci sono sempre stati, ma è evidente che prima erano molto vicini tra loro, mentre ora le differenze sono più nette, più marcate, anche nell’immaginario che li accompagna. Io devo dire che con NINETOZERO ho avuto un’evoluzione molto naturale, a volte pensavo di essere distante da ciò che succedeva intorno a noi ma invece ho visto che ci sono state trasformazioni comunque influenzate da quelle esterne, e ne sono felice perché vuol dire che sono riuscito a fare una mia cosa, un mio viaggio, estemporaneo ma contemporaneo.
Invece cosa hai notato essere cambiato intorno a te dal 2022 a oggi?
Il Covid ha creato dei meccanismi che ancora oggi notiamo, i generi più hard usciti prepotenti dopo due anni di assenza di dancefloor e di ballo, non me lo sarei aspettato in maniera così ampia e popolare e che addirittura flirta con i social e le radio, non mi aspettavo la frammentazione così forte che ti dicevo, non mi aspettavo la deriva sempre più underground della frangia underground, non mi aspettavo che i social diventassero così centrali, oggi non usarli è precludersi una grande possibilità. Un’altra cosa che non mi aspettavo è l’ascesa molto rapida di facce molto giovani, e poi il ribaltamento di ruoli: personaggi che per anni sono stati i re della scena ora non lo sono più, è eccitante vedere questo rimescolamento.

Con NINETOZERO hai esplorato un lato più ambient, un elemento più “spaziale” della tua musica, soprattutto nelle ultime release.
L’ambient è sempre stato un lato molto importante di NINETOZERO, sia perché quella dell’ascolto è una parte molto importante di me, e poi perché il mio background da sound designer emerge e mi piace che emerga. E poi ci tengo molto ad andare a fondo in nuove sperimentazioni, come è successo con Vito Gatto, un violinista e compositore, un musicista straordinario, con cui ho davvero dialogato in musica. Lui si definisce un “esploratore sonoro” e mi ci sono rivisto, lavorare con lui è stato come completarmi, molto oltre il dancefloor.
Hai ospitato nomi che magari non sono popolarissimi tra chi segue la techno in modo, diciamo così, più superficiale, ma che sono cult per chi ama tanto il genere, come Secret Cinema o Con Fijneman. C’è un artista che avresti voluto su NINETOZERO e per qualche ragione non c’è stato?
Penso immediatamente a Sebastian Mullaert. Con cui al di là della stima per la sua musica, ci sono stati scambi a livello personale che mi hanno fatto pensare a lui, e non ti nascondo che se invece di “Nine” avessi fatto “Ten” o “Eleven” to Zero, sarebbe sicuramente stato presente.
Cosa farai discograficamente ora che non hai più la tua etichetta?
È una bellissima domanda a cui ora non ho risposta. Ho appena lasciato andare NINETOZERO e sento che ancora è parte di me; d’altra parte se mi guardo avanti ho il lusso della libertà, anche da me stesso, di poter pensare a uno spazio creativo libero che possa fungere da fucina creativa, da ricerca, non ho nessun tipo di legame con niente, nessun obbligo. I legami in realtà sono tanti e il mio cuore e il mio cervello sono attratti da tante direzioni, però proprio per questo, e in questo momento di libertà e consapevolezza, so di voler prendermi il respiro di non correre. Se entrassi in studio ora so che farei qualcosa di slegato da ogni dinamica di mercato, per il puro divertimento. E probabilmente per il ballo, senza pensieri. Però non lo so, non si sa ancora. Sono contentissimo di avere davanti una cosa: la libertà.
Beh, con NINETOZERO eri già libero, no?
Sì, ma in realtà nuotavo dentro le regole che mi ero dato, comunque dovevo rispettare un perimetro, sia concettuale sia temporale, per quanto l’avessi disegnato io.
Una cosa che mi sta molto a cuore raccontare è la tua volontà di non voler per forza monetizzare il tuo successo in modo famelico. Non hai mai spinto per produrre più pezzi o per fare più serate, al contrario abbiamo spesso parlato anche in privato di come cerchi sempre di fare “meno ma meglio”. Ti va di parlarne?
È sempre stato così, ho sempre centellinato le uscite, sono sempre molto auto-selettivo, ti direi perfezionista se non suonasse un po’ retorico e spocchioso. Sulle serate è lo stesso discorso, ho da tempo raggiunto un equilibrio e anche un punto nella mia carriera in cui sono tranquillo da certi punti di vista, e questo mi permette di poter scegliere solo le date che mi interessano, che mi fanno stare bene e che voglio davvero fare, talvolta non sono nemmeno le più redditizie dal punto di vista economico se guardi il mio calendario e conosci le situazioni in cui suono. È una posizione matura che mi dà molto di più, non devo scendere a nessun compromesso né in studio né sul palco, questo mi permette di essere molto più a mio agio e a fuoco in ciò che faccio, e io credo che il pubblico lo noti, io ho proprio la percezione di avere un rapporto sempre migliore con chi mi segue.
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A vent’anni ti immaginavi così o ti immaginavi uno che faceva duecento date all’anno?
A vent’anni mi immaginavo a fare questo lavoro di DJ, perché già lo facevo e già producevo, però non mi interessava necessariamente pensare a una carriera che presupponesse il mio volto sul palco.
Infatti la tua bio di Instagram, quella breve descrizione che appare sul profilo, dice “music producer, performer & sound designer”, non c’è scritto “DJ”.
Sì, sì, proprio così, mi è sempre piaciuto e l’ho sempre fatto ma non l’avrei mai considerata come la mia principale fonte di guadagno, “il traino dei mio business” come direbbero quelli seri.
Che è strano, perché sei davvero “un bravo dj” lo dico tra virgolette non per ironizzare ma per sottolineare il fatto che per me i tuoi set sono sempre curati, imprevedibili, ricchi, leggi molto bene la pista.
Ti ringrazio per il complimento, e aggiungo che il DJ è un mestiere che non smetti mai di imparare, non è mai scontato, non si ha mai abbastanza esperienza, è veramente magico farlo. Non lo facevo con questa profondità, all’inizio, sono sincero. Mi rendo conto che ora riesco a tradurlo in dettagli sempre più fini, non si tratta solo di abitudine e di saper leggere la pista – che è comunque un requisito importante e fondamentale per una buona performance – ma di entrare in una sorta di comunione con se stessi, con le persone, con la vibe della serata. Ed è bellissimo.
08.05.2026



