Martedì 14 Luglio 2020
Costume e Società

Avicii, e se fosse solo un arrivederci?

 

Non dev’essere stato facile dire basta, soprattutto dal nostro punto di vista dove rimanere ancorati alla poltrona è pratica diffusa. In questo caso la poltrona ha la forma di una consolle, davanti alla quale Avicii si è accomodato 220 volte in 260 settimane. Praticamente ha vissuto lì per cinque lunghissimi, interminabili anni. O forse dire basta è stato molto semplice, quasi una liberazione per chi, all’apparenza fragile, si è trovato intrappolato in un mondo che a questo punto della storia evidentemente non era il suo. Non deve essere stato per nulla facile dire basta all’apice del successo, un particolare che i webeti trascurano preferendo le solite vuote e malvagie speculazioni tra cui quelle su un conto in banca a sei zeri da poter sperperare in un’assai precoce pensione. A parte il fatto che la cifra sarebbe triplicata in caso avesse deciso di continuare e già qui l’accusa dimostra tutta la sua frivolezza. Ma poi, di cosa stiamo parlando? Una decisione del genere, drastica e sorprendente, dovrebbe piuttosto far riflettere su come possa maturare nella mente di un ventiseienne con un presente da principe e un futuro da imperatore.

Mollare un sogno a ventisei anni fa impressione. Come si può rinunciare a tutto questo? Come può un artista fare a meno di tutto quello che nutre la professione stessa? Il palco, l’adrenalina della performance, l’amore incondizionato del pubblico, il mondo ai tuoi piedi: gli elementi primari della tavola periodica del musicista elettronico contemporaneo si sono decomposti con grandissima rapidità. Esplodendo. Sicuramente il malessere fisico e/o mentale dev’essere stato insopportabile. Il problema con l’alcool è stato confessato pubblicamente e più volte Avicii aveva dato segni di cedimento. Dalla colecistectomia del marzo 2014 non è stato più lo stesso, rimesso in piedi più volte più per esigenze di mercato che per altro. Un album da finire, un video da girare, l’ennesimo singolo da lanciare in radio senza possibilità di errore alcuno. Quanta pressione per chi non l’andava cercando. Lo stesso mercato che lui stesso ha contribuito a creare, definendone con la popolarità della sua musica dimensioni impensabili, lo ha soffocato in una terribile legge del contrappasso che lo ha portato a farsi da parte, fino a decretarne l’uscita da una fetta molto importante della torta (se non la più importante): quella dei live, dove i soldi arrivano a palate.

Dicono che Tim – come lo chiamano gli amici veri, quelli con i quali adesso condivide cene toscane nel Chianti documentate su Instagram al pari dell’ultimo grande spettacolo – abbia un dono talmente grande che sarà capace di condurre una vita agiata standosene soltanto seduto nel suo studio, dove lo hanno visto lavorare a beat e melodie anche per sessanta ore di seguito. Magari è questa la vita che sognava da bambino. Nessun palco, nessuna fama, nessuna gloria. Soltanto la musica. Non è questa la purezza che ricerchiamo continuamente nei nostri eroi? Sicuramente ci sono aspetti della vicenda dei quali non siamo a conoscenza. Ma nel mettere insieme i pezzi del puzzle apprezzo Avicii per aver capito i suoi limiti, per aver accettato la sua vera dimensione, sacrificando le luci della ribalta. Vi sembra poco? Se un giorno deciderà di tornare sarò il primo a sottolineare il fatto che non c’era bisogno di mettere in piedi tutto questo teatro. Chissà se in Svezia esiste una regola simile all’aspettativa.

Intanto arrivederci Tim, e grazie per la tua musica.

 

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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