Foto: Alessandro Rocco
Alcune delle success stories più interessanti sono quelle che vediamo crescere giorno per giorno, data per data, soprattutto quando ci capita di intercettare un’artista fin dall’inizio del suo percorso e possiamo quindi comprenderne da vicino la crescita, passo dopo passo.
E così abbiamo visto il nome di Sole Dosi fiorire nelle ultime stagioni, da giovane dj che bussava alle porte dei club milanesi, passare (anche) attraverso un contest di DJ MAG Italia, fino a vederlo sempre più frequentemente in consolle importanti in Italia e poi anche in tutta Europa, tra club cult e festival di ampio rilievo. Contemporaneamente, ha fondato la sua Dropzi Records ed è stata protagonista di residenze come quella al Tempio del Futuro Perduto e Duro.
Tutto questo ha coinciso con l’affinarsi di uno stile sempre più personale e con una crescente cura delle proprie produzioni, due fattori fondamentali che stanno portando Sole ad un nuovo, ulteriore salto in avanti. Soprattutto sul fronte discografico, sono in arrivo diverse uscite che si dipaneranno tra l’autunno 2026 e l’inizio del 2027.
Insomma, non poteva esserci momento migliore per metterci a fare quattro chiacchiere con lei e farci raccontare tutto ciò che sta succedendo nella sua carriera.
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Sei in un momento molto positivo della tua carriera: ci racconti quali sono stati i momenti che definiresti più importanti negli ultimi mesi?
Più che un singolo momento, penso che la cosa più importante degli ultimi mesi sia stata percepire che la mia visione è qualcosa di molto chiaro per chi mi ascolta. Chi decide di immergersi in questo mio strano universo sonoro ha tutta la mia gratitudine, forse perché i momenti più importanti, in realtà, sono sempre quelli in cui ci dedichiamo ad ascoltare per davvero. Sicuramente ci sono state gig molto importanti per me, tra festival e club europei che per tanto tempo ho seguito da lontano, ma soprattutto sento che il mio sound sta diventando sempre più vicino a quello che ho realmente sempre voluto fare. Onestamente non so se riesco mai a percepire davvero un momento come positivo o negativo, perché di base non mi accontento quasi mai. Appena raggiungo qualcosa che desideravo, la mia testa è già da un’altra parte, su quello che ancora manca o su quello che vorrei costruire dopo.
Hai sempre avuto uno stile abbastanza personale e riconoscibile, tuttavia l’impressione è che nell’ultimo anno circa tu abbia proprio cambiato marcia trovando una tua dimensione ancora più personale. Sei d’accordo? Ce ne vuoi parlare? Che cosa ti ha fatto trovare il tuo perfetto “posto nel mondo” in consolle?
Sì, sono d’accordo, ma credo sia successo soprattutto quando ho smesso di cercare di capire esattamente dove dovessi collocarmi. Per molto tempo ho avuto interessi musicali apparentemente distanti: deep techno, hardgroove, ambient, minimalismo, musica psichedelica, sonorità raw e hypnotic, breakbeat e territori più sperimentali. A un certo punto ho capito che il mio percorso non doveva necessariamente assomigliare a quello degli altri e che lavorare esclusivamente sulla musica che sentivo autenticamente mia era l’unico modo per essere davvero in pace con quello che facevo. Ho studiato molto per capire come far convivere linguaggi diversi, come riprodurre i suoni che sentivo in natura in una dimensione techno. Anche per questo amo produrre musica ambient: mi dà molto più spazio per sperimentare con synth, manipolazione del suono, voce e plant biofeedback. Quello che trovo interessante, poi, è riportare parte di questa ricerca nella musica che suono nei club. Questo sicuramente mi ha fatto trovare il mio perfetto “posto nel mondo” in consolle, anche perché tecnicamente sento di avere molti più strumenti per tradurre quello che ho in testa. Ho imparato a mixare meglio influenze molto diverse senza farle percepire come mondi separati, lavorando sui dettagli, sulle sovrapposizioni e sulle transizioni.
Foto: Alessandro Rocco
Negli ultimi tempi stai iniziando ad avere un giro decisamente internazionale, ci sono luoghi (club, festival, Paesi) in cui preferisci suonare o dove ti senti maggiormente a tuo agio e perché?
Non credo di avere un Paese preferito, perché per me cambia moltissimo in base allo spazio, al sound system e soprattutto alla crowd in quel preciso momento. Mi piacciono i luoghi in cui percepisco una vera profondità nell’ascolto, dove posso prendermi dei rischi senza sentire la necessità di dare continuamente qualcosa di immediato. Il mio scenario ideale può essere tanto un open air immerso in una foresta quanto un club completamente buio, pieno di fumo e con un’attenzione quasi metodica alle luci. Sono due ambienti apparentemente opposti, ma entrambi possono creare quella sensazione di immersione che cerco quando suono. Recentemente, per esempio, suonare ad Amsterdam, Parigi e Berlino mi mette particolare a mio agio e mi lascia sempre sensazioni molto forti, ma sopratutto per la cura e l’attenzione al sound system. Quando i sound nel booth è davvero preciso, allora riesco davvero ad entrare dentro ogni dettaglio e il viaggio che avevo immaginato nella mia testa prende realmente forma. Questi contesti che mi fanno suonare diversamente, perché mi permettono di intervenire sui dettagli. In generale amo club e festival dove luci e suono vengono trattati come parte fondamentale dell’esperienza e non semplicemente come qualcosa che deve essere forte.
Hai diverse tracce in uscita e anche qui, si sente una tua netta maturazione. Ci vuoi raccontare qualcosa sulle varie release?
Le prossime release mostrano in maniera molto più evidente le mie diverse personalità che provano a convivere, come lati differenti dello stesso immaginario. Su Modern Minimal uscirà ‘Eurydice Has No More Words’, un EP nato in un periodo in cui avevo completamente rimosso la voce dal mio mondo sonoro. Partivo da diversi layer ambient e da un lavoro di sound design quasi microscopico, per poi trasformare tutto in una techno molto lenta, profonda e psichedelica. Anche i titoli sono diventati parte di questo processo, attraverso riferimenti all’arte e alla mitologia greca che utilizzo spesso per dare una forma visiva a quello che sto cercando di raccontare con il suono. All’interno c’è ‘Fiore Psichedelico’, che nasce dalla mia fascinazione per i frattali e le geometrie nascoste nei fiori e dal tentativo di immaginare come quelle strutture potrebbero essere tradotte nel linguaggio della deep techno. Una cosa un po’ assurda è che l’ispirazione per questo EP arriva in parte dalle sonorità di Non Series e in parte dal testo di ‘Ogni Pensiero Vola’ di Venerus, che riesce a descrivere a parole qualcosa di molto vicino a ciò che io stavo cercando di tradurre attraverso una musica che, paradossalmente, avevo deciso di lasciare completamente senza parole.
E poi?
Poi arriverà ‘How to Meet a Mermaid’ su Vault Sessions, un titolo quasi fiabesco inserito in un contesto molto più fisico e club. Vault è uno dei progetti che mi ha ispirata maggiormente negli ultimi anni, quindi sono davvero felice di poterne fare parte per la prima volta. Su Secta uscirà invece ‘Daisy Dipping’, un EP in cui sento che la componente psichedelica e quella più hardgroove della techno abbiano finalmente raggiunto il punto d’incontro che cercavo di raggiungere da tempo nelle tracce destinate al dancefloor. Infine, su Transitions arriverà ‘Daisy Tool’, che uscirà anche in vinile nel 2027, adatta per essere abbinata nei mix con altre tracce per dare quel groove più sexy. Sono release molto diverse tra loro, ma forse è proprio questo che mi piace: prese singolarmente raccontano parti diverse di me, mentre ascoltate insieme iniziano a disegnare lo stesso mondo.
Foto: Gioia Perez
Milano è la città che ti ha dato la prima, grande vetrina a livello di serate e di connessioni, e ora che sei decisamente più ampia in quanto a raggio d’azione e serate, conservi sempre un legame forte con questa città? Come ti sembra Milano oggi dal punto di vista del clubbing e della club culture?
Milano rimane fondamentale per me. È la città in cui ho imparato tantissimo, dove è nato Dropzi e dove ho avuto la possibilità di costruire un collettivo prima ancora di pensare a una dimensione internazionale del progetto. Anche adesso che viaggio molto, sento il bisogno di mantenere una base qui, e la residenza al Duro Club nasce anche da questo. Allo stesso tempo penso che Milano stia attraversando un momento complesso. C’è moltissima energia creativa, ci sono collettivi, artisti e persone che stanno cercando di costruire qualcosa di nuovo, ma mancano ancora spazi, possibilità economiche e continuità rispetto ad altre città europee. La cosa che trovo interessante, però, è proprio la risposta a questa difficoltà: stanno nascendo realtà più indipendenti, collaborazioni e situazioni meno prevedibili. Credo che la club culture di una città non sia fatta soltanto dai grandi club, ma dalle persone che continuano a creare spazi, anche temporanei, in cui una comunità possa riconoscersi.
Se il 2026 si sta rivelando un’ottima annata, cosa ti aspetti dal 2027?
Cerco di non pensare al 2027 semplicemente in termini di “più date, più festival, più release”. Ovviamente ci sono club e contesti in cui sogno di arrivare, ma quello che mi interessa davvero è avere sempre più libertà nel costruire il progetto senza dover sacrificare le sue parti più strane. Vorrei approfondire molto il lavoro tra natura e tecnologia che sto portando avanti e sviluppare ulteriormente il mio live ambient, senza però separarlo dalla mia identità nel club. Mi affascina l’idea che queste due dimensioni possano contaminarsi sempre di più. E naturalmente voglio continuare a viaggiare moltissimo per scoprire sempre più musica, persone e luoghi-simbolo della cultura elettronica. Sinceramente fino a pochi mesi fa non ero soddisfatta di come erano andate alcune cose nel 2026, ma in realtà si è anche rivelato l’anno in cui molte cose hanno iniziato a trovare una forma. Vorrei che il 2027 fosse l’anno in cui riuscire a spingerle ancora più lontano. Non mentirò dicendo che sia facile, ma forse è proprio il fatto che non lo sia a continuare a tenermi così curiosa.
29.09.2026





