Mercoledì 02 Dicembre 2020
Interviste

La nuova vita di Aluna, tra house e coscienza black

Il nuovo album 'Renaissance' è l'occasione per un'intervista a tutto campo: musica, cultura black, coscienza sociale. E molto altro ancora

Aluna torna in pista con un disco solista, il primo della sua carriera, dopo i fasti del progetto AlunaGeorge che ha suscitato un notevole interesse durante gli anni ’10. Un album che fin dal titolo, ‘Renaissance’, vuole marcare in modo forte un nuovo capitolo nella vita artistica della cantante. Un lavoro che si muove tra le pieghe del pop nelle sue accezioni black: c’è uno strato di house sopra il quale le direzioni sono quelle dell’r’n’b, della disco, anche del reggae. Tutto suona bene, a modino, con una patina zuccherosa, e ‘Renaissance’ in questo mostra i suoi pregi e i suoi limiti: è una raccolta di buone canzoni che si ascoltano con molto piacere una in fila all’altra. Però, è anche un disco che avrebbe giovato di una più profonda incisività, del coraggio di affrontare di petto le canzoni sul piatto. I pezzi vantano una buona scrittura e una produzione curata, e avrebbe potuto osare di più; e poi c’è Aluna, che certamente ha dalla sua una voce notevole. Ci sono dei picchi: ‘Don’t hit my line’, ‘Body Pump’ nel loro incedere così house e ricco di groove; ‘Ain’t My Business’ con il suo DNA tipicamente UK, tra garage, breakbeat e 2-step; ‘Pressure’ nelle sue pieghe così estive; la Jamica pigra e melanconica di ‘Surrender’ e la chiusura di ‘Whistle’, una ballad classica ed elegante da cantare con l’abito lungo.

L’abbiamo incontrata in un afoso pomeriggio estivo via Skype, per una chiacchierata che ha preso subito una piega inaspettata e spiazzante: si è parlato del disco ma a sorprendere è la forte impronta sociale che la cantante ha deciso di dare alla propria carriera, e che suona un po’ come un dribbling rispetto alla leggerezza e allo spirito schiettamente pop delle canzoni di ‘Renaissance’. Tanto che tutta questa foga nel voler mettere i puntini sugli aspetti etnici e di genere, in tempi di Black Lives Matter e di lotte per la parità di genere, a tratti può quasi apparire furbetta, un tantino calcolata. Poco male. Nel dubbio, anche a voler pensare male, meglio affrontare certi temi che lasciarli sempre al di fuori della bolla della musica, come se fosse territorio privo di istanze importanti e di un certo peso. W la leggerezza, ma non la superficialità. E comunque, Aluna ha delle cose certamente interessanti da dire.

 

Nuovo album, nuovo progetto, tutto nuovo: il tuo “rinascimento” pare totale, anche emblematico stando al titolo del disco. Ma che album è questo?
È un vero e proprio viaggio nella musica dance, intesa nel suo retaggio più globale ampio. Ed è una celebrazione del rinascimento nero, l’ho pensato perché fosse la colonna sonora delle persone che cambieranno il mondo.

Per quanto hai lavorato a questo album?
Per un anno e mezzo, un periodo lungo in cui sono cambiate parecchie cose, per me e intorno a me.

Disco, house, pop, UK garage, reggae, ballads: ‘Renaissance’ è un album con diverse sfaccettature. Come ne descriveresti il sound?
Non è un disco che segue un solo tipo di sound ma probabilmente il sound è il “mio” sound, intendo dire proprio il sound di Aluna come artista e come essere umano. Sono un mix di differenti culturee, etnie, e sono cresciuta fino a diventare una persona sicura di sé, dei propri mezzi espressivi e delle proprie radici, capace di credere in se stessa. E oggi la mia musica riflette ciò che sono.

 

Il tuo sucesso dura ormai da qualche anno, dalle hit con il tuo progetto AlunaGeorge alle collaborazioni con i Disclosure, e sei sempre stata piuttosto difficile da catalogare, perché ci sono tanti elementi che si incontrano nei brani dove sei prenete. Dove ti vedi nell’enorme galassia della dance?
Beh… direi in un momento, anzi in una posizione di transizione, sto passando da un ruolo di “turista”, di “visitatrice” non invitata a quello di una figura centrale, con una posizione centrale, non so se mi spiego bene…

Non molto.
Ecco, per usare una metafora, prima mi sentivo la ciliegina sulla torta di altri pasticceri, la voce che impreziosiva i pezzi, proprio come tutte le cantanti nere che per un paio di decenni almeno sono state usate in questa maniera. Mentre ora sono l’ingrediente principale della mia ricetta personale, mi vedo come un’artita in grado di rompere certi schemi, certe regole, posso decidere da che parte andare, cosa fare, anche dove prima non mi sentivo invitata. Ora è diverso.

Mi stai parlando di quel fenomeno di sfruttamento della cultura nera – e dei  suoi esponenti – che un tempo era chiamato blaxploitation?
Sì. Proprio questo. In passato mi sono trovata esattamente nella medesima posizione, quella di chi accetta determinati meccanismi senza conoscere bene il quadro generale dell’ingranaggio.

Beh, mi sembra una luce interessante e inedita sotto cui vedere le cose, questa. Nel senso che prima d’ora la tua musica e il tuo personaggio pubblico non erano esattamente aperti a parlare di certe istanze. Ed è ancora più interessante scoperchiare questo vaso nel mondo della musica elettronica, che nasce perlopiù da comunità nere e quindi ha – o dovrebbe avere, che tutt’altra cosa – un approccio dal baricentro molto vicino alla black culture.
Sì, è una presa di coscienza su cui ho meditato per un bel po’ e che adesso emerge forte in tutto ciò che faccio, ovviamente anche a causa degli avvenimenti che stanno segnando il 2020. La musica dance nasce dalle comunità afroamericane, e poi si è sviluppata in un modo molto ampio perdendo quasi di vista alcune sue componenti. Credo che oggi più che mai  sia invece necessario e giusto ribadire una certa appartenenza culturale. La storia ha ha disconnesso le fonti di ciò che è un certo tipo di musica, la creativià è di tutti ma certi generi nascono da una cultura ben precise, e non è una buona cosa quando proprio le persone appartenenti a una certa etnia e a una certa cutura si devono sentire ospiti all’interno del proprio mondo.

 

Tutto questo mi porta a farti una domanda che include diverse. Come vedi il clubbing oggi, nel 2020?
L’industria dell’intrattenimento è sempre una combinazione di diversi elementi: chef, cibo, commensali. Uno chef può cucinare per 40 persone, mentre per migliaia di persone serve un approccio industriale. Ma uno chef può educare i tastemaker, e fare in modo che l’approccio industriale sia migliore, sia di più alto livello e conservare tracce di quello artigianale.

In ‘Renaissance’ sono presenti diversi featuring: Jada Kingdom, Mr. Carmack, Kaytranada e molti altri. Qual è una collaborazione presente nel tuo album di cui vai particolarmente fiera?
Princess Nokia in ‘Get Paid’, direi, perché rappreenta appieno lo spettro completo delle donne di colore, c’è una rappresentanza in quel pezzo, la canzone è molto forte, potente, “contro”. Era qualcosa di cui sentivo il bisogno io per prima, qualcosa che parlasse dell’idea di essere valorizzata in quanto donna nera. È un inno.

Ci sono invece delle collaborazioni che sogni?
Non sogno le collaborazioni, semplicemente accadono…

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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