Con ‘PIANORAMA’, Davide “Boosta” Dileo prosegue il suo percorso di ricerca tra pianoforte ed elettronica, mettendo al centro il rapporto tra suono, spazio e imperfezione. Pubblicato il 9 ottobre per Torino Recording Club, con distribuzione Epic/Sony Music, il nuovo album strumentale si sviluppa attraverso nove composizioni registrate in presa diretta nel suo studio torinese e altrettante rielaborazioni elettroniche, nelle quali il pianoforte perde progressivamente la propria identità per trasformarsi in paesaggio sonoro. Un lavoro che rinuncia alla perfezione come obiettivo e invita a riflettere sul valore dell’ascolto, sui limiti della tecnologia e sulla dimensione profondamente umana della creazione musicale. Ne abbiamo parlato con Boosta, tra le altre cose, alla vigilia del tour che porterà ‘PIANORAMA’ dal vivo.
‘PIANORAMA’ nasce dichiaratamente dal rifiuto della ricerca del suono perfetto: rumori dei pedali, feltri, legno e acustica della stanza rimangono nella registrazione. Dopo decenni in cui la tecnologia ci ha permesso di correggere praticamente qualsiasi imperfezione, perché hai sentito il bisogno di tornare proprio all’errore e alla materia?
Non è rifiuto. È più un esercizio di accettazione dell’imperfezione. Nell’urgenza c’è una parte istintuale che è imperfetta per definizione. Fare musica è un grande privilegio e sono convinto sia necessario renderle merito rimanendo fragili. Imperfezione e fragilità non vanno di moda in questo presente, me ne rendo conto, ma non è una grande fortuna avere la possibilità di essere se stessi almeno nella propria intimità? La musica è la mia intimità.
Il disco parte dallo stesso materiale ma lo osserva da due distanze: da una parte il pianoforte registrato in presa diretta, dall’altra la sua trasformazione elettronica. Ti interessava mettere in opposizione acustico ed elettronico oppure dimostrare che quella distinzione oggi ha sempre meno senso?
Le distinzioni e le descrizioni, acustico/elettronico, ad esempio, sono ottime per facilitare la comprensione all’interno di una conversazione, come queste righe, per darsi una regola grammaticale di ascolto o di scrittura, ma non sono sostanziali. L’intervento di un elemento o di un altro, all’interno di una composizione, deve essere funzionale all’urgenza, al concetto e alla composizione stessa. Tutti noi abbiamo una relazione con la musica che è binaria, zero/uno: o ci piace o non ci piace, o ci dice qualcosa o non lo fa. È poco importante per chi ascolta come siano realizzati i suoni che ascolta. Poi, nel mio pensiero di questo disco, c’era l’idea di disegnare un percorso di identità nel primo lato e di cancellazione della stessa a favore di un paesaggio sonoro di cui solo il primo tratto è la cellula di qualcosa che abbiamo già sentito nel secondo lato. È una semplice trasformazione di materia.
C’è quasi un paradosso: utilizzi l’elettronica non per rendere il pianoforte più preciso o spettacolare, ma per farlo progressivamente “sparire”. Dove finisce secondo te lo strumento originale e dove comincia qualcosa di completamente nuovo?
Viviamo un eccezionale paradosso per cui, in un momento di strepitosa accelerazione tecnologica, facciamo musica con strumenti che sono in giro da secoli, penso al pianoforte, o addirittura da millenni, strumenti a fiato e corda. L’ultima grande rivoluzione, l’avvento del computer e della musica algoritmica, è databile alla fine degli anni ’50 e nei primi anni ’60. Da allora in poi le rivoluzioni sono state minori, non epocali. Così trovare qualcosa di completamente nuovo è affare complicato, ma non è neanche il punto. La novità è utile perché funzionale. Scrivere musica è un gesto profondamente umano, di cui l’uomo ha necessità, così la tecnologia è uno strumento utile a solleticare l’ispirazione e aggiungere strumenti in grado di mettere in pratica la propria intelligenza emotiva e compositiva.
Nel presentare ‘PIANORAMA’ si avverte un arco molto ampio che va da Alvin Lucier fino a Brian Eno, Ryoji Ikeda e Alva Noto. Sono riferimenti molto diversi tra loro: cosa li collega nella tua idea di suono e, soprattutto, cosa hai preso da quella tradizione senza voler semplicemente replicarne il linguaggio?
Ci sono differenze, io le leggo sottili. Immagino la musica come un immenso volume di aria in cui siamo contenuti e respiriamo. Come facciamo a scegliere quello che inaliamo atomo per atomo? Ascoltare è un gesto intenzionale, lasciare risuonare quello che ascoltiamo è un atto meno razionale e più legato a un felice balletto tra la propria sensibilità, l’educazione all’ascolto e un processo di metabolizzazione completamente automatico. In definitiva, se siamo vivi, tutti respiriamo. Per tornare alla domanda, ho preso gli elementi di cui avevo bisogno per raccontare la mia poetica attuale: da Lucier la stanza come strumento, da Eno il paesaggio, da Ikeda/Noto la riduzione del materiale.
Hai registrato i nove brani in un’unica sessione nel tuo studio. In un’epoca nella quale possiamo salvare infinite versioni, tornare indietro e correggere qualsiasi decisione, imporsi deliberatamente un limite può essere diventato uno strumento creativo?
Nell’atto della creazione artistica lo è sempre stato. Dall’antichità, ogni forma di composizione, letteraria, grafica o musicale, parte da un canone. L’opera, la sinfonia, la canzone pop: tutte strutture attorno alle quali giri, le regole di scrittura sono codificate e il limite imposto è stato molto spesso parte del processo creativo. È un gesto di affermazione.
La parola “paesaggio” ricorre continuamente attorno a questo progetto. Ma un paesaggio presuppone anche qualcuno che lo attraversi. Quanto contano la stanza, l’impianto e la posizione dell’ascoltatore in PIANORAMA? E quanto perdiamo inevitabilmente ascoltandolo in cuffia o attraverso uno smartphone?
Sarebbe splendido pensare all’ascolto musicale con un approccio sinestetico. Essere immersi non sempre è possibile. Questo non significa che l’ascolto “improprio” sia necessariamente meno utile. Lo sappiamo bene, perché la musica, il suono circonda ogni istante della nostra esistenza. Ma sì, è bello pensare all’osservazione del paesaggio perché richiede tempo. E il tempo va scelto e consumato, quindi è un atto di cura, verso l’opera e verso se stessi.
“Le persone che scelgono di venirti a sentire lo fanno con un atto di volontà e tu prendi in prestito, o meglio, ti mettono loro a disposizione il proprio tempo. Così immagini di lasciare qualcosa che abbia avuto il senso di essere vissuto.”
Nel live vuoi riprodurre la stessa dinamica del disco: il gesto fisico del Lato A viene progressivamente aperto e dilatato dall’elettronica. Quanto spazio lasci all’imprevedibilità? Ogni concerto può realmente diventare totalmente inedito o ti sei voluto dare un limite sonoro da non varcare?
È la mia ambizione. La responsabilità di un concerto è grande. Le persone che scelgono di venirti a sentire lo fanno con un atto di volontà e tu prendi in prestito, o meglio, ti mettono loro a disposizione il proprio tempo. Così immagini di lasciare qualcosa che abbia avuto il senso di essere vissuto. Ma è anche vero che, se di viaggio parliamo (un concerto è un viaggio sul posto), io vorrei tenermi stretta la possibilità di farlo insieme, e non essere solo la guida turistica.
Tra ‘PIANORAMA’ e ‘Lux Non Finita’ sembra emergere sempre più chiaramente un interesse per il rapporto tra suono e spazio: il tuo studio a Torino da una parte, una cattedrale come Santa Maria del Fiore dall’altra. Dopo tanti anni passati anche nella musica elettronica da club, stai iniziando a pensare alla musica meno come qualcosa che viene semplicemente “suonato” e più come qualcosa che deve abitare un luogo?
Lo spazio è un elemento fondamentale di costruzione del suono e di percezione dello stesso. Quando lavori a qualunque cosa il suono dipende dallo spazio in cui è posizionato. Sono affascinato dall’utilizzo più consapevole di questo pensiero. Mi serve perché mi aiuta a posizionare la mia urgenza di musica. Mi serve per restituire quello che ho dentro, mi serve perché modifica profondamente sia quello che crei che quello che ascolti. È un elemento chiave della percezione.
Concludo chiedendoti se in ‘PIANORAMA’ stai cercando come essere umano di esplorare nuovi confini grazie alla tecnologia, o se come essere tecnologico stai cercando quel tocco di umanità che sembra sempre più flebile nel contemporaneo.
È un’epoca di rivoluzione con un enorme limite matematico. La tecnologia ha una curva esponenziale, l’uomo un’evoluzione logaritmica. In meno di cento anni è cambiato il mondo intorno a noi e la sua percezione, l’uomo è, volendo semplificare, più o meno quello che cacciava e raccoglieva. Detta così è un po’ ruvida, ma questo è. Credo che la risposta a questa domanda possa essere una felice e imperfetta oscillazione tra le due anime.
20.10.2026




