• VENERDì 18 SETTEMBRE 2026
Festival

Poplar 2026: l’equilibrio è la sua forza e la sua sfida

Poplar 2026 è passato agli archivi e l'edizione di quest'anno ha regalato performance di alto livello ma ha aperto anche domande su cui vale la pena interrogarsi
photo credits: Lukas Del Giudice 

Siamo stati sul Doss Trento per l’edizione 2026 di Poplar, un evento cresciuto molto negli ultimi anni senza perdere quella dimensione da boutique festival che rimane uno dei suoi principali punti di forza. La cornice aiuta: il mausoleo di Cesare Battisti domina Trento dall’alto, mentre palco, pubblico e bosco costruiscono per quattro giorni un piccolo ecosistema temporaneo che sembra funzionare secondo regole proprie. La prima cosa che colpisce, prima ancora della musica, è l’atmosfera. A Poplar si respira un clima di rispetto, fratellanza e divertimento difficile da costruire artificialmente. Un contributo importante arriva dai volontari: sempre sorridenti, presenti senza essere invadenti, fondamentali anche per accompagnare chi arriva per la prima volta e deve orientarsi tra spazi e attività.

 

Musicalmente l’eterogeneità rimane centrale. Indie, jazz, punk, rock ed elettronica convivono senza che il programma sembri semplicemente una somma di pubblici differenti. Per chi arriva dall’elettronica, gli highlight sono soprattutto tre: Floating Points, The Avalanches ed Ela Minus. Il live di Floating Points fotografa bene l’ulteriore maturazione raggiunta da Sam Shepherd. Più che concentrarsi su una fase precisa della sua produzione, costruisce un viaggio capace di condensarne la carriera: da Shadows a Elaenia, passando per Crush fino a Cascade.

C’è sviluppo emotivo, intensità e quella giusta dose di cassa necessaria a trasformare l’ascolto in ballo senza sacrificare la complessità della performance. Un equilibrio non semplice, che rende questo live più completo di molte delle sue precedenti incarnazioni. A completarlo ci sono gli straordinari visual di Akiko Nakayama: chiamarli visual è persino riduttivo, considerando che lei stessa definisce la propria pratica Alive Painting, pittura che prende letteralmente vita davanti al pubblico.

 

The Avalanches scelgono invece una strada differente, disseminando il set di riferimenti che riportano continuamente alla decade scorsa. Il momento in cui esplode ‘Hackney Parrot’ di Tessela, traccia del 2013 diventata uno dei simboli di una certa stagione bass britannica, provoca una delle reazioni più forti nel dancefloor. Qualcosa di simile riaffiora nella performance di Ela Minus. Intima, sinuosa, quasi un’ombra sul palco, cattura il pubblico attraverso una voce suadente e allo stesso tempo disillusa. Anche qui emergono suggestioni che sembrano provenire dagli anni dieci.

Tre performance molto diverse che finiscono così per suggerire la stessa domanda: dopo anni dominati da coordinate sonore piuttosto riconoscibili, stiamo iniziando a guardare nuovamente alla decade scorsa? A Poplar questo cortocircuito è particolarmente interessante perché il pubblico è per larga parte molto giovane. Una parte dell’audience potrebbe incontrare oggi per la prima volta quelle sonorità; chi le ha vissute, invece, si ritrova improvvisamente dentro una comfort zone piacevole e quasi inaspettata. Forse anche per questo il set di Sama Abdulhadi, pur sostenuto da grande energia, convince meno nel contesto complessivo.

 

L’eterogeneità riguarda però anche chi sta sotto il palco. Poplar appare sempre più internazionale e per quattro giorni riesce a trasformare una città relativamente piccola come Trento in un punto d’incontro per giovani provenienti da tutta Italia e dall’estero. Il festival deborda inoltre dal Doss Trento attraverso Poplar Cult, con workshop, panel e attività che durante il giorno coinvolgono anche i quartieri più vicini.

A questo punto la sfida potrebbe essere proprio proteggere l’equilibrio raggiunto. Crescere ulteriormente rischierebbe di modificare quella dimensione che oggi rende Poplar speciale. E poi c’è il rapporto con le istituzioni, attualmente favorevole ma inevitabilmente legato a priorità che possono cambiare insieme alle amministrazioni e alle agende politiche. Trento ha già visto scomparire esperienze culturali come Distretto 38 e Jazz’About. Sarebbe un errore dimenticarlo. Al netto di questo discorso Poplar oggi dimostra soprattutto una cosa: non sempre diventare più grandi significa diventare migliori. A volte il risultato più difficile è capire quando si è raggiunta la dimensione giusta.

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