Lunedì 11 Novembre 2019
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Apparat vs Kendrick Lamar: ma quanto costa un tour?

Sul web si scatenano polemiche su chi suona troppo spesso in Italia e chi non passa mai dalle nostre parti. Ma ci sono molte ragioni dietro queste scelte

Perché Kendrick Lamar, che ha appena annunciato il suo prossimo tour europeo, non ha contemplato nemmeno una data in Italia? Perché Drake, artista decisamente famoso e amato anche dalle nostre parti, non è passato dalla nostra bella penisola? Perché ci sono dj e artisti che non passano quasi mai di qui? Kanye West può essere un altro esempio illustre, Aphex Twin idem come sopra. Chi di voi si ricorda le loro ultime, remote date italiane?

Quasi come un meme, sulla bacheca di molti appassionati e addetti ai lavori, in questi giorni post-Kendrick si sono scatenate le lamentele. Uno dei bersagli preferiti sembra essere Apparat, “colpevole” di essere invece onnipresente nei cartelloni di club e festival del nostro Paese. Un capriccio fanciullesco del tipo “Kendrick mai e Apparat sempre! Non è giusto!”. Dietro quest’affermazione si nasconde in realtà una complessità di fatti e l’incastro di diversi fattori, a partire dalla non trascurabile forbice economica che separa due tipologie di artisti come quelli citati. 

In primis, come è facile prevedere, ci sono i costi e le opportunità. Restando all’esempio di Apparat – che prendiamo per pura semplicità di riferimento, chiaramente – per quanto il suo set (live o dj che sia) possa avere un costo indubbiamente lievitato negli anni – sacrosanto, visto il successo crescente del soggetto – si tratta di costi ampiamenti ammortizzabili da un club di medie dimensioni, considerando cachet, rider tecnico e spese per le persone da spostare. Inoltre, parliamo di una tipologia di artista che riesce a portare diversi fan ma che può essere inserito anche in contesti in cui già il locale si riempie in parte già di per sè: una clubnight settimanale in un club noto ha già la sua attrattiva, il guest è un plus. Dall’altro lato, il Kendrick Lamar della situazione ha sicuramente numerosi fan in Italia, ma probabilmente non quanto servirebbe per riuscire a raggiungere il breakeven, il punto di pareggio, tra le spese per il cachet dell’artista, la produzione del concerto, e tutte le spese fisse e variabili di cui già abbiamo accennato, e che non sono, come dire, esattamente le stesse di un set di Apparat, logistica e accomodation incluse. Mi seguite?

Parliamo di un artista che a livello internazionale è abituato ormai a un ordine di grandezza molto ampio, sia in termini di spazi e spettatori, sia in termini di fatturato. Va quindi aggiunto che se molti artisti hanno un grandissimo seguito a livello mondiale, soprattutto se vengono da un territorio come gli Stati Uniti, in cui il mercato è tanto ampio da essere autosufficiente per un’economia di grandissima scala, esiste la possibilità che non vogliano intraprendere tour che li portino a rischiare di avere pochi (si fa per dire) spettatori in luoghi remoti. Spiego meglio: se Drake riempie gli stadi in America, forse non sarà così felice (lui e/o il suo management) di venire in Italia a suonare per un palazzetto o magari addirittura in un grande club. Si tratta di strategie. D’altro canto, a queste condizioni diventa molto difficile per un promoter rientrare nelle spese di un concerto al dis sopra della sua portata economica. Esistono artisti e manager che scommettono e investono su carriere globali anche a livello di live, e non si fanno il problema di portare un tour di successo in posti più ristretti, perché vale la pena coltivare quel mercato. E altri che preferiscono non affrontare un passo del genere, per questioni di immagine o di semplice economia. Magari non conviene. Non conviene accettare compromessi sul budget, non conviene girare con un show ridotto per venire incontro a esigenze discutibili. In fondo, se nel passato ci si doveva far conoscere spostandosi, oggi lo streaming e il downloading permettono relativi guadagni anche senza queste avventure. E poi esistono i video, esistono i concerti in live streaming. Che problema c’è. Ecco dunque spiegato un altro fattore che “non fa passare di qua” gente come Kendrick Lamar.

Ma Apparat? Beh, l’altro lato della medaglia è che non ci sono solo gli artisti e i manager a guardare il proprio profitto. Esistono i promoter, esiste chi gli show li organizza e produce, e deve capire cosa vuole il pubblico e cosa invece fa “bucare”, fare spettacoli in perdita. Esiste un compromesso tra passione e business? Sì. Act come Apparat – per restare sempre nel solito esempio, ma potrei dire Ellen Alien, Theo Parrish, Jeff Mills, Nina Kraviz, Solomun, tanti altri – hanno conquistato il pubblico italiano fin dall’inizio, per diverse ragioni. E quindi con i promoter si è reato un buon rapporto, con i club idem, e tutto questo crea un circolo virtuoso per cui si fa presto a chiudere certe date, si sa che con il pubblico si va sul sicuro, difficilmente si sbaglia e quindi, grande evento o serata salvagente di una stagione rischiosa, certi nomi sono come il cacio sui maccheroni. Ed è perlopiù merito loro, ci tengo a sottolinearlo. Di sicuro questo sbarra in parte il passo a una maggiore cultura, educazione del pubblico e quindi dei promoter al rischio, o forse viceversa, è un cane che si morde la coda. Senza contare poi un fattore da non sottovalutare: i prezzi dei biglietti e la distorsione della realtà operata dal web. Un artista ascoltatissimo in streaming (gratis) non corrisponde per forza di cose a un artista per il quale il pubblico voglia spendere cifre folli per vedere in concerto. Streaming e social engagement ci danno un’idea relativamente veritiera della reale presa sul pubblico di un artista. Facciamocene una ragione.

Quindi, per concludere tornando alla domanda iniziale: perché Kendrick Lamar non viene in Italia ma ci troviamo Apparat anche nei cereali a colazione? Per tutte queste ragioni. 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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