Domenica 13 Giugno 2021
Interviste

Arturo Lauria, dalla musica (con un record su Kickstarter) ai fumetti, sempre e comunque rompendo gli schemi

Un rapper sui generis che è anche un illustratore e un fumettista di indubbio talento. I Prodigy, Caparezza, Dylan Dog, Kickstarter: abbiamo intervistato uno dei personaggi più particolari sulla scena

Illustrazione di Arturo Lauria/Dottor Brain realizzata in esclusiva per DJ MAG Italia

Moloch, Dottor Brain, Hell On Mask. Tanti nomi e tante opere riconducibili alla stessa, vulcanica persona: Arturo Lauria. Un illustratore, fumettista e rapper – molto sui generis – dal talento cristallino. E che sa mescolare musica e disegno, in un afflato artistico assolutamente unico. Originario della Basilicata, Lauria nel tempo ha saputo ritagliarsi uno spazio sia nel mondo del fumetto – in queste settimane sono uscite, a distanza moto ravvicinata, due sue storie di Dylan Dog, serie nota, popolarissima e vendutissima in Italia, storie già apprezzatissime dall’esigente e iper-critica fanbase del personaggio – sia in quello della musica. Il progetto Hell On Mask, una sorta di concept collettivo che gira intorno al rap, alla produzione, alla letteratura e all’illustrazione, è diventato un caso (ve lo avevamo raccontato a suo tempo) quando su 61mila progetti di crwodfunding musicale aperti su Kickstarter nel mondo, è diventato il più finanziato, per poi approdare su una label italiana molto importante come INRI. Lauria è un artista capace di farci immergere nella sua opera in modo totalizzante, che si tratti del progetto Hell On Mask come delle sue tavole. Non potevamo lasciarci sfuggire l’opportunità di intervistare un personaggio così particoalre, un vero outsider. Che ci ha fatto un grande regalo: l’illustrazione inedita in apertura di questo articolo, realizzata da Lauria, anzi da Dottor Brain, in esclusiva per DJ MAG Italia.

 

Quando è nata la tua passione artistica, per il disegno, l’illustrazione, il fumetto?
Non lo so… ieri? No, davvero, forse l’ho capito un paio di settimane fa, quando è uscito in edicola Dylan Dog e mi sono detto “allora è vero”. No, è una battuta anche questa, ma fino a un certo punto. Non c’è un momento preciso, è semplicemente stato molto naturale. Se una cosa mi dà piacere posso farla anche per venti ore al giorno, e viceversa se non mi piace, se mi disturba, non riesco a farla. I miei genitori, per sfatare un luogo comune, mi hanno spinto su questa strada e si sono presi cura di me, dicendomi “ti piace? Che ne dici di farlo di lavoro? Di andare a una scuola specializzata?”. Quindi credo che questa passione sia sempre stata dentro di me, e nel tempo si sia incanalata in modi anche molto diversi attraverso di me.

Quando è nata invece la tua passione per la musica?
La musica è una passione purissima, non sarà mai un aspetto professionale nella mia vita. Il disegno è qualcosa di atavico, una passione diventata lavoro, e sono sorti anche dei problemi, perché mi blocco nel momento in cui “devo” fare qualcosa. La musica no, la musica appartiene a un’altra sfera, spero di avere tempo e modo di fare rap sempre, con i miei amici, ma se dovesse diventare un lavoro sarebbe diverso, non è una cosa che mi auguro succeda. Volevamo divertirci e ci siamo chiusi in casa per fare quello, ed è successo così. Poi non sono ipocrita, se diventasse un lavoro sarei felice, chiaramente mi dà molta gioia vedere che Hell On Mask da cazzeggio è diventato un progetto discografico serio, con un grande impegno da parte nostra, siamo usciti con un’etichetta importante come INRI, non è certo solo un gioco a questo punto. Ma spero anche che la mia testa mi dia pace a questo punto, come un bambino con una penna in mano, la mia isola felice.

Non sei felice?
No, sono felice, ma l’idea di attenermi a dei vincoli, nonostante ci siano persone molto lungimiranti che mi hanno spronato ad essere il più libero possibile, mi crea sempre una sorta di reazione uguale contraria. Se parliamo di fumetto, la libertà è ampia, l’importante è essere leggibile, ma anche quel vincolo è stato distruttivo per lungo tempo. Adesso anche grazie al rap mi sono trovato in una condizione diversa, ho pensato al disegno in maniera distaccata, distesa. Ho ritrovato il gusto di disegnare.

 

Che cos’è Hell On Mask?
Siamo una compagnia di amici che ha sempre fatto musica insieme, in paese, in montagna, in Basilicata, in epoca pre-social. E quindi era tutto un po’ a caso: c’era chi faceva il rap, chi amava il reggae, chi il crossover, chi il punk, chi la musica elettronica… a me piaceva il rap. Ognuno di noi con una fascinazione diversa, il nostro gruppetto fondeva tutte queste influenze. Poi abbiamo preso strade diverse, la vita ci ha diramato verso direzioni diverse, via dal paesino, senza mai più pensare a una carriera musicale. E invece durante il lockdown ci siamo tutti ritrovati in paese, e avendo tanto tempo libero, ci siamo messi a produrre beat, a comprare microfono, cuffie, software, e per passare il tempo e divertirci abbiamo iniziato a buttare giù idee e registrarle. Idee che sono diventate un viaggio cyberpunk con brani e racconti paralleli a cui è seguito un progetto su Kickstarter andato direi molto bene, ne avevi parlato anche tu, e poi tutto questo ci ha portato all’attenzione di INRI. A quel punto però si è verificato un problema logistico.

Cioè?
La stanchezza, la pandemia che ci ha logorati a livello psicologico, la registrazione di un disco e dei racconti che è stata complicata. Ma ora siamo pronti con la seconda parte del disco, dove lo storytelling da un umore allegro va verso un sentimento più triste, con una traccia finale ambient. E stiamo già pensando al secondo album.

Uno dei tuoi feticci è Caparezza: ne parli spessissimo sui social, lo omaggi in una vignetta del to Dylan Dog (Il Detenuto, numero 416 della serie regolare, in edicola a maggio). Che cosa rappresenta per te? Perché è così importante?
Per mille motivi: volevo fare il rapper e ho fatto il fumettista, lui viceversa; è andato a Milano per realizzarsi e poi ha trovato il suo habitat a Molfetta, analogamente a me qui; ha una visione in cui mi rispecchio per molti aspetti. Lo vedo come uno spirito guida, al punto che sono sollevato quando scopro che su alcune cose siamo in disaccordo, significa che mi ha dato un metodo per ragionare sulla realtà, non sono un “seguace” che non mette in discussione il suo eroe.

Una tavola di Arturo Lauria da Dylan Dog n.416, Il Detenuto

Ci sono altri musicisti che senti come fonte di ispirazione?
Non so se posso citarli come fonte di ispirazione, ma sicuramente ce ne sono diversi che amo e ammiro: i Gorillaz, che quando sono usciti mi hanno proprio aperto la testa, ero un ragazzino e copiavo le copertine e i personaggi di Jamie Hewlett senza nemmeno sapere che si trattasse di Hewlett, uno dei fumettisti più importanti degli anni ’90.

Beh, i Gorillaz sono esattamente il punto di incontro tra musica e fumetto… ti racconto un aneddoto: era il 1996 ed ero in vacanza-studio in Irlanda, per me il paradiso perché potevo comprare tutte quelle riviste britanniche introvabili in Italia: DJ MAG, Mixmag, Muzik… compro The Face, ai tempi un must, in copertina c’era Keith Flint dei Prodigy in una foto semplicemente pazzesca, e dentro trovo una storia inedita di Tank Girl, fumetto cult di Jamie Hewlett che ovviamente ai tempi non conoscevo, e fu spiazzante vedere un tratto così diverso, lontano anni luce da qualisiasi cosa avessi visto prima.
Esatto, era un alieno. Ma tu hai citato i Prodigy, e sicuramente anche loro sono tra gli artisti che ammiro tantissimo. Ultimamente, poi, per restare in tema di classici, sono in fissa con Tricky. Comunque, ricambio l’aneddoto, perché è bello ricordare quanto siamo delle spugne in grado di assorbire qualsiasi conoscenza, da piccoli. Ero in gita non ricordo dove, con la scuola, e vedo un CD dei D-12, sai la crew di Eminem… in cameretta avevo questo poster di Eminem, che adoravo, e in quella foto lui indossava appunto un cappellino dei D-12, così mi compro l’album. Che divenne un mio feticcio. Poi da lì finii per comprare anche un album minore di Snoop Dogg, con cui entrai in fissa: ‘Paid Tha Cost To Be Da Boss’. Era prima della rinascita di Snoop, ma comunque c’era ‘Beautiful’ con Pharrell che fu un bel successo, e c’erano tante produzioni dei Neptunes. 

Siamo su DJ Mag, domanda quasi d’obbligo: che rapporto hai con la musica elettronica, con i club?
È da un po’ che non ascolto musica “da ballare”, ma ho un passato da… diciamo da raver. Quando stavo a Perugia conoscevo una crew di nome NMK, e per due, tre anni mi sono fatto trascinare dal loro entusiasmo, dall’idea di organizzare i rave in campagna… poi mi ha un po’ allontanato, scusa lo stereotipo, la quesitone della droga, contro cui non ho nulla, anzi anch’io ho fatto la mia parte, senza moralismi, però così come veniva fruita in modo ingenuo, facilone, ecco mi spaventava un po’… ma NMK sono rimasti miei amici, li ho visti crescere, mi piace la dubstep, mi piace la jungle, la drum’n’bass, Noisia, Roni Size. E poi è arrivata la trap che ha schiacciato tutto, ha come monopolizzato anche scene. Anche se ci sono degli artisti geniali anche in questo ambito: Tha Supreme è un genio. La sua musica è un vortice di colori e follie. Mi piace il lato della musica elettronica che crea le atmosfere adeguate a ciò che voglio vivere nel momento in cui la ascolto. Per dire, puntualmente in autunno ascolto Burial.

Ecco, cosa ascolti quando disegni?
Quando disegno non devo ascoltare musica che mi distragga ma che invece mi accompagni, per un periodo ero arrivato ad ascoltare quelle playlist “space ambient” che sono il massimo del concetto di “tappeto”, per dirti, la amo ma non conosco artisti specifico che la producano. Sì, ci sono i giganti, Autechre, Brian Eno, ma finisce lì in quanto a nomi, e comunque sono artisti che è riduttivo associare a un genere o a uno stile definito, figuriamoci. E poi dipende dai momenti, ci sono dei periodi in cui disegnavo con Drexciya

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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