Sabato 20 Luglio 2019
Interviste

Antares Color è il nuovo campione italiano DMC

Lo scratch e il turntablism ritornano protagonisti con l'edizione 2018 del DMC Italia, vinta a Pavia da Antares Color. L'abbiamo intervistato mentre pensa già alle finali mondiali di Londra

Lo scratch è una disciplina da samurai. Richiede ore di pratica, ogni giorno, e una dose di talento e di manualità decisamente fuori dal comune. Tra gli anni ’80 e ’90 era qualcosa di nuovo ed estremamente creativo e cool, e tra la fine dei ’90 e i primi anni ’00 anche nel pop era consuetudine mettere qualche scratch al posto dei classici assoli di chitarra. Poi la storia ha fatto come sempre il suo corso e lo scratch è diventato uno dei tantissimi rivoli in cui si è suddivisa la musica che orbita intorno ai generi “da ballo”. Anzi, per essere più universali, meglio utilizzare il termine turntablism. In questa disciplina gli italiani sono sempre stati eccellenti, abbiamo avuto nel tempo dei veri fenomeni, da Inesha a Skizo, da Prezioso a Gruff e a tutta la crew Alien Army. E parlando di crew come non citare Aladyn, Myke, Yaner e FrankyB, i Men i Skratch. E ancora Damianito e DJ Delta, che stanno portando alta la bandiera della nuova genearzione di turntablist italiani. Con loro, Antares Color, fresco vincitore dell’edizione 2018 del DMC Italia. DMC è il più antico e prestigioso campionato per turntablist, e vincerlo è impresa eroica. Antares ha vinto nella finale di Pavia e ora lo aspettano le sfide internazionali. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare tutto.


Sei il nuovo campione italiano del DMC. Cosa significa essere un campione di questa disciplina oggi, nel 2018?

Il DMC è la più prestigiosa e tecnica tra le dj battle mondiali. Offre un riconoscimento trasversale nel mondo del djing perchè non orbita esclusivamente nel circuito hip hop e scratch. Nella routine di quest’anno ho voluto creare una sorta di “motivational routine” , ho disegnato un percorso quasi “formativo” per i dj di nuova generazione, motivandoli e proponendo una cosa fresca e innovativa.Vincere nel 2018 significa aver colto perfettamente il suono e le evoluzioni tecniche e stilistiche di questo momento ed essere riuscito a farle proprie, è importante in questi tempi, dove tutto corre molto velocemente, avere un premio così importante, scritto nero su bianco.

Come ti sei innamorato dello scratching e del turntablism?
Fu  amore a prima vista! La curiosità me la insinuò Herbie Hancock con la sua ‘Rockit’, ma non avevo gli strumenti per capire come si riproduceva quel suono, poi su Italia 1 vidi per caso Italia Unz dove Prezioso faceva degli stacchi scratchando,  lì ci fu la folgorazione. In seguito scoprii Alien Army, Gruff e soprattutto dj QBert con la sua serie Turntable Tv, le VHS erano lo YouTube all’ epoca. Da lì cominciai a passare 12/16 ore al giorno sui giradischi, studiando e lasciandomi ispirare tutti i più grandi. Nelle battle ho sempre avuto dj Inesha come modello da seguire, per come concepiva l’ idea di battle e per tutte le innovazioni e la musicalità che ha sempre inserito nei suoi set. L’ Italia ha sempre avuto un ruolo molto importante nel mondo delle battle e nel djing, questo grazie a tutti quei dj che negli anni hanno girato il nostro paese e il mondo dando al giradischi e allo scratch l’importanza che merita.


Questa tecnica e questo modo di concepire il djing erano molto popolari negli anni ’90, anche per questioni squisitamente tecniche e tecnologiche: il piatto diventava strumento in mancanza di altri “extra tricks” che oggi sono ampiamente disponibili con i software. Come vedi lo scenario mondiale dello scratching? È una disciplina destinata a diventare sempre più nicchia per virtuosi oppure no?

A cavallo tra gli anni ’80 e primi ’90 le competizioni erano basate sulla spettacolarità della routine, body tricks e oggetti strani riempivano le performance dei vari dj che ballavano e saltavano sui giradischi o scratchavano con i palloni da football; poi ci fu un’ inversione di rotta, dando molta importanza all’ aspetto tecnico e innovativo delle routines. Dopo il 2000 ci fu  un periodo buio, secondo me fino al 2010, in cui paradossalmente le battle diventarono troppo tecniche perdendo l’aspetto di performance che è fondamentale nel djing. Questo ghettizzò il nostro mondo, veniva visto come una cosa da nerd. Penso, invece, che proprio le tecnologie, i software e i mixer di nuova generazione con i controller stiano ridando preziosa linfa vitale a questo mondo, regalando possibilità infinite e sempre nuove, ridimensionando l’importanza tecnica e ravvivando le performance dei dj. In Italia negli ultimi anni c’è stata una vera e propria invasione di nuove leve del djing, non vedevo un interesse così alto da fine anni ’90. Se guardi le battle sono piene di nomi nuovi,  dj veramente potenti e promettenti, il livello in Italia si è alzato molto. Anche l’ avvento dei prodotti portatili per lo scratch ha contribuito molto a rialzare l’ attenzione nel djing in generale, e questa è una cosa molto positiva.

Cosa succede quando si diventa campioni nazionali DMC? Quali sono le prossime sfide?
Succede che vedi il tuo impegno ripagato, arriva la soddisfacente consapevolezza che tutte le ore passate ad allenarti e a migliorarti sono servite. Io non ho mai mollato, non mi sono mai stufato e ho sempre creduto molto in quello che faccio, sia nel djing che nelle produzioni. Questo è il messaggio che vorrei passasse, quando credi veramente in qualcosa e ti impegni per ottenerlo raggiungi sempre gli obiettivi che ti eri prefissato. Adesso mi concentrerò sui Mondiali di Londra al KOKO ad ottobre, voglio riportare l’Italia dove merita, in alto.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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