Sabato 16 Novembre 2019
Speciali

ADE 2019, la musica è finita, gli amici se ne vanno

Cronache da Amsterdam parte 3: l'ADE sta cambiando pelle e spostando l’asse del business su nuovi orizzonti

Cinque giorni di maratona e l’Amsterdam Dance Event vola con un certo affanno nel dimenticatoio, pur lasciando in archivio importanti segnali. Ancora una volta VIP e aspiranti tali hanno cercato, con fatica, di trovare nuovi sbocchi economici e artistici per se stessi e per i propri assistiti. L’ADE era l’evento degli addetti ai lavori del music business dell’elettronica e rimane tale. Solo che sul pianeta dove ormai tutti vogliono fare i dj e i produttori, vige la legge della selezione darwiniana: c’è sempre meno spazio e la (sovra)popolazione si reinventa. Nuovi modelli di business, nuovi orizzonti. E per i figli della mala formazione e dell’adattamento si prospettano dolorose porte in faccia, spesso sbattute da chi ha poco tempo da riservare ai newcomer. È la nuova discografia one-shot, un semplice biglietto da visita usa e getta per affermare se stessi; è il nuovo sistema accucciato nella nicchia della nicchia dell’intrattenimento musicale. Che si chiama dance.

C’è una domanda che si ripete da tempo: i produttori discografici e i dj sono esseri senzienti preparati al cambiamento, sensibili al nuovo, di indole propositiva ed evolutiva, o devono per forza essere travolti dal nuovo che avanza? Sono, nel profondo, programmati per essere meno creativi dal sistema odierno, dalla domanda di un mercato spietato, contorto? Non c’è una risposta semplice, non è comunque stata trovata nemmeno una replica dopo aver partecipato all’ultima edizione della cinque giorni nei Paesi Bassi. Il dislivello tra marchi multinazionali e indipendenti è sempre evidente: i primi usano i secondi; i primi chiudono il cerchio e i secondi fanno da (talent) scout; il meno povero surclassa chi è alla canna del gas, e davanti al teatro DeLaMar, o meglio ancora dentro gli hotel Andaz e Pulitzer – questi due scelti ormai come alternativa da tanti perché all’ingresso non si richiede oneroso badge giallo d’ordinanza si concretizza tutta la realtà fatta di belle speranze dei numerosi che arrivano ad Amsterdam senza pass ufficiali e con molti biglietti da visita e chiavette USB alla mano, pronto per agganciare il manager e l’A&R di turno.

 

Una ricerca infinitesimale di briciole e l’assalto all’ultima polpa quando ormai i grandi brand sono sui piatti forti, prelibati, di caratura internazionale. Si nota sempre più l’allargarsi della forbice: il piccolo investitore fugge da un target improprio e i grandi marchi insistono sulle battaglie vinte. Eserciti e alleanze, dispute e guerre, perdite e bandiere issate. Non ci si può più permettere di proporre cose normali e di perdere, oggi.

Finisce sotto i riflettori una ridotta o comunque ridimensionata affluenza di curiosi (da quando poi è stata lasciata la vecchia sede del Felix Meritis la situazione è peggiorata), di singoli individui che ci provano. Colpisce lo smarrimento della maggioranza di ambiziosi produttori musicali, degli A&R più coraggiosi, di impoveriti e infreddoliti editori musicali, che, spaesati, si fanno largo tra proprietari di innumerevoli vanity label. Le proposte sono delle più indecifrabili, delle più bizzarre e comunque tutte poco chiare: chi fa l’aggregatore degli aggregatori (meta distributore), chi pensa di aver inventato un nuovo Bandcamp, chi fa il ghost producer che non è più ghost perché è diventato più popolare dei dj a cui produce tracce. Ennesime location si auto-organizzano per fare network (AFEM di Ben Turner o Soundcloud Creator) e il resto è qualcosa che ricorda un po’ gli zombie e un po’ il Tomorrowland: colori, fare gitano, speranze e occasioni mancate.

“La musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata amore mio”: ecco, il testo che 52 anni fa Califano scrisse per la Vanoni fu la predizione e la sintesi di quello che è il settore oggi: la musica in realtà non è finita, ma creativamente ha poco da dire, molto da sperimentare, tantissimo da reinventarsi, da fare, in tutti gli schemi e in tutti i generi, da quelli più in voga come la trap (stiamo parlando di Italia, vero?, perché in loco nemmeno un cenno) o la techno, come la house tappa buchi o la Euro dance che fatica a imporsi centrifugata come spesso accade in groove all’ultima tendenza. Sino ad arrivare alle colonne sonore, al gaming, perché l’Amsterdam Dance Event da qualche anno è anche questo, suoni che infili dappertutto.

 

Presso il temporary office di Armada Music c’è una sfilza di produttori che smaniano per sottoporre le loro creazioni a un nutrito gruppo di A&R. Uno di questi ci rivela candidamente che di hit non se ne sono viste nemmeno l’ombra. Su un divano è sprofondato il dj e producer russo Arty. Ci spiega: “L’ADE resta comunque una realtà per le etichette, per chi vuole mettersi in mostra, per chi vuole schedulare bene i suoi business”. E l’EDM intesa come genere, la big room da festival, invece, dove sta andando? “Da molte popstar che necessitano di grandi brani. Il songwriting resta al centro di ogni discorso. Ma occhio che si sta tornando indietro, al clubbing, alla house music e alla old skool. La mia evoluzione mi ha riportato lì”.

Ma oggi si viene all’ADE anche per far festa: le serate mantengono accese le luci delle città ravvivando i botteghini. Vengono tutti, dall’estero e da comuni limitrofi, per i “festival nel festival”, a metà ottobre. Vengono all’ADE perché l’alta concentrazione di appuntamenti ha portato la scena a un enorme all you can eat di dj set ed esibizioni live. Sono 400mila i visitatori atterrati da oltre 146 nazioni: molti sono venuti per svernare, per ballare, bere e alcuni per fumare. Altri per business, nonostante oggi gli affari oggi si facciano via Whatsapp o Skype ascoltando streaming e certo non facendo audizioni come negli anni ‘50 con il contratto in una mano e lo spartito dell’artista nell’altra. Il 24esimo ADE ha indubbiamente spopolato con i suoi keynote, workshop e masterclass, su una varietà infinita di argomenti. L’ADE è molto più che una settimana della moda musicale. È la scena che tenta di rimettersi in gioco (lo si è notato in ADE Sound Lab, ADE University, Beats Academy e all’esordiente ADE Writers Camp). La direttrice Mariana Sanchotene ne reclama con gioia gli esiti: “Abbiamo avuto un’offerta enormemente diversificata negli ultimi cinque giorni, con ampia attenzione per l’innovazione artistica e tecnologica, lo sviluppo dei talenti e l’inclusione. Abbiamo curato una buona diffusione degli eventi in tutta la città. L’obiettivo era di crescere in qualità, non in quantità”. Si sono consolidati entrambi, in realtà: la qualità di certe produzioni (non solo discografiche ma anche legate agli spettacoli) resta alta; e la quantità fa capolino tra quelle sensazioni annuali. Quando arrivi ogni anno all’ADE non sai mai dove andare perché ci sono troppi appuntamenti in cartellone.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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