Domenica 22 Settembre 2019
Interviste

Andro on the dancefloor

Andro è Andrea Mariano, noto ai più per essere il tastierista dei Negramaro (il loro nuovo singolo “Sei tu la mia città” è una delle hit di questa estate, mi piace perchè la considero una canzone dance arrangiata rock). Ma Andro ha una vita artistica anche al di fuori della band: da qualche anno suona come dj e coltiva un interesse molto forte verso la produzione elettronica. Un interesse nato per curiosità e alimentato poi dalla voglia di mettersi in gioco con qualcosa di nuovo e di completamente diverso dalla sua formazione musicale. Poche settimane fa, Andro ha esordito con il suo primo singolo da producer: il pezzo si chiama “Give it all” ed esce nientemeno che su In Charge, etichetta dalla lunga storia, dietro cui c’è un nome importante, l’olandese Marco V.
Ero curioso di scambiare due chiacchiere con Andrea, per capire come si possono tenere insieme la passione per il dancefloor e quella per una scrittura pop e rock ormai consolidata. Ne è uscita un’intervista molto interessante e lontana dai soliti schemi.

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Come nasce la tua voglia di diventare dj e poi produttore, partendo dall’essere musicista?
Io ho iniziato prestissimo a studiare musica classica, pianoforte, poi conservatorio. Successivamente è subentrato il discorso band, e la musica elettronica fino a dopo i vent’anni è sempre stata solo legata all’ascolto, nel mio bagaglio culturale. Non ero uno smanettone, anche perché a quei tempi i mezzi a disposizione non erano quelli che ha un diciottenne oggi. La molla è scattata una volta che ero in studio con un produttore: lo vedevo rifinire la parte elettronica di alcuni brani, mi sono incuriosito e ho iniziato a giocare con le opportunità che danno i software, ero attratto dallo schermo con quei mattoncini colorati che erano note e suoni degli strumenti virtuali.

Di che periodo stiamo parlando?
Era la metà degli anni ’00. Da lì in poi, infatti, negli arrangiamenti dei Negramaro puoi sentire anche un discreto utilizzo dell’elettronica.

Mi hai anticipato, era una considerazione che stavo per fare.
Gestita nella maniera giusta, è un elemento che a tutti noi del gruppo piace. Da lì ho iniziato ad appassionarmi alle macchine e ai computer, e il passo successivo è stato confezionare dei remix dei nostri pezzi. Poi Lorenzo (Jovanotti) mi ha chiesto un remix di “Safari”, di cui fu molto contento, tanto che decise di utilizzarlo come chiusura dei concerti di quel tour. Parallelamente mi sono avvicinato all’attività di dj, anche se mi definisco più un appassionato che si diverte con la musica; faccio fatica a paragonarmi alle figure dei dj che hanno fatto la storia di questa professione.

E hai portato questa tua attività in giro?
Sì, più che un dj set avevo messo insieme una performance con sintetizzatori, drum machine, cablaggi vari per creare musica in tempo reale, tutto elettronico. Una cosa complicatissima, molto soddisfacente ma estremamente complessa da portare nei club. Ricordo anche una serata al Cocoricò con queste soluzioni. Poi però ho preferito semplificare e cercare di portare in giro un dj set più canonico nel set up, e di essere originale nelle scelte dei brani da suonare.

Immagino che l’upgrade naturale sia stato quello di diventare producer e remixer.
Esatto. Mi dà moltissima soddisfazione ed è un grande divertimento, oltre che un modo per sperimentare nuove idee altrimenti difficili da sviluppare. Produrre è come stare in laboratorio. Lo stesso vale per i remix, la loro forza è osare, variare, stravolgere le canzoni per dare loro una prospettiva inedita.

E ora stai lavorando molto ai tuoi progetti personali?
Sì, ho collaborato anche alla produzione di altri artisti italiani: Marracash, Ada Reina, Two Fingerz. E’ una maniera per rimettermi in discussione, per ricevere nuovi stimoli. Perché dall’altra parte sono in una band con una grande organizzazione intorno, come puoi immaginare. L’ingranaggio è molto più complesso e “ordinato”, quindi queste esperienze sono uno stimolo quotidiano che mi rimette in gioco in un’altra prospettiva.

Parlando della tua traccia “Give it all”, come sei finito su un’etichetta dalla lunga storia come In Charge?
Insieme a Spaceship, il management che cura questo mio progetto, abbiamo discusso a lungo su quale fossero le label più adatte su cui poter far uscire il pezzo. Paul Sears è una figura manageriale estremamente importante, ci vorrebbero più persone come lui in Italia, perché è capace di prendersi cura e di capire al meglio le esigenze di un artista. Così siamo arrivati a In Charge e sono molto contento di questa scelta. Negli ultimi anni la mia attività di dj mi ha portato a suonare in diversi club importanti in Italia, ora l’idea è di arrivarci anche attraverso le produzioni, come “Give it all”, appunto.

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Sei contento di come stanno andando le cose?
Sì, il brano è fuori da poco ed è presto per un giudizio, ma molti musicisti e dj mi stanno dando pareri positivi.

Sono contento di sentirti dire “dj e musicisti”, perché ho l’impressione che negli ultimi anni, anche grazie a persone come te, che navigano senza paura da una riva all’altra, alcune barriere, alcuni preconcetti siano caduti anche qui.
All’estero ho notato che le diverse figure artistiche si mischiano e collaborano con molta più facilità. Qui si avverte ancora una certa diffidenza, sembra che i musicisti non vogliano “sporcarsi le mani”, mentre invece dj e produttori sono le figure che possono svecchiare e portare rinnovamento alla musica italiana. Serve questa freschezza.

Senti, prima dicevi una cosa che mi ha colpito parecchio: i “mattoncini” che sono note e accordi. E’ una vera rivoluzione, non solo a livello grafico, ma proprio nella concezione con cui si compone la musica rispetto al pentagramma, le note scritte a mano eccetera. Tu che hai una formazione classica ma usi anche i software, che ne dici?
Io credo che ultimamente lo sviluppo di alcuni software rischi di esagerare la semplicità di utilizzo, e di realizzazione, di una song. Con due preset si fa il pezzo. Rischiamo davvero di ridurre tutto a formule matematiche, soprattutto se parliamo di dance, perchè è un genere che deve avere una funzionalità concreta, deve far ballare. E quindi, quando certe soluzioni funzionano, vengono ripetute in modo scientifico, matematico. Sono convinto, e lo consiglio caldamente a tutti i ragazzi che intendono intraprendere questa carriera, che studiare musica e saper suonare sia fondamentale, perché può dare quella marcia in più dal punto di vista della composizione, del senso melodico e armonico, che invece non ti danno le macchine, per quanto tu possa far suonare bene, forte e potente una traccia.

Sono d’accordo, altrimenti diventa scienza e manca il cuore, l’anima.
E’ vero. Ma anche nella techno, in quei pezzi di sola ritmica, puoi sentire quest’anima o capire quando non c’è.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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