Venerdì 23 Agosto 2019
Esclusiva

Pubbliche relazioni: reali o virtuali?

Riccardo Lai, direttore artistico di Amnesia Milano e Social Music City, ci racconta segreti e retroscena dei club nella sua rubrica Backstage

Comunicare, condividere, taggare, invitare, queste sono oggi le parole chiave per organizzare un buon evento. Sarà davvero cosi?

In ogni azienda, i PR e le pubbliche relazioni sono una risorsa fondamentale, perché consentono di interagire con la clientela, informarla, coinvolgerla. Il loro compito? Comunicare novità, cambiamenti, mediare tra azienda, addetti ai lavori e l’utente finale, con la creazione di un legame privilegiato, utile e funzionale per tutte le parti coinvolte: un lavoro che ha sempre avuto una parola d’ordine: esserci. Ovvero presenziare alla serata giusta, alla fiera di settore, tessendo rapporti con colleghi e appassionati: si creava così una relazione fiduciaria tra il brand e il target di riferimento. I rapporti personali facevano quindi la differenza, sempre e comunque.
Se ne scrive al passato perché con i social network, Facebook su tutti, il link tra promoter, club, evento e cliente si è ancor più assottigliato, per non dire che è sparito del tutto. I PR e il loro lavoro – di fatto – non esistono più. Le nuove leve amano fregiarsi di questo titolo storico senza averne i meriti. I veri PR dovrebbero chiedere i danni.
Adesso se si vuole organizzare un evento di successo che cosa si deve fare? Chiamare un dj, creare un flyer, ingaggiare un ufficio-stampa (altra categoria dove dominano gli inventati e gli improvvisati), descrivere il party come il migliore in assoluto, sempre e comunque, avere tutte le informazioni da mettere in mano ai PR. E questi che cosa fanno? Creano un evento su Facebook, parallelo a quello ufficiale, semplificano le informazioni, lo condividono quando capita, taggano a caso o dove si può senza orari, senza metodo, senza strategia. Con la chicca finale di andare a inserire il post copia-e-incolla sulla pagina ufficiale dell’artista, accompagnandolo con slogan da venditori di pentole in tv: “bombissima”, “spacchiamo tutto” e “siamo i numeri uno”. Tutti numeri uno in questo settore: il podio del vincitore nel nostro settore è grande 100mila metri quadrati. Alla fine si aggiunge il numero di telefono e il nome della lista, che in realtà non esiste, al massimo è un foglio bianco con spazi per le crocette (se si è fortunati). Un meccanismo devastante, che infetta le informazioni in maniera scorretta.

Meglio utilizzare i social per cercare informazioni, arrivare dove non si può arrivare, leggere le opinioni di chi abbia qualcosa da dire e rispondere a chi porti critiche costruttive al proprio operato. Critiche che arrivano al 10% dei post, il resto è partorito dai soliti leoni da tastiera che, appena contattati in privato, ritrattano tutto; i social danno spazio a chi non dovrebbe averne, hanno azzerato le competenze, tutti fanno a gara per dire la propria su qualsiasi cosa. La libertà di parola è sacrosanta ma se ne abusa. Troppo. I social hanno annullato i rapporti personali, le chiacchiere, i contatti fisici, il confronto: non si sono mai avuti così tanti modi per interagire, eppure comunicare in maniera intelligente e costruttiva è diventato impossibile. Forse anche per questi motivi Facebook sta perdendo il suo appeal; gli iscritti saranno anche in crescita, ma le interazioni calano; l’utenza di massa si sta spostando su Instagram, considerato forse più cool – come Telegram rispetto a WhatsApp – e più diretto, con le foto protagoniste e i commenti che diventano meno centrali. Forse la gente vuole concentrarsi sui contenuti, è stanca di leggere inesattezze o assistere ad atteggiamenti autoreferenziali, dove l’ego domina sul nulla? Potrebbe essere. Forse non ha senso parlare più di social, questi strumenti non hanno più nulla di sociale: spero tornino ad essere un mezzo e non un fine, e che i rapporti sociali, quelli veri, tornino ad essere predominanti. La piazza, il bar e la palestra sono più divertenti di uno schermo e una tastiera.

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