Venerdì 04 Dicembre 2020
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Nel Regno Unito è stata aperta un’indagine sui pagamenti agli artisti

Lo streaming è ora la principale fonte di reddito per l'industria discografica. Ma molti affermano che i proventi ricevuti non sono corretti. La campagna #BrokenRecord inizia a fare il suo effetto.

I parlamentari britannici sono pronti ad aprire un’indagine: vogliono capire se gli artisti siano pagati in modo equo per la loro musica diffusa in streaming e stanno incrociando i dati in possesso con quelli forniti da Spotify e Apple Music.

Il presidente del DCMS (Dipartimento per il digitale, la cultura, i media e lo sport) Julian Knight ha detto a BBC che la crescita del mercato dello streaming “non può avvenire a scapito di artisti di talento o meno conosciuti”. L’indagine inizierà nei primi giorni del mese di novembre perché il Dipartimento sta cercando ancora prove concrete da esperti del settore, artisti ed etichette discografiche, nonché dalle stesse piattaforme di streaming.

 

 

Al momento si ritiene che Spotify paghi tra le 0,002 e le 0,0038 sterline per streaming (0,004208 euro) mentre Apple Music riservi 0,0059 sterline (0,0065 euro). Questo denaro spetta ai detentori dei diritti, termine generico che copre un range molto ampio delle retribuzioni da parte delle case discografiche.

L’artista riceve di norma solo il 13 per cento circa delle entrate, mentre le etichette e gli editori percepiscono il resto. Il diritto d’autore legato alla musica batte ormai ogni primato. Tuttavia, si sta abbattendo un’impensabile tempesta sul comparto, dal pop sino alla musica elettronica. A maggio la violinista Tamsin Little aveva detto di aver ricevuto poco meno di 15 euro per milioni di stream distribuiti su un semestre, questo mentre Jon Hopkins ha dichiarato di aver guadagnato 10 euro per 90mila ascolti su Spotify.

 

Jon Hopkins alla Opera House di Sydney, immagine tratta da Facebook

 

Esperienze come queste hanno spinto a inizio anno il lancio della campagna #BrokenRecord ideata dal musicista Tom Gray e supportata dalla Union e The Ivors Academy (che rappresenta i compositori nel Regno Unito). Un sondaggio commissionato da YouGov ha rilevato che il 77% dei consumatori pensa che gli artisti siano sottopagati quando si parla di servizi legati allo streaming.

Mentre la maggior parte delle persone (69%) dopo un sondaggio ha dichiarato che oggi non riuscirebbe a sostenere le spese di un eventuale rincaro del canone di abbonamento mensile dei servizi di streaming, metà degli intervistati ha affermato che, tuttavia, sarebbe anche disposta a pagare di più se i proventi andassero veramente e direttamente ai musicisti.

“I musicisti di minore importanza sono generalmente pagati con una piccola quota iniziale e spesso sono invece i pagamenti delle royalty che permettono loro di vivere”, ha detto sempre a BBC il vice segretario generale del sindacato Musicians’ Union, Naomi Pohl. “Lo streaming non paga alcuna royalty a molti musicisti”.

Oltre alla questione inerente alla retribuzione, i parlamentari indagheranno su come le playlist e gli algoritmi distorcono il mercato musicale e se la nuova musica viene soffocata dal predominio dei grandi nomi del settore del pop.

“Gli algoritmi potrebbero avvantaggiare le piattaforme nel massimizzare il reddito dallo streaming ma sono uno strumento spietato per operare in un settore creativo come quello della musica, con talenti emergenti che rischiano di inciampare al primo ostacolo”, spiega Knight. “Ci chiediamo se i modelli di business utilizzati dalle principali piattaforme siano davvero equi”.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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