• MARTEDì 07 LUGLIO 2026
Festival

Il centro del mondo è a Torino, al Kappa FuturFestival

Un'edizione straordinaria per i nomi in line up, per i numeri, ma soprattutto per ciò che questo festival sta costruendo nel panorama mondiale

Foto: @reepyk

Come si racconta un evento che è ormai conclamatamente tra le più solide realtà internazionali, con una line up da urlo, numeri da capogiro e un percepito che ha travalicato la fanbase di settore per diventare a tutti gli effetti pop (prendete questa parola per il verso giusto)? Come lo si racconta senza scadere nella retorica e nella banalità? Ci provo partendo da una conversazione estemporanea con Derrick May, uno dei padri fondatori della techno.

Incontro May varie volte nei giorni di Kappa FuturFestival, ci salutiamo in giro e ci scambiamo i classici convenevoli. Poi, domenica sera, mentre stiamo andando via, ci incrociamo e inizia una chiacchiera lunga, inattesa, che parte da Detroit e arriva a Torino. Una conversazione da cui traspare come Kappa non sia solo un grande festival ma un luogo dove gli artisti (e non solo loro) vanno perché è importante esserci. Spingedoci oltre, possiamo dire che è un evento che sta costruendo un tassello importante della reputazione dell’Italia nel music business del clubbing e della dj culture.

Foto: @andres barragan_photography

Ma tutto questo va spiegato al di fuori della conversazione privata tra due persone che questo mondo lo vivono e lo respirano ogni giorno. Dunque, perché Kappa FuturFestival ha assunto, nel tempo, un peso specifico così importante e perché l’edizione 2026 è stata un ulteriore benchmark di questa ascesa? Partiamo da lontano: il festival, così com’è, al Parco Dora, arriva nel 2012. Lo scenario è lontano da quello che vediamo oggi, i festival stanno diventando realtà importanti ma a vedere oggi quelle edizioni, sembra tutto naïf, cambiano nomi dinamiche strutture e tutto il resto. Poi arriva un momento, nella seconda parte del decennio scorso, in cui il mondo dei festival cambia marcia, a livello mondiale. Diventa il centro di tutto, e lì arriva una prima estinzione di massa, tra chi capisce che serve uno slancio in avanti, in termini di economia e di visione artistica, e chi resta indietro. Naturalmente non è facile, parliamo di un ordine di milioni di euro e di un settore che cresce in maniera sproporzionata e spesso squilibrata, per cui tenere la barra dritta significa essere davvero bravi ma anche avere la fortuna di essere circondati dal giusto environment (e avere un polmone finanziario di una certa capacità, ovvio). Fattori che non mancano a KFF, sia per le teste pensanti della manifestazione, evidentemente brave e preparate e capaci di essere complementari tra loro, sia perché Torino si rivela il posto giusto dove far confluire un evento del genere. Per le infrastrutture – e sottolineaimo subito come proprio Kappa FuturFestival sia una delle ragioni che hanno incrementato il turismo estivo in città – per la posizione geografica strategica, per la ricettività del pubblico, per la facilità con cui artisti e pubblico possono raggiungere la città e il parco.

E così, eccoci qui, alle ultime edizioni, quelle degli anni ’20 che hanno visto il Kappa diventare ancora altro senza tradire la sua anima techno. Perché Torino è senza dubbio la Detroit italiana, le analogie si sprecano, e perché la techno è l’essenza di KFF, ma intorno ad essa la direzione artistica ha saputo integrare prima molta house e poi molto altro, in modo coerente, dai nomi cult ai big più mainstream chiamati però sempre a set che fossero all’altezza di questo palco e di questo pubblico: Armin Van Buuren o Skrillex non vengono al FuturFestival facendo il compitino. Sanno di dover dimostrare qualcosa, di dover dare il meglio di sé per un festival che ha un blasone, per migliaia di persone che sono in larga parte molto consapevoli di ciò che stanno sentendo e per un apparato che li sta a guardare con attenzione. Ecco spiegato il senso del discorso di Derrick May: al Kappa puoi essere Jane Fitz che fa il set cult sul Kosmo Stage, Speedy J & friends che fanno sei ore di live sperimentale sul Lab, oppure Richie Hawtin in chiusura al Nova, o Charlotte de Witte sul Voyager o ancora, appunto, Armin Van Buuren chiamato a chiudere il Futur. In ogni caso, sai che hai di fronte un’organizzazione accogliente ma preparata, attenta, esigente, che non perdona cazzate. E un pubblico che – e attenzione perché questa è la vera forza di Kappa – è altrettanto esigente, nonostante parliamo di 125mila persone quest’anno. Ma è un pubblico mediamente molto preparato, cosa rara per un evento di massa a questi livelli (anche solo per una questione statistica). KFF non è un contenitore che riempie snocciolando la lista delle figurine; è un festival che rischia mettendo certi nomi in certi orari su certi palchi, sia scommettendo sui newcomer sia piazzando nomi mainstream in contesti inaspettati.

 

 
 
 
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Questa è la forza di chi è sicuro di sé e ha un termometro eccezionale con cui sa controllare i movimenti di un settore che spesso appare confuso, in preda ai deliri delle agenzie e a fenomeni estemporanei. Ma a Torino sanno quello che fanno, e l’edizione 2026 ha fatto un ulteriore, grande salto di qualità anche per questa ragione. Per colpi di genio come il b2b Skrillex-Four Tet, chiusura del main stage sabato sera e momento apicale del festival, mai visto quel palco così pieno di gente e set esemplare dei due. O come l’idea di mettere Enrico Saniguliano a chiudere il Kosmo, venerdì, con un set di classici nascosti della techno, trance, progressive italiane: una lezione di cultura; e poi metterlo ad aprire il Futur, domenica; e ancora, il sabato mattina alla Galleria Umberto, raggiunto a sorpresa da Armin van Buuren (!!!) per un b2b inatteso e semplicemente incredibile. Ma è stato fantastico anche ballare il b3b tra Joseph Capriati, Jamie Jones e Seth Troxler. Tre fuoriclasse, senza dubbio, che hanno dato il meglio di sé. Ma per dire della qualià, basta fare questo esempio: il venerdì e il sabato va in scena, sul Nova Stage, un contest di musica e AI. Poteva essere una – perdonate la franchezza – classica marchetta. Invece Reply AI Challenge ha portato una qualità notevolissima tra i concorrenti e soprattutto, il set del vincitore, Ciauru, che è stato, lo dico senza problemi, tra i cinque migliori di tutto il Kappa. Degno di un headliner e arricchito dai visual in AI perfettamente sensati e suggestivi sulla sua musica.

E ancora, Charlotte de Witte ormai accolta ogni anno come una superstar assoluta, idem Amelie Lens o Sven Väth in chiusura di festival domenica. Richie Hawtin sabato sera, in formissima; Seth Troxler in solo domenica; Agoria. I Disclosure clamorosi con un finale da urlo (ovviamente, ‘You & Me’ nel classico take firmato Flume). Certo, c’è stato anche chi non è stato all’altezza della situazione: Busy P, Diplo e Tatyana Jane risultano un poco insipidi; Chris Lake sbaglia completamente il set; Sammy Virji pure peggio, snocciolando remix banali di hit facili che non sono giustificabili qui. Sebastian Ingrosso bene ma non benissimo.

 

 
 
 
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Ma ecco, siamo finiti a fare il solito conto degli up e dei down. Mi ero ripromesso di non farlo. È impossibile. Fa parte del gioco. Perlomeno abbiamo lasciato fuori i dati, i numeri, quelle cose burocratiche che i giornali spesso copiano e incollano. A me non interessa dirvi quanta gente c’era, è molto più interessanti dirvi che gente c’era, come si muoveva, vedere gli stage imballati di persone entusiaste, prese bene, instancabile. Anche il pubblico di un festival dice tanto: c’è stato un tempo in cui “al Kappa c’erano i mostri”. Da anni non è più così (ammesso che lo sia mai stato). C’è tanta gente bella, gioiosa, libera, trasversale, che si diverte ed è un piacere ballarci a fianco. Un pubblico numeroso e, lo ripeto, straordinariamente preparato, che si sposta di palco in palco e vedi chi va dove e capisci molte cose. Anche chi saranno le superstar dei prossimi anni, per capirci.

Sono andato lungo, e ho scritto un reportage che non è quello che vi aspettavate. Ma chiudo tornando al punto iniziale. Oggi Kappa FuturFestival è uno dei principali e più importanti eventi al mondo per tante ragioni: perché ha una line up incredibile in una location iconica, perché è organizzato benissimo ed è un simbolo dell’estate italiana (europea, anzi). Ma anche perché è diventato uno di quei rari poli magnetici di questo nostro mondo per cui gli artisti, i loro manager, i loro agenti vanno non solo per il dj set ma restano due, tre giorni, per vedere i colleghi, per fare PR, per capire le dinamiche future del loro lavoro. Immaginate quanto possa essere centrale tutto questo per un festival.

 

 

 

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Albi Scotti
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