Martedì 18 Maggio 2021
Interviste

Lo strano caso di Aquadrop: remixa Billie Eilish, esce su Armada, piace a Diplo, ma è un illustre sconosciuto

Lo strano caso di uno dei producer più talentuosi in circolazione, che ci racconta a cuore aperto come funziona il mercato discografico e il suo rapporto difficile con lo showbiz

Si può essere chiamati per un remix ufficiale di Billie Eilish, si può essere tra i migliori pezzi dell’anno nelle preferenze di Diplo, si può pubblicare regolarmente con grandi label come Armada e Spinnin’, si possono avere pezzi licenziati per aziende come Disney e GoPro, ed essere praticamente sconosciuti? O meglio, essere da sempre un cult per pochi “che ne sanno”? Sembra incredibile, ma questo è il destino di Aquadrop.

Aron Airaghi, classe 1981, di Cesano Boscone, alle porte di Milano, è, per chiunque lo conosce, uno dei più brillanti, talentuosi, creativi producer in circolazione da almeno dieci anni. Da quando ribaltava gli stilemi del dubstep con soluzioni ritmiche sghembe e con idee folli, in tracce dove metteva tante idee che qualunque altro produttore ci avrebbe fatto tre album. Fino al suo stile più recente: asciutto, diretto, l’approccio mainstream di chi sa gestire il proprio talento con una maestria e un mestiere da vecchio lupo. Il fatto è che, nonostante una produzione continua e decisamente prolifica, Aquadrop è un personaggio schivo: poca voglia di stare sui social, poche interviste, zero affanno alla ricerca di visibilità, e tanta schiettezza, come dire come pochi peli sulla lingua. Il tipo di persona che vorremmo come amico sincero. Il tipo di artista che in quest’epoca paracula fatta di cuoricini e di like, rischia di non emergere nonostante tonnellate di genialità.

E quindi è ancora maggiore il piacere nel condurre un’intervista come quella che state per leggere: sincera, senza fronzoli, a cuore aperto. E occhio, perché leggerete cose che tanti vorrebbero dire, ma non dicono. E se le dicono, poi ti chiamano chiedendo se per favore quella confidenza si può eliminare. Ecco, non è il caso di Aquadrop, e di questa intervista.

 

Io vorrei iniziare questa intervista nel più classico dei modi: mi parli del tuo ultimo disco?
Si chiama ‘Dark Space’ e non so se mi piace, anche se il pezzo è una figata.

Ma come?? Sei il primo artista al mondo che se ne esce così, di botto, a dire che il suo nuovo pezzo non gli piace!
Sì, hai ragione, ho esagerato. Ma non ho detto che è una brutta traccia e nemmeno che non mi piace. Ho detto “non so se mi piace”, e sono sincero: trovo che sia un brano forte ma lo trovo anche un po’ “forzato”.

Cosa significa?
Beh, ho un contratto con una grande label, Armada, significa che sono a volte obbligato a prendere strade da cui non posso sfuggire. L’idea è sempre quella di fare una hit. E loro lavorano in quella direzione. Quindi a volte i miei pezzi hanno una natura simile a quella che senti ma con qualche strano arrangiamento in più, o qualche idea bislacca inserita nel brano: ecco, lì è dove una label così interviene facendo notare come quello è un elemento che sarebbe meglio eliminare, o che la durata è eccessiva per le radio o per le playlist in streaming…

Beh, però mi pare che funzioni. Giusto qualche giorno fa ci siamo sentiti ed eri entusiasta che ‘Dark Space’ fosse stata suonata nel programma di Albertino su Radio m2o con un ottimo feedback.
Sì, è vero, ne sono stato molto felice, certo. Ma non sempre funziona, questa è la verità. Gli A&R fanno discorsi inutili, è impossibile capire dove va il mercato… a volte ci azzeccano e succede la magia, ma molte volte si sbagliano. Non gliene faccio una colpa personale, sia chiaro. È che il mercato e le tendenze ormai sono così enormi e numerose che non si può avere un controllo a tavolino, salvo per chi ha un nome così prioritario nel sistema discografico e un budget promozionale talmente importante da poter infilare il pezzo ovunque. E anche lì non è detto che poi il successo sarà tale da valerne la pena.

Un’analisi un po’ cinica, ma sicuramente abbastanza realista.
Ma è così. Oppure può succedere il contrario. Ad esempio ‘Afro Dreams’, mio pezzo di un paio di anni fa, era stato quasi snobbato in fase di promo ma poi finì nella classifica di fine anno di Diplo, tra i suoi 30 pezzi preferiti del 2019.

 

Mi pare di capire che la tua sofferenza sia quella di non poter mettere nella tua musica tanta arte quanta vorresti come facevi prima. Mi sbaglio?
Non ti sbagli. Non posso – tecnicamente parlando – fare un cambio sulle batterie a metà pezzo, trovare soluzioni creative, più suoni, più effetti, più soluzioni pazze come facevo prima. Il brano dev’essere un prodotto, da supermercato, con richieste e standard precisi. Poi certo, la contropartita sono i soldi, stiamo parlando di etichette importanti con anticipi, collecting serie sui diritti, contratti di un certo tipo. Cose che ti fanno campare. Ma io credo che proprio per questo si dovrebbe ascoltare di più l’artista, no?

Perché accetti questo?
Perché per un italiano lavorare con Armada è una cosa gigante e pensavo fighissima. E lo è, però chiaramente ci sono dei paletti da rispettare.

Non vorresti mettere in piedi un progetto parallelo, libero?
Sì, mi andrebbe ma non funzionerebbe, e credo di avere già dato su quel versante.

Come sei arrivato ad Armada?
Tramite Spinnin’. Aavevo fatto con loro ‘Afro Dreams’, che è stata suonata parecchio su SiriusXM, un importante network di radio americane, in alta rotazione, e a quel punto mi ha contattato Armada.

 

Sei un producer ormai consolidato, corteggiato da etichette da sogno, puoi dire di avere un certo successo. Eppure, in qualche modo, sei ai margini di questo sistema. Perché, secondo te?
Non riesco a darmi una risposta… o sto sulle scatole a qualcuno, ma non credo, sono quelle cose che si pensano ogni tanto per una sorta di frustrazione… oppure boh, una parte è sicuramente un discorso di immagine. Forse dovrei curare di più tutti quegli aspetti extra-musicali che oggi sembrano essere fondamentali. I social, le pubbliche relazioni…

Eppure sei sempre in mezzo a progetti importanti: da poco è uscito un tuo remix per Finneas, giusto?
Sì, della canzone ‘Another Year’. Me l’ha chiesto SiriusXM, serviva una versione più radiofonica e insieme a Juza ne ho fatto il remix. Tra l’altro questa versione è stata particolarmente apprezzata proprio da Finneas, che aveva sentito il mio take di ‘Eveything I Wanted’ di sua sorella: Billie Eilish. Ovvero, l’artista più importante che Finneas produce ahahah. Remix che tra l’altro, sommando solo i canali YouTube più importanti dove si vede, arriva a quasi a un milione di views, quindi vedi che ritorna il discorso: faccio dei discreti numeri, piaccio, eppure sono un cult, a quasi 40 anni il mio nome e la mia faccia non emergono.

Il mondo della musica oggi è più affollato che mai; “emergere” assume tante accezioni diverse. Non è detto che il tuo destino sia quello della popstar con il faccione sui cartelloni. Magari il tuo è il percorso di chi sfonda come sound designer, come autore, come artista di culto e abile a piazzare musiche per progetti particolari.
Su questo sicuramente hai ragione. Negli ultimi anni ho lavorato spesso con aziende come GoPro, e ho anche un’agenzia con cui sono riuscito a piazzare delle sincronizzazioni per Disney, per la loro serie Mighty Ducks. E d’altro canto, stare in studio a me piace, è il mio ambiente naturale, mi sento a mio agio davanti al computer, alle macchine. Non sono certo il party boy che va ad ogni festa. O meglio, andava, perché ora di feste…

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Non saprei, devo consegnare un sacco di tracce, ho un singolo per contratto con Spinnin’.

Come funziona un contratto come il tuo?
Ho un contratto da producer in esclusiva, per ogni canzone che consegno e che piace ci sono altre tot opzioni. Su ogni pezzo ho un anticipo a seconda di quanto “ci credono” e il resto sono royalties, le sync sono una grossa fetta di guadagno.

A proposito di party boy: tralasciando l’ovvio blocco di questo periodo, come eri messo con i dj set e con i live? Ti piace quell’aspetto del tuo lavoro?
Non saprei. Lo facevo per un discorso economico, certamente, ma se dovessi scegliere preferirei stare in studio che andare a mettere i dischi. Il dj set non è la mia dimensione, non so quanto davvero ci sono tagliato. E lo stesso vale per i live, perché non si può andare in giro con un Mac e premere play. È un lavoro che richiede una preparazione lunga e tanta voglia di stare sul palco, al centro dell’attenzione, per ore.

 

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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