Venerdì 13 Dicembre 2019
Costume e Società

Abbiamo visto T2 Trainspotting in anteprima

 

Quanto può entusiasmare un film che va a toccare certe corde emotive in un periodo preciso della nostra giovinezza? Trainspotting è diventato un cult generazionale proprio per la forza con cui metteva in scena degli umori che – bene o male – appartenevano a ciò che respiravamo a quel tempo. Metà anni ’90. E grazie al cielo non era necessario essere degli eroinomani scozzesi per farsi attraversare da quel feeling. Trainspotting è un capolavoro perché metteva insieme un mood generazionale universale, supportato dallo stato di grazia di un regista, un cast perfetto e motivato, per una produzione comunque periferica rispetto al sistema cinematografico hollywoodiano. E tutto giungeva naturale.

Quanto può deludere il racconto di ciò che è avvenuto dopo quella magia? Siamo sicuri di voler conoscere cosa fa oggi il nostro grande amore dell’università? L’amico d’infanzia che non vediamo da anni? I personaggi di un film che ci sono diventati così famigliari? T2 Trainspotting era un azzardo, tanto atteso quanto rischioso. Molti non vedevano l’ora di sapere”cos’è successo” a Renton, Sick Boy e gli altri. In tanti invece hanno messo le mani avanti, del tipo “sicuramente sarà una porcheria”. E questa è già una vittoria, perché significa che la curiosità c’è in ogni caso.

 

 

Ed è giusto che ci sia. Sono stato alla proiezione in anteprima del film (esce il 23 febbraio) con tutta la mia curiosità. E ve lo dico subito, non delude. È divertente, godibilissimo, ironico, molto più leggero del primo capitolo (che pure ci faceva sorridere in certe punte grottesche). Ovvio, il sequel di Trainspotting è impossibile, per una serie di concomitanze storiche, culturali, musicali e sociali. Gli anni ’90 in Gran Bretagna erano un periodo estremamente vivace da tutti questi punti di vista, e la storia di quattro ragazzi tossici di Edimburgo metteva in scena il lato B di tutto questo, con una crudezza e una drammaticità di rara limpidezza. E con quella colonna sonora che non devo neanche stare a ripetere quanto sia stata importante per il film e per la cultura dell’epoca. Fotografia perfetta della Cool Britannia da un lato, trasformazione di un cult nel pop dall’altra (gli Underworld potrebbero dire qualcosa in merito, oltre che ringraziare perennemente Danny Boyle).

 

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Ma se è impossibile, allora qual è la strada giusta per non mandare tutto in vacca? Quella dell’ironia, quella della giusta distanza dalla vicenda. Quella di fare un gigantesco memorabilia, come accade esplicitamente in diverse scene, senza però cadere nella trappola dell’auto-celebrazione e della didascalia. Renton si è rifatto una vita, d’altronde era l’unico ad averne la lucidità. Ma poi tutto gli si è sbriciolato tra le dita e deve tornare a Edimburgo. Qui incontra i suoi vecchi amici e succede quel che deve succedere: ci si rimette insieme per tentare di cavare qualcosa di buono da una vita che dava poco nel 1996 e dà poco oggi. In tutto questo Begbie da quarto del grupppo diventa un grande antagonista (e qui mi fermo prima di arrivare allo spoiler). Le figure dei nostri eroi non sono cambiate per niente, sono solo più vecchie e ancora più disilluse. E la scelta di Boyle è brillante, perché basta questo per pompare i personaggi di personalità senza scadere nella caricatura in 2D. Se essere dei ventenni scoppiati caratterizzava bene i personaggi, essere dei quarantenni scoppiati e falliti oggi è sufficiente per tratteggiare i personaggi oggi. Non serve eccedere in iperboli ed eccessi da macchietta. Scelta saggia e accompagnata da un cast che ancora una volta dà un’ottima prova, come una squadra che non gioca insieme da tanto ma non ha perso lo smalto: Ewan McGregor, Robert Carlyle, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner, Kelly McDonald, Shirley Henderson, James Cosmo, la nuova entrata Anjela Nedyalkova. E il cameo di Irvine Welsh. La colonna sonora sottende altrettanto bene la trasformazione che il tempo ha portato con sè: ‘Perfect Day’ non accompagna più un’overdose di eroina ma un vecchio filmato dell’infanzia di Mark Renton, in una splendida versione per pianoforte “stonata” (in tutti i sensi). ‘Born Slippy’ è diventata ‘Slow Slippy’, come dire che tutta la vitalità della giovinezza rallenta e si fa miraggio, ricordo, nostalgia, eco lontana. La techno in discoteca diventa il revival dei Queen, dei Run-DMC. Antiquaritato musicale per quarantenni in debito d’ossigeno con la vita. Gustose invece le tracce della nuova generazione made in UK: Young Fathers, Rubberbandits, Fat White Family. Degna eredità della gloria che fu di Blur, Pulp e compagnia bella.

 

 

Quindi il film è promosso? Sì, è promosso. Per la sua intelligenza nella messa in scena, per la sua ironia, per la virata piratesca nelle vicende dei quattro scoppiati e nonostante qualche espediente narrativo un po’ ingenuo in fase di sceneggiatura. Ma soprattutto perché dietro a tutto questo sposta il velo su una verità ancora più amara: se negli anni ’90 tutto sembrava perso, senza una direzione, oggi tutto ci sembra proprio fottuto. Il lavoro, i rapporti umani, le occasioni e i tradimenti (tenete a mente queste due parole quando guardate il film). Però è una fregatura di design, ritoccata in Photoshop, messa in bella copia. Proprio come Edimburgo, sporca e cattiva vent’anni fa nelle immagini del primo Trainspotting; riqualificata (questa parola ricorre spesso nel film), tirata a lucido, ripresa con una fotografia nitida e pulita oggi. Ma non meno feroce, anzi ancora più fredda e disumana. E occhio perché questo è il vero punto di vista del regista sulla nostra epoca. O perlomeno quello che ci vedo io. Tutto bello, tutto smart, tutto aggiornato, proprio come il monologo di Mark Renton sulla vita. Ma senza anima. E senza futuro. Choose your future.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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