Foto: Paul C press
DJ e produttore italiano con quasi quarant’anni di passione e consolle alle spalle, Paolo Cavicchioli, in arte Paul C, è un punto di riferimento imprescindibile della tech house moderna. Dalle prime produzioni a metà anni ’90 alle release su etichette di culto come Hot Creations, Moon Harbour, Elrow, Cecille e CUFF, fino alle hit underground firmate insieme a Paolo Martini e ai set su stage internazionali come Paradise a Ibiza, Paul C ha saputo costruire un sound solido e in continua evoluzione, supportato costantemente dai più grandi nomi della scena mondiale.
Dopo più 20 anni di carriera, come riesci a mantenere il tuo sound attuale e rilevante, continuando a ricevere costantemente supporto dai più grandi nomi della scena nonostante l’evoluzione continua del mercato?
Ho iniziato 37 anni fa, dopo più di vent’anni di carriera, credo che il segreto sia non smettere mai di vivere realmente la musica: prima ancora di essere un produttore, sono un clubber, da decenni vivo i party e ascolto musica ogni giorno a qualsiasi ora. È qualcosa che fa parte della mia vita. Cerco sempre di cogliere le piccole evoluzioni del sound, quei dettagli che spesso fanno la differenza nei DJ set e allo stesso tempo osservo con grande attenzione la reazione del pubblico in pista, perché è lì che capisci davvero cosa funziona e cosa crea una connessione. A questo si aggiunge la produzione quotidiana; entro in studio ogni giorno e continuo a sperimentare, senza mai smettere di imparare. Penso sia questo equilibrio tra vivere costantemente il club, ascoltare tantissima musica e produrre con continuità che mi abbia permesso di mantenere un sound attuale, pur restando fedele alla mia identità.
Suonare per Paradise all'[UNVRS] è un traguardo importante: che tipo di energia si respira in una venue così e quanto influisce questo contesto sulla tua selezione musicale?
Suonare per Paradise all’UNVRS è un traguardo incredibile, credo che esibirsi a Ibiza sia il sogno di qualsiasi DJ e se a questo aggiungi uno dei party più importanti al mondo come Paradise, diventa davvero un sogno a occhi aperti. L’energia di Paradise e di [UNVRS] è unica. Quando sei lì percepisci immediatamente quanto il pubblico sia preparato e ricettivo. Questo ti dà la libertà di osare un po’ di più nella selezione musicale, ma senza perdere di vista l’obiettivo principale: creare una connessione autentica con la pista. Quest’anno è la terza volta che suono per Paradise a Ibiza, ma ogni volta è un’emozione completamente diversa: la prima fu al DC10 e quando è arrivata la chiamata non riuscivo a crederci. L’episodio che però non dimenticherò mai è quello dell’anno scorso. Jamie Jones mi aveva invitato a suonare al suo party a [UNVRS], una delle venue più grandi e attese al mondo, era tutto perfetto: volo prenotato, musica pronta, adrenalina alle stelle. Il primo aereo parte in ritardo e atterro a Zurigo proprio mentre il gate stava chiudendo, mi metto a correre, arrivo al gate e trovo una lunga fila alla quale mi accodo fino all’annuncio che il volo per Ibiza era stato cancellato. Mi è crollato il mondo addosso e il primo volo disponibile sarebbe partito solo il giorno successivo. Ho dovuto rinunciare a quello che, fino a quel momento, era il traguardo più importante della mia carriera. Quest’anno Jamie mi ha dato una nuova opportunità e sono partito molti giorni prima.
Il tuo stile è diventato un punto di riferimento per la tech house moderna. Qual è il processo creativo, o lo strumento specifico, a cui non rinunci mai quando inizi a lavorare a una nuova traccia?
Sono lusingato, grazie davvero. Fa molto piacere sentire queste parole. In realtà non credo esistano segreti o bacchette magiche. L’unica vera costante sono tante, tante ore passate in studio. Non ho un processo creativo rigido: cambia molto in base al mio stato d’animo e a quello che mi ispira in quel momento. Di solito la mia giornata inizia molto presto, faccio sport e durante l’allenamento ascolto i DJ set che mi piacciono. È lì che inizio ad assorbire le vibe, a cogliere piccoli dettagli, groove e idee che poi porto con me in studio. Parto quasi sempre da un sample: può essere un brano degli anni ’70, ’80 o ’90, qualcosa di funk, jazz, disco o dance. Mi piace prendere un frammento, manipolarlo e trasformarlo fino a renderlo qualcosa di completamente nuovo.
Come bilanci l’esigenza di creare musica funzionale per il dancefloor con la necessità di evolvere mantenendo sempre intatta la tua impronta artistica distintiva?
Da sempre, nella mia testa, la musica si scompone automaticamente e, per me, creare musica che funzioni sul dancefloor e mantenere una propria identità artistica non sono due obiettivi separati. Quando ascolto un brano riesco a visualizzarne i diversi elementi separati, quasi come se ogni suono occupasse uno spazio preciso. A volte li percepisco come forme geometriche, altre volte addirittura con dei colori. È una sensazione che ho fin da bambino e che mi aiuta molto quando produco, perché riesco a immaginare gli incastri tra gli strumenti ancora prima di costruirli. Una cosa simpatica che mi accade mentre produco… un brivido alle gambe è quasi sempre il segnale che quello che sto facendo non mi convince e che devo continuare a cercare, mentre un brivido che parte dalle braccia e arriva fino alle tempie so che l’idea ha qualcosa di speciale e che sono sulla strada giusta. Se posso aggiungere una cosa concludendo questa intervista, vorrei dire che alla fine è sempre una questione di equilibrio: creare qualcosa che abbia un impatto sulla pista, ma che allo stesso tempo abbia un’anima.
05.08.2026





