• LUNEDì 02 NOVEMBRE 2026
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Biennale Musica 2026: sempre più festival, ottime presenze, il cambio di direzione

La manifestazione veneziana porta ottimi riscontri di pubblico, un cartellone coraggioso e intirgante per la seconda ed ultima edizione curata da Caterina Barbieri, che lascia il testimone a Michele Tadini dal 2027

Foto: Biennale di Venezia

Si è chiusa domenica 15 ottobre la Biennale Musica 2026, espressione della Biennale di Venezia dedicata – ovviamente – alla musica nelle sue forme più varie. Da qualche anno seguiamo con interesse la Biennale Musica e in particolare, l’avvento di Caterina Barbieri alla direzione artistica ci ha avvicinato parecchio al mondo di questa manifestazione, portando molta musica elettronica, talvolta proprio da ballare, da club, in un ambiente da sempre molto più vicino invece a sperimentazioni intorno alla classica o a mondi meno affini al nostro (al netto dei gusti personali).

Questa seconda edizione firmata Barbieri ha concesso meno della precedente in termini di nomi spendibili per avvicinare un pubblico più ampio e diverso da quello consueto della Biennale: nel 2025 avevamo trovato Carl Craig, Actress, Mabe Fratti, Fennesz, Suzanne Ciani tra i tanti in cartellone, segno evidente di una volontà di spingere verso una direzione – passatemi il termine – “pop”, tra le molte virgolette del senso di questa parola inserito nel contesto; quest’anno, i personaggi così altisonanti sono forse mancati, ma gli spettatori sono saliti del 4%, segno – buono, ottimo segno – di un lavoro lungimirante che ha saputo parlare e dialogare con un pubblico diverso e più largo rispetto al passato, senza però perdere spirito e missione di una manifestazione come la Biennale.

 

A Child Of Sound (questo il claim della Biennale 2026) ha rappresentato un appuntamento in grado di abbracciare la musica in maniera ampia, da prospettive diverse: dai baloeiros brasiliani alla cultura yoruba lato Cuba, dall’elettronica che si mescola con gli strumenti più tradizionali ai dervisci rotanti alle percussioni fino ai DJ set. Ecco. Tanti DJ set. Probabilmente più della scorsa edizione e più che mai. Nell’accezione, anche qui, parecchio ampia che il termine consente.

La Biennale nelle ultime due stagioni è entrata prepotentemente nella contemporaneità, facendolo però con eleganza, con delicatezza, innovando senza brutalizzare la propria storia. Anzi inserendosi coerentemente con il processo di costante evoluzione che caratterizza la Biennale Arte e quello di maggiore esposizione mediatica della Mostra del Cinema. Se poi vogliamo fare, com’è giusto e istituzionale, qualche nome, possiamo citare Surgeon come Gigi Masin, Mohamed Reza Mortazavi, ML Buch, il Leone d’oro alla carriera Keiji Haino, Marta De Pascalis, Francesco Messina, tra i tanti che hanno costituito la costellazione dell’edizione 2026, un cartellone che è un ottimo ritratto non tanto di una scena, quanto di uno scenario, di un certo modo di intendere la musica oggi, in un humus artistico e lontano da logiche mainstream come giustamente dev’essere nella missione di un’istituzione come la Biennale. Una missione che, se interpretata nel modo giusto, è difficile da portare a compimento, in bilico tra futuro e tradizione, tra slancio ed equilibrio, quanto divertente nella sfida che pone a chi ha il compito di dettarne la linea artistica e di capire la giusta temperatura di una rassegna che permette ampia libertà di interpretazione e di scelta ma con, appunto, degli equilibri che immaginiamo delicati da diversi punti di vista.

 

Il testimone di Barbieri, che lascia dopo due edizioni in cui ha saputo non solo rinnovare ma anche e forse soprattutto mettere in discussione lo spirito della Biennale, portandolo appunto ad aprirsi a territori sonori in passato poco o mai lambiti, passa per il biennio 2027-’28 a Michele Tadini: compositore, chitarrista, docente di composizione al Conservatorio di Lione e con esperienze internazionali. Milanese, classe 1964, Tadini rappresenta una voce primaria nel mondo della ricerca elettroacustica e informatica. Una figura certamente differente da quella che l’ha preceduta, probabilmente un poco più defilato e con percorso però a sua volta da artista e da curatore, dunque anche in continuità con ciò che è stato in queste ultime due stagioni. Il bello sarà capire come proseguirà il discorso della direzione artistica di una manifestazione che si è fatta largo non soltanto nel proprio solito circuito ma è riuscita ad emergere e a farsi apprezzare in un panorama che è quello dei festival e dei media alternativi, della musica elettronica – e sono solo – che guarda a una certa idea di arte, di avanguardia, di futuro, iperconnessa (non parlo solo di web, ovviamente) ed estremamente coesa nelle sue varie prospettive e frammentazioni.

È una sfida importante. È una sfida che può aprire o chiudere determinate contaminazioni. Aspettiamo con curiosità l’edizione 2027.

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Albi Scotti
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