Venerdì 04 Dicembre 2020
Interviste

ANGEMI e l’EDM travestita da Italian bass

La collaborazione con Marco Carta, uno studio nuovo il prima possibile, una serie di masterclass e la speranza, come tutti, che i live tornino presto. Viaggio tra i pensieri dell’inquieto fuoriclasse siciliano che nemmeno la pandemia riesce a stanare

Il suo passato lo conosciamo un po’ tutti, ne aveva parlato anche in una nostra vecchia intervista. Del suo futuro molto meno. Sono più di sette mesi che Ninni Angemi non si esibisce dal vivo e questo un po’ lo abbatte. Quella sensazione di vedere “la gente felice che balla” con la sua musica sembra una fotografia ingiallita che fa parte dell’album dei ricordi. “Erano sensazioni indescrivibili. Ho lavorato duramente tutta la mia vita per arrivare a certi livelli e ovviamente dal via della quarantena le mie perdite sono state innumerevoli”, dice.

Basti pensare alle due esibizioni già confermate al Tomorrowland per il quinto anno consecutivo, il Tomorrowland Winter, la seconda volta all’Ultra Music Festival a Miami e la residenza all’Ushuaïa di Ibiza organizzata per l’estate. Tutto saltato. Come un Siddharta della musica elettronica, quest’anno ANGEMI ha vagato, si è lasciato andare, si è fidato del suo istinto e ha realizzato un bel po’ di tracce. Si è barricato in studio: musica italiana e bootleg vari suonati da tutti i dj d’Italia e del mondo. Aveva pensato, prima delle chiusure e delle recenti restrizioni, di rendersi disponibile per serate e feste nel suo Paese. Perché è un po’ un giovane profeta fuori patria, un siculo errante alla ricerca perenne di sé, in conflitto con un mondo stretto dalla morsa del business, onesto e pronto a sfogarsi sui social. Ama l’Italia ma sa che calza stretta. Se qualcuno lo cerca, poi lo trova. Se qualcuno è interessato ad averlo anche per un evento privato, speciale, unico, “rispettando le norme e quando si potrà e si aprirà”, un domani potrà contattarlo in modo semplice: con un’email.

È spesso in giro per lavoro, limitazioni tra regioni permettendo. A Venezia per La Biennale era stato chiamato da un produttore per lavorare nel mondo del cinema come compositore. Pronto con una cover di un pezzo dei R.E.M., ‘Losing my Religion’, con Dave Crusher, su Smash The House con Sylver e Dave Crusher, per lui novembre è un mese duro, c’è anche una collaborazione con Marco Carta che servirà ad aprirsi verso il mercato discografico domestico.

Per tanti anni, ANGEMI poi ha sognato una community tutta sua, dove “la gente possa parlare e scambiare le proprie opinioni sulla musica elettronica senza essere giudicata, senza odio”. Un luogo virtuale dove “creare collaborazioni e amicizie, scambiarsi feedback” permettendo ai fan di avere “un rapporto più intimo e diretto” con l’artista. È nata quindi ANGEMI’s World – EDM Community.

 

 

Come stai?
Non sono mai stato meglio. Vivo una vita senza eccessi, logico che mi manchi il contesto con il pubblico. È stato difficile, agli inizi. Ho trovato però subito delle nuove cose da fare: delle webinar e delle masterclass con Hilive. Sono uscito anche dal mio genere: sono uscito anche con il nuovo singolo con Marco Carta. Poi creo dei remix molto seguiti su TikTok. Sto facendo tante co-produzioni.

Nell’era di luccicanti led e super studi di registrazione ne svilupperai mai uno nuovo, più moderno e soprattutto ampio?
Un giorno tornavo da scuola in lacrime, mi avevano appena bullizzato. Mi sono chiuso nello sgabuzzino di casa. Ho improvvisato uno spazio e l’ho trasformato in studio. Ho aggiunto della attrezzatura professionale e solo ora, a distanza di tempo, mi rendo conto che debba essere ampliato. Vengono molte persone a lavorare da me e oggi ne sento la necessità. Voglio personalizzare a fondo l’arredo. Sono un appassionato di gaming quindi lo renderò mio con un divanetto, un grande schermo. Magari appenderò qualche disco di platino come motivazione quotidiana. Perché tutto nel proprio studio ha una sua motivazione. Come la poltrona, proprio come ha sempre sostenuto Maarten Vorwerk.

 

Come organizzi la giornata?
Mi sveglio alle 8 del mattino, salgo al terzo piano, finisco alle 13 senza sosta. Questa è la fascia oraria durante la quale sono maggiormente ispirato. Alla sera penso a quello che faccio il giorno dopo. Dalle 17 alle 20 di nuovo al lavoro. Poi ci sono sempre dei momenti di svago. Dal 2017 lavora con me Rosario D’Aquino, ha iniziato con me che aveva 13 anni. La mia PR è Nathaly, la mia fidanzata. Mio fratello Francesco e mio padre Gaetano si occupano della mia contabilità.

Come gestisci te stesso o le produzioni di terzi? Come è nato il metodo ANGEMI?
Metto in rotazione delle playlist di vari generi che poi amo personalizzare. Ci sono diverse prospettive in fase di lavoro: quello che va (di moda) e quello che verrà. Creo dei suoni da zero ma li modifico anche. Ad esempio, mi hanno mandato delle cose da Surge Sound e le ho subito personalizzate. Uso molto Izotop Ozone per dare identità a un suono. Voglio sempre poi che la canzone spinga. Il kick lo metto al di sopra di tutto. La mia cascata sul master è un classico. Ecco, l’Italian bass è uno stile di cui rivendico la paternità.

 

Come siamo arrivati alle versioni di pezzi celebri che impazzano nel web?
È la mia peculiarità. Il grande pubblico mi riconosce come remixer, nel 2014 iniziai con Prezioso. Copiando per scherzo lo stile di qualcun altro venne fuori per scherzo una cosa molto virale. Tiësto & KSHMR feat. Vassy ‘Secrets’ è stato il primo. Il rapporto con Dimitri (Vegas) è iniziato perché aveva ascoltato una mia versione di un brano che richiamava il sound classico di Dimitri Vegas & Like Mike. Questi video sono diventati così virali che sono risultati il contenuto perfetto per nuove piattaforme social, come TikTok.

Oggi però non si percepisce più quello che un produttore realmente fa, ossia se crea da zero i suoi suoni o ne usa di già pronti.
Non lo so, ma nel mio caso so benissimo come e dove mettere le mani. Sono nato con l’orecchio relativo. La mia velocità è nata dall’allenamento. Puoi ottenere il risultato con meno layer ma curati, studiati. Fare una canzone è come fare un dipinto. A volte riprendi in mano tutto a… orecchio rilassato.

Quando un brano è davvero finito?
Mai. Risentendo delle mie cose di qualche anno fa, mi rendo conto che con le conoscenze che ho oggi avrei fatto degli interventi in modo differente ed efficace. Non si finisce mai di imparare. Come dicono in Dragon Ball, i Super Saiyan quando li scalfisci imparano nuove tecniche. Io mi sento un Super Saiyan.

 

Come risolvi e gestisci i diritti d’autore di certe versioni? Qualche artista o casa discografica si è lamentato mai di un tuo lavoro?
Nessuno. Le canzoni che escono con versioni originali e remix non le prendo in considerazione. La mia rivisitazione prende in considerazione il tributo.

In fatto di stili, chi clona chi? Il mood alla Meduza, il basso di Dynoro sono imitatissimi.
Mi piace la personalizzazione e la creazione dei filoni. Con la big room abbiamo però notato che i suoni cambiano, si diramano, mutano. La copia no. Ti piace Dynoro? Okay, prendi spunto ma fai una cosa tua, fai una cosa riconoscibile.

Eiffel 65, Benny Benassi, Bob Rifo, Congorock hanno puntato all’internazionalità. Poi hanno investito sulla musica italiana. Perché succede questo? Anche tu con Marca Carta cambi obiettivi e percezioni?
Nemo profeta in patria. Mi ha sorpreso il successo globale dei Meduza, ovviamente. Bisogna conoscere bene però anche il mercato domestico. Non puoi uscire poi dall’Italia e allora approfondisci il tuo territorio. Venisse Baby K a chiedermi di produrre un suo brano risponderei ovviamente subito sì. Elementi di musica elettronica nel pop italiano non solo rinfrescano il suono tradizionale tricolore ma rimettono in gioco il flusso e l’industria attraverso le playlist.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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